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Come fallì il fronte popolare

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Il massacro di preti in Spagna

Novant’anni dopo i fatti, anche in Spagna viene ricordato con distacco l’alzamiento militare che il 18 luglio 1936 dette inizio alla lunga e feroce guerra civile conclusasi tre anni dopo con la completa sconfitta dei “repubblicani” e con l’ingresso in Madrid di Francisco Franco, da mesi riconosciuto quale “Jefe” del governo spagnolo da parte di Parigi e Londra, oltreché, s’intende, della Germania di Hitler e dell’Italia di Mussolini, che avevano concorso in misura determinante alla sua vittoria.

Battuto sul campo risultò non solo il governo repubblicano, alcuni dei cui maggiorenti ripararono all’estero, specie in Messico, ma anche l’Unione sovietica di Stalin, che si era impegnata nel conflitto indirettamente e tramite le Brigate internazionali egemonizzate dal Partito comunista spagnolo, sorretto dai partiti comunisti incorporati nella Terza internazionale all’insegna dei Fronti popolari.

A lungo condizionata dal giudizio sulla fase più repressiva del regime franchista, dopo la lunga stagione di rinnovamento con le opere di María Dolores Gómez Molleda, Paul Preston, Pablo Fusi, sino a Pio Moa e altri, la storiografia recente, ancora poco nota in Italia, ha messo a fuoco la complessa genesi dell’alzamiento e del suo percorso, a lungo segmentato.

“Asì comenzò la guerra civil. Del 17 al 20 de julio de 1936. Un golpe frustrado” di Miguel Platon risulta esemplare non solo per il suo merito (“stare ai fatti”), ma proprio per il metodo: non fare degli eventi di quei giorni la “profezia necessaria” di quelli successivi.

È il criterio da applicare alle “giornate particolari” narrate come passaggi obbligati della Storia, mentre essa, come ogni cosa “umana”, è intrinsecamente “improvvisatrice”.

Le piroette della Terza Internazionale

Il 14 luglio 1935 socialisti e comunisti costituirono a Parigi il Fronte Popolare. Numericamente maggioritari, i socialisti erano da decenni la sinistra nazionale, fondata sulla priorità della Francia rispetto a ogni divisione in partiti.

Lo si era veduto con la Grande Guerra, quando il socialista Jean Jaurès, contrario all’intervento, fu assassinato e i suoi compagni si schierarono a difesa del trinomio repubblicano: libertà, uguaglianza, fraternità.

Dopo la fondazione a Mosca della Terza Internazionale (1919), i comunisti invece avevano alle spalle l’Unione Sovietica, decisa a scatenare rivoluzioni nell’Europa centro-occidentale a sostegno dell’offensiva contro la Germania di Hitler (al potere da due anni) e le odiatissime democrazie borghesi, compresa quella francese.

Anche dopo la eliminazione di Trotzky, i socialisti erano bollati come social-fascisti. Lo fece anche Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista d’Italia, nell’impietoso ritratto del leader socialista Filippo Turati, morto esule in Francia.

I partiti e i movimenti antifascisti non succubi di Mosca (inclusa “Giustizia e Libertà”, fondata da Carlo Rosselli dopo l’evasione dal confino di polizia nell’isola di Lipari) erano liquidati come servi sciocchi del capitalismo reazionario e complici del nazi-fascismo.

Il Front Populaire ebbe dunque la sua ragion d’essere nella politica estera e militare della Francia. Numericamente minoritari, gli stalinisti fecero leva su repubblicani, radicali, democratici e massoni di varie tendenze, che si sentivano esposti alla “revanche” della Germania di Hitler.

Questa prima o poi sarebbe stata fiancheggiata dall’Italia di Mussolini, non per totale omogeneità delle rispettive ideologie o degli interessi espansionistici dei due regimi al potere a Berlino e a Roma ma per la distanza tra Parigi e Londra, per la miopia della Società delle Nazioni e per l’assenza di un asse tra democrazie europee e Stati Uniti d’America (alle prese con la Grande Depressione del 1929 e con il New Deal di Franklin Delano Roosevelt).

Nello stesso luglio di novant’anni orsono il VII Congresso dell’Internazionale comunista, con la presenza di 65 delle 76 “sezioni nazionali”, adottò l’alleanza tattica con le sinistre in vista della vittoria strategica, da conseguire in due tempi: liquidazione del nemico principale, la Germania e i suoi alleati potenziali, ed eliminazione degli alleati scomodi, gli “utili idioti”.

Prospettiva finale? Lo si vide con i processi paranoici scatenati dall’ex seminarista Stalin nei suoi ultimi anni.

Il Fronte popolare in Spagna

Nel luglio 1935 il Frente Popular fu introdotto anche in Spagna. Lì il progetto di alleanze e controalleanze messo a punto dalla Terza Internazionale saltò perché si aggrovigliò con la realtà plurisecolare locale e con priorità di tutt’altro genere rispetto alla lotta di classe e alla rivoluzione mondiale, completa di decolonizzazione.

In Spagna anarchici, anticlericali, radicaldemocratici e massoni (in larga misura popolani e in parte borghesi altolocati) aprirono la strada ai comunisti, ma nel corso della lotta vennero sgominati.

