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Croce e Martello

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Croce e Martello

Dopo anni, finalmente il Palazzo Apostolico è stato riaperto

Croce e martello, così le chiese si sono svuotate.

In vent’anni la Chiesa cattolica ha perso metà dei suoi fedeli. Non per una persecuzione. Non per una guerra. Per scelta propria. È bastato un Papa convinto che il mondo avesse bisogno di un altro politico, non di un altro santo.

Nel 2001 andava a messa un italiano su tre. Oggi meno di uno su cinque. Tra i giovani, uno su dieci. La spiegazione più facile è la modernità. Il consumismo, i social, la domenica al centro commerciale. Tutto vero, tutto insufficiente. Il cattolicesimo ha smesso di chiedere.

Francesco firmò ad Abu Dhabi con il Grande Imam di Al-Azhar un documento in cui tutte le religioni diventano “una saggia volontà divina”. Per l’Islam quella firma non cambiava nulla: i cinque pilastri restarono intatti il giorno dopo.

Per il cattolicesimo cambiava tutto: il Papa aveva appena dichiarato che la sua verità non era più unica.

Chi dà la colpa alla modernità spieghi allora la Francia: stessa società secolarizzata, stessi centri commerciali aperti la domenica, eppure i musulmani praticanti superano i cattolici praticanti dodici a uno. La fede che esige, sopravvive. La fede che si arrende, svuota le chiese.

La Chiesa cattolica non traccia più la linea tra il lecito e l’illecito, tra il peccato e la grazia. Ha confuso la misericordia con il buonismo, il perdono con il permissivismo. Se ieri il divorzio era peccato mortale e oggi il divorziato risposato riceve la comunione, il fedele ne trae l’unica conclusione logica: il peccato mortale non esiste.

Se non esiste il peccato, non serve il confessore. Se non serve il confessore, non serve il prete. Se non serve il sacerdote, non serve la chiesa. Basta aspettare.

Francesco partì da una diagnosi: la Chiesa perde fedeli perché chiede troppo. Troppi divieti, troppa rigidità, troppa distanza dal mondo.

La cura fu logica: chiedere meno, aprire tutto, parlare il linguaggio del secolo. La diagnosi era sbagliata. I fedeli non se ne andavano perché la Chiesa chiedeva troppo. Se ne andavano perché non trovavano più una ragione sufficiente per restare. Francesco tolse le ragioni rimaste.

Il suo pontificato trasformò questa sottrazione in un programma sistematico.

“Chi sono io per giudicare?” rispose Bergoglio sulle unioni omosessuali.

Come, chi sei tu? Sei il Papa. La guida morale di un miliardo e duecento milioni di cattolici.

Se il generale risponde “chi sono io per comandare?”, i soldati tornano a casa.

I fedeli fecero esattamente questo.

Cristo non ha detto all’adultera “non fa niente, non ti preoccupare”. Le ha detto “va’ e non peccare più”. Misericordia e norma. Insieme, inscindibili. Francesco tenne la misericordia e cancellò la norma. Se quello che ieri era vietato oggi è tollerato e domani sarà permesso, a che serve stare a sentire un prete?

Ma c’è qualcosa di peggio della dissoluzione dottrinale: la sostituzione del sacro con il politico.

Il fedele entrava in chiesa aspettandosi Dio, il peccato, la redenzione, la vita eterna. Sentiva: accoglienza, migranti, cambiamento climatico, ponti e non muri, economia che uccide.

Fuori dalla chiesa, intanto, il magistero bergogliano si occupava di raccolta differenziata e transizione energetica. La Laudato Si’ al posto del Catechismo. L’impronta di carbonio al posto del peccato originale.

Togliete il “cari fratelli e sorelle”. Sostituitelo con “cari compagni e compagne”. Sapreste distinguere l’omelia dall’apertura di un congresso PD? Il sociale lo fanno in tanti. Il sacro lo fa solo la Chiesa. Francesco rinunciò al monopolio per competere su un mercato dove avrebbe perso sempre.

Mentre le parrocchie si svuotavano, in Nigeria venivano massacrati migliaia di cristiani. Oltre 5.600 uccisi, 2.100 chiese incendiate. Il vescovo di Makurdi parlava di genocidio.

La risposta del Vaticano bergogliano? Il cardinal Parolin attribuì le violenze al cambiamento climatico.

