Urge un patto per il progresso e lo sviluppo
Nello scorrere ciclico del tempo siamo arrivati fra contraddizioni, pericoli e speranze, a celebrare nuovamente il solstizio d’estate.
È un giorno carico di miti, leggende e tradizioni, la maggior parte delle quali accomunate dal fatto che questo giorno sancisce il trionfo del sole e, quindi, la rinascita della natura.
Le feste solstiziali iniziarono proprio nelle prime civiltà agricole e poi furono un momento di festeggiamento per tutte le altre culture, con fuochi e rituali che si ripetevano nel tempo e segnavano il passaggio a una nuova estate.
Anche quest’anno siamo giunti all’inizio dell’estate. Essa porta con sé, fra le tante cose piacevoli, anche la possibilità di leggere più frequentemente, anche se prevalentemente sono letture non impegnative, ma può essere anche l’occasione per riprendere qualche testo più “pesante” che porta a riflettere sui tanti quesiti della vita.
Proprio per quest’ultimo concetto, in questo articolo voglio porre all’attenzione un tema che non sempre, oggi, viene affrontato con la necessaria capacità di analisi e con la giusta riflessione e che ha prodotto sconvolgimenti sulla nostra vita di cittadini: cioè, come è cambiato il concetto di cittadinanza alla luce degli avvenimenti politici, economici e sociali degli ultimi anni.
Le vicende che si sono succedute dalla crisi economica dei subprime alla globalizzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia alla pandemia, dalle guerre alla crisi energetica hanno fatto nascere sempre più una ingiustizia diffusa per le diversità che si sono accentuate fra i cittadini.
Numerosi disorientamenti politici, sociali e culturali hanno segnato il passaggio dal XX al XXI secolo come la globalizzazione che ha unificato popoli e civiltà e lo sviluppo delle telecomunicazioni che ha moltiplicato l’entità degli scambi monetari.
Il controllo degli Stati nazionali in queste transazioni è rimasto superficiale e ha lasciato ampi spazi a quelle politiche di liberalizzazione economica, che hanno portato ad assoggettare gli Stati alle imposizioni dei mercati.
In tal modo si sono poste le basi per realizzare quella teoria utopistica-mercantile, che vede l’utilità dello Stato solo nel ruolo di “fornitore” di forza lavoro e delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo di un mercato florido.
Alla fine, la liberalizzazione economica ha portato alla crisi del Welfare State, facendo venir meno il rapporto e la mediazione tra Stato, lavoro e capitale.
La geopolitica, inoltre, sta già cambiando le precedenti divisioni dei confini e delle egemonie economiche, anche se non ancora formalmente, sia per effetto della guerra in Ucraina e sia per quella nel Medio Oriente e sia per la speculazione finanziaria.
L’Unione Europea, nata con tante aspettative le ha disattese tutte. Ha imposto politiche economiche, come l’austerity, che hanno dimostrato l’incapacità di trovare politiche comuni e di sviluppo.
Inoltre, è venuta meno proprio nelle vicende più eclatanti di questi ultimi anni. Non ha mai avuto un ruolo da protagonista ed è sempre arrivata divisa anche nelle alleanze.
Di fronte a tutto questo, intere popolazioni stanno pagando un prezzo molto caro che non può essere accettato. Emarginazione e povertà stanno toccando apici mai visti e l’aumento delle materie prime e dei costi dell’energia stanno aggravando ancora di più la situazione.
La nostra economia soffriva già anche per problemi interni al Paese. Una delle cause è anche il crollo della domanda interna, dovuta alla forte perdita del potere di acquisto degli stipendi e delle pensioni, che, per effetto sia della speculazione e sia dell’inflazione, sta aumentando sempre più, tanto è vero che già oggi molti cittadini non riescono neppure a curarsi, per mancanza di liquidità.
Per ultimo, la crisi della politica, che ogni giorno che passa dimostra la sua incapacità a progettare e a tentare di risolvere le mille difficoltà. Nonostante che ci sia un governo che ha maggioranza, così ampia, non riesce a trovare soluzioni sul piano dei diritti dei lavoratori e della cittadinanza tutta e non riesce a risolvere neppure i vari problemi economici e sociali.
Il dibattito politico e nell’informazione in Italia, nell’attualità di questi ultimi giorni, continua ad analizzare, da tutti i lati, il significato dello scontro fra Trump e la Meloni e così, per l’ennesima volta si distolgono i cittadini dai problemi reali che devono affrontare. La verità è una sola: siamo uno stato sovrano e come tale va rispettato da chiunque!