Su tutti infine trionfò il generale Francisco Franco che, armi alla mano, impose un regime autoritario, mise fuori legge comunisti, socialisti e massoni, varò lo Stato Nuovo e pose le premesse per il ritorno della monarchia: non, però, come “restaurazione” del sovrano partito per l’esilio nel 1931 senza abdicare (lo fece anche Umberto II nel 1946), ma come “instaurazione” della monarchia per decisione del Paese.

La scelta cadde su Juan Carlos di Borbone non per meriti suoi, di suo padre Juan, conte di Barcellona (poco gradito da Franco), o dell’avo, ma perché da secoli i Borbone erano tutt’uno con la Spagna: univano tradizione, legittimità e legalità, storia e volontà popolare, superiore a quella delle fazioni. La Monarchia era e sarebbe rimasta garante degli equilibri interni e internazionali.

Alla Nuova Spagna costituzionale Franco lasciò in eredità un regime ordinato, fondato sulla convergenza delle forze nazionali dinnanzi a pericoli esiziali come il terrorismo dell’ETA, il fondamentalismo islamico e il separatismo artificioso, nel rispetto della memoria, dopo qualche ondeggiamento negli anni del socialpasticcione Zapatero.

Quest’ultimo fu sconfitto perché, a differenza del lungimirante “Pepe” González, non seppe interpretare la Spagna profonda né mirò a unire, ma tornò a spargere sale su ferite antiche, a riattizzare artificiosamente lacerazioni in un Paese che aveva messo definitivamente alle spalle la guerra civile, non ne voleva altre, assicurava libertà per tutti ma esigeva anche rispetto di tutti, inclusi i cattolici osservanti, oggi numericamente meno rilevanti rispetto all’età di Franco ma ancora determinanti nel modellare la modernità della Spagna.

Il Frente del 1935 fu battuto militarmente nel 1936 – 1939 perché nacque e visse su un progetto politico che non rispondeva agli interessi generali del Paese.

I governi che si susseguirono convulsamente a Madrid tra il 1931 e il 1939 dettero spazio alle minoranze estremistiche anziché rispondere alle richieste popolari: il miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle masse urbane, l’avvicinamento delle condizioni delle campagne a quelle della popolazione cittadina, la conciliazione tra le diverse regioni, altrimenti indotte a spinte centrifughe, dalla Galizia all’Andalusia, dalla Catalogna ai Paesi Baschi. Il Frente consegnò la Spagna all’estremismo e ne rimase vittima.

Il conflitto ispano-spagnolo e l’anticattolicesimo militante

A differenza di quanto a lungo asserito, nel 1936 – 1939 la Spagna non visse tre anni di improvvisa guerra civile ma la fase più acuta e drammatica del conflitto ispano-spagnolo, di diversa intensità ma sempre feroce, che affondava radici nell’intera storia dell’Ottocento (più aspro della guerra tra i fautori del pretendente don Carlos e gli eredi legittimi del re), tra liberali e reazionari, ma aveva le premesse nel duello tra gli “afrancesados” e gli spagnoli che lottarono contro l’occupazione franco-napoleonica e nel 1812 approvarono a Cadice la Costituzione che fece da bandiera del liberalismo europeo dopo la Restaurazione del 1814 – 1815.

Terreno di scontro di quel conflitto plurisecolare fu la chiesa cattolica. Identificata come pilastro della reazione, essa divenne bersaglio degli impulsi radicali, ispirati da un illuminismo giacobino assolutamente minoritario, alimentato dalla leggenda nera sull’Inquisizione di Spagna, uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale sin dalla “storia” (più mitica che documentata) scrittane da Llorente.

Tra fine Ottocento e primo Novecento l’anticlericalismo inteso come lotta contro privilegi e invadenze del clero cattolico deragliò e divenne lotta contro il cristianesimo in tutte le sue forme, in specie il cattolicesimo, e contro la religiosità stessa.

Il Libero Pensiero non divenne volano della “educación del ciudadano”. Risultò invece il drappeggio dell’ateismo militante, da imporre con la conquista delle amministrazioni locali e del governo centrale.

Nel 1909, cinque anni prima della Grande Guerra, la Spagna visse la “settimana tragica”: incendio di chiese, massacro di religiosi, una ventata di follia speculare alla “settimana rossa” italiana del giugno 1914.

Rimasta ai margini della catastrofe bellica, con la fine del conflitto e il declino dei profitti che il suo sistema produttivo ne aveva tratto (lo documenta Fernando García Sanz in studi esemplari, come “España en la Gran Guerra”, ed. Galaxia Gutenberg) il conflitto sociale mise a repentaglio l’equilibro politico-istituzionale, salvato dall’avvento di Miguel Primo de Rivera, che in pochi anni varò un gigantesco piano di modernizzazione ma, stanco dell’opposizione di ciarlatani, lasciò il potere e il Paese.

Nel 1931 socialisti e repubblicani vinsero nelle elezioni amministrative e pretesero di trarne le conseguenze sul piano politico generale. Alfonso XIII lasciò la Spagna. La sua partenza fu festeggiata dall’estremismo anticattolico con assalti a chiese e a conventi.

Il peggio venne negli anni del Frente Popular e in risposta all’alzamiento dei “quattro generali” (18 luglio 1936) contro la Repubblica, il