
Stando a quanto annunciato, scattano oggi i dazi americani.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato la “tabella di marcia” verso la data ribattezzata “Liberation Day”.
Intervistato dai media americani, Trump ha sottolineato di essere pronto a trattare solo se i Paesi “sono disposti a darci qualcosa di grande, altrimenti non c’è spazio per negoziare”.
Trump ha definito dazio la parola più bella del dizionario e sostiene che nel 19° secolo i dazi portarono il Paese al massimo della prosperità.
I dazi possono servire a molte operazioni, tra le quali quella di premiare i Paesi amici e di punire i Paesi nemici, ma, soprattutto, da guardare con attenzione, in rapporto alla strategia di Donald Trump, è la volontà di riorientare con i dazi le catene del valore dopo un trentennio globalista.
Il rapporto tra dazi e catene del valore è un tema complesso e centrale nell’economia globale, soprattutto in un mondo caratterizzato da interdipendenza produttiva.

Le catene del valore, o global value chains (GVC), rappresentano il processo attraverso cui beni e servizi vengono progettati, prodotti, assemblati e distribuiti, spesso coinvolgendo più paesi. I dazi, ossia le tasse imposte sull’importazione o esportazione di merci, possono influenzare profondamente queste catene, modificandone i costi, la struttura e la localizzazione.
Vediamo alcuni impatti dei dazi sulle catene del valore.
Aumento dei costi di produzione. Quando un paese impone dazi su componenti o materie prime importate, il costo per le imprese che dipendono da questi input cresce. Ad esempio, un dazio su acciaio importato può rialzare i prezzi per un produttore di automobili che opera in una catena del valore internazionale.
Riconfigurazione geografica. Dazi elevati possono spingere le aziende a spostare fasi della produzione in paesi con meno barriere commerciali o a “internalizzare” la produzione (reshoring), riducendo la dipendenza da fornitori esteri. Questo è stato evidente, ad esempio, durante la guerra commerciale USA-Cina iniziata nel 2018, quando alcune imprese hanno trasferito stabilimenti in paesi come il Vietnam per evitare i dazi americani sulle importazioni cinesi.
Effetto a cascata. Poiché le catene del valore sono interconnesse, un dazio in un punto della filiera può ripercuotersi su altri. Ad esempio, un dazio su semiconduttori importati può aumentare i costi di elettronica di consumo, anche se l’assemblaggio finale avviene localmente.
Incentivi alla diversificazione. Per mitigare i rischi dei dazi, le aziende possono diversificare i fornitori o sviluppare catene del valore più regionali, riducendo l’esposizione a politiche protezionistiche di singoli paesi.
Secondo studi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e dell’OCSE, circa il 70% del commercio mondiale avviene all’interno di GVC.
Dazi bassi o nulli favoriscono catene lunghe e globalizzate, mentre dazi alti possono frammentarle o regionalizzarle.
In un mondo in cui la deglobalizzazione guadagna terreno, questo equilibrio è più che mai in evoluzione.
Le catene globali del valore (CGV) si affermano nella prima metà degli anni ’90 e sono l’espressione della “nuova globalizzazione”: configurano un modello organizzativo che si basa sulla frammentazione del processo produttivo in singole fasi, allocate in imprese diverse che operano in tutto il mondo.
Uno degli esiti dell’interconnessione produttiva tra paesi attraverso le CGV è un sensibile aumento degli scambi e del commercio mondiale. Il “tradizionale” commercio in beni finiti (destinati ai consumatori) si affianca al “nuovo” commercio in beni intermedi (lo scambio tra le imprese) che acquisisce rilevanza crescente fino ad arrivare a incidere per circa il 55% del commercio mondiale.
A livello macro, le CGV incidono significativamente sulla specializzazione produttiva dei singoli paesi che, in larga parte, competono ora sulle singole fasi (per esempio, Ricerca e Sviluppo; Design; Assemblaggio; Logistica) piuttosto che sui beni finali. A livello micro, offre opportunità di diversa natura alle imprese, a seconda del proprio posizionamento e della capacità di spostarsi lungo la CGV per collocarsi su compiti più remunerativi (il cosiddetto processo di upgrading).
Le catene globali del valore comportano, non solo lo scambio di informazioni scientifiche e tecnologiche, ma anche una libertà di movimento delle merci che oggi appare compromessa da molti fattori, come, ad esempio, la guerra in Ucraina, con le conseguenti sanzioni, o la guerra a Gaza, che ha indotto da parte degli Houthi il blocco del Mar Rosso.
Uno degli aspetti che ha anche un valore gheostrategico è il reshoring, che porterà a catene del valore più corte e meno frammentate e a una maggiore concentrazione geografica del valore aggiunto. Colpirà principalmente le industrie ad alta intensità di GVC e tecnologia.
Il reshoring è il processo di rientro di attività produttive e catene di approvvigionamento nel Paese di origine, dopo essere state delocalizzate all’estero. Ed è questo uno degli aspetti più significativi della strategia di Trump.
Per quanto riguarda i dazi, vale la logica delle sanzioni, ossia sono aggirabili.

I dazi sui prodotti cinesi, sono aggirabili se questi sono venduti, ad esempio, al Messico, che li esporta negli Usa. Il grafico, da questo punto di vista, è esemplare.