Allora mi chiedo perché non si analizza con lo stesso approfondimento e con un dialogo serrato come si è ridotta la Sanità pubblica. Si è puntato a investire fortemente in quella privata, mettendo in condizione i cittadini di non essere tutti in grado di curarsi, per i costi della seconda e per le lungaggini burocratiche della prima, nella quale prenotare una visita o un esame urgente è quasi impossibile.
Lo stesso vale per lo stato pensionistico, con differenze enormi, a causa di pensioni che per lo più sono sotto le mille euro.
Non si propongono in concreto iniziative e leggi che ripristino contratti a tempo indeterminato, limitando molto quelli parziali. I giovani, quelli che riescono ad accedere al mercato del lavoro, nelle condizioni attuali non possono crearsi una famiglia e non possono pensare ad avere figli. Come pure non si affronta il problema di ridurre quasi del tutto i morti sul lavoro. O come contribuire ad aiutare gli autosufficienti o gli anziani.
In questa fase, bisognerebbe che tutti, governo, parti sociali e politica uscissero da una logica difensiva e solo di denuncia e riproponessero, come necessaria azione centrale, il problema del sociale e ripartissero all’attacco con obiettivi intermedi di fase, ma ben definiti e caratterizzati.
Un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica sociale, non più basata sull’assistenzialismo, ma con un percorso verso un progetto di una reale politica economica del sociale e del lavoro.
Il tema della cittadinanza, lungi dall’essere un tema superato da utopie universalistiche, si fa ogni giorno più scottante, perché, all’interno degli Stati industrializzati, la crisi economica e di approvvigionamento sta mettendo in forse la distribuzione anche dei servizi sociali.
Con la crisi che stiamo attraversando, sono tornati in primo piano i temi legati alla condizione di vita del cittadino. Sono tornate attuali alcune battaglie di grandi valori civili: pensiamo solo alla questione dell’equità fiscale.
Perchè non si può affrontare, una volta per tutte, la questione dell’evasione fiscale o della tassazione locale? Non si può accettare che quasi il novanta per cento delle tasse venga pagato da pensionati e da lavoratori. Non è solo una questione di giustizia, ma anche di civiltà.
È ora di affrontare queste tematiche con azioni e strumenti concreti per salvaguardare le imprese, lavoratori e pensionati che vedano impegnate risorse da destinare a finanziare innovazione, ricerca, investimenti e garantire lavoro.
Pertanto, da tutte le rappresentanze politiche e sociali deve venire una nuova iniziativa che metta al centro della discussione politica la ricerca di nuove proposte, di nuove regole e di nuovi diritti, quali prospettiva per gli anni a venire.
Si devono rilanciare valori e solidarietà, coesione e certezze. Troppi in questi anni e ancora oggi hanno lavorato per distruggere la cultura del dialogo e del rispetto dell’altro e hanno accentuato le difficoltà delle istituzioni, mettendo in risalto soltanto gli errori; così facendo, hanno delegittimato i rappresentati delle istituzioni stesse e qualsiasi elemento di partecipazione democratica.
Bisogna, invece, essere capaci di proporre “Un patto per il progresso e lo sviluppo” tra i soggetti portatori di interessi diversi e con gradi diversi di responsabilità istituzionale, culturale e sociale, ma tutti uniti contro il rischio di imbarbarimenti della convivenza civile.
Purtroppo, di queste problematiche così importanti nella vita delle società e delle persone se ne parla poco, perché mancano luoghi di costruzione di strategie politiche, attraverso il confronto e mancano sedi di discussione dei diversi pensieri. Manca la capacità di un’elaborazione collettiva.
Da qui bisogna partire, prima di inventare nuovi partiti o movimenti, nuove coalizioni, vanno individuati nuovi pensieri, nuovi valori, nuovi strumenti di partecipazione. Non diamo spazio a singoli individui qualunquistici che vorrebbero far tornare indietro la storia. Non abbiamo bisogno di falsi profeti che si ammantano di capacità taumaturgiche!
Bisogna, invece, credere nel possibile cambiamento di questa situazione allucinante in cui viviamo e lavorarci con grande passione e militanza politica, sociale e civile per un cambiamento profondo verso un nuovo umanesimo e nuovi diritti.
Nella storia degli uomini e degli Stati ci sono spesso momenti di pausa e di regressione, ci sono uomini che sembrano nati dalla Provvidenza, ma, per fortuna, sono sempre sostituiti da nuove energie positive.
Per tornare al solstizio e al suo messaggio dobbiamo credere alla possibilità di una rinascita di nuovi ideali e nuovi valori. Dobbiamo solo crederci e operare perché questo avvenga.
Essere solo tifosi della verità e dei tre concetti: Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, accompagnati dalla Tolleranza, dal Rispetto degli altri e dalla Solidarietà e dalla Coesione.