Il vescovo nigeriano replicò: “Non è il clima a uccidere i sacerdoti”.

Per i migranti in mare Francesco mobilitava flotte, finanziava ONG, volava a Lesbo, parlava di “naufragio di civiltà”. Non solo a parole. Diocesi e strutture ecclesiali finanziavano Mediterranea Saving Humans, la ONG di Luca Casarini, ex no global del G8 di Genova, rinviato a giudizio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato dal trarne profitto.

Dalle carte dell’inchiesta della Procura di Ragusa emersero circa due milioni di euro in due anni, transitati attraverso Curie e parrocchie. I soldi delle offerte dei fedeli alla nave di un imputato a processo.

Per i cristiani sgozzati in chiesa, un telegramma. A Lesbo, nel 2016, portò a Roma dodici rifugiati, come gli apostoli. Tutti musulmani. Due famiglie cristiane siriane, già in lista con le valigie pronte, furono escluse all’ultimo. Il messaggio ai cristiani perseguitati fu uno solo: il pastore di Roma salva tutti tranne i suoi.

Poi gli idoli pagani nei Giardini Vaticani, la Pachamama venerata a pochi metri dalla tomba di Pietro. Quando anonimi indignati li prelevarono dalla chiesa della Traspontina e li gettarono nel Tevere, Francesco chiese scusa. Non ai cattolici oltraggiati. Agli indigeni che veneravano la dea pagana.

Il crocifisso sulla falce e martello di Evo Morales, accettato sorridendo: Cristo inchiodato sul simbolo dell’ideologia che ha massacrato più cristiani di qualunque altra. Non una parola per i martiri del comunismo.

Il danno più profondo fu dentro la Chiesa stessa. In molte congregazioni la frase circolava apertamente: “Francesco non è il mio Papa”.

Nel 2017 teologi accusarono formalmente il Pontefice di sette eresie. I “dubia” dei cardinali rimasero senza risposta. L’ex nunzio Viganò chiese le dimissioni. Qualcuno evocò l’Anticristo. Non i matti da social: cattedratici con decenni di magistero.

Quando una parte non trascurabile del clero arriva a evocare il precursore dell’Anticristo per il proprio Pontefice, il problema non è il tradizionalismo. Il problema è il Pontefice.

Con il Traditionis Custodes del 2021 limitò drasticamente la messa in latino, liberalizzata da Benedetto XVI, punendo l’unico segmento del cattolicesimo che stava crescendo, che generava vocazioni, che riempiva le chiese. Dichiarò guerra a quelli che le riempivano.
Un Papa che piaceva più alla sinistra che ai fedeli.

I progressisti lo applaudirono dal divano. Non dalla panca di una chiesa: non ci mettevano piede dai tempi della cresima. Dal Papa volevano una cosa sola, la legittimazione delle proprie scelte di vita già compiute. Ogni volta che Francesco diceva qualcosa di “aperto”, esultavano. E restavano a casa.

I tradizionalisti si sentirono traditi. Il centro moderato, la massa silenziosa dei cattolici della domenica, percepì una Chiesa che non parlava più di Dio ma di politica. E smise di presentarsi.

L’8 maggio scorso il conclave ha eletto Leone XIV. E qualcosa è cambiato.

A poco più di un mese dall’elezione, nell’Angelus del 15 giugno, ha denunciato in prima persona il massacro di Yelewata: duecento cristiani bruciati vivi dai miliziani Fulani nel Benue.

Non un telegramma di Parolin: il Papa in persona, dalla piazza, a parlare di “terribile massacro” e a pregare “per le comunità cristiane del Benue, incessantemente vittime della violenza”. A novembre è tornato sulla Nigeria chiedendo la liberazione immediata di oltre trecento ostaggi rapiti in una scuola cattolica.

Il vescovo di Makurdi, che per anni aveva gridato nel deserto, ha detto che finalmente “il Papa ha acceso i riflettori”.

Non risultano contatti con Mediterranea. Il Palazzo Apostolico è stato riaperto. Le tradizioni liturgiche smontate dal predecessore vengono restaurate pezzo per pezzo.

Basterà?

Nessuno lo sa. Ma per la prima volta in dodici anni, dal soglio di Pietro qualcuno sembra ricordarsi che il primo compito di un pastore è difendere il proprio gregge. Non quello degli altri.

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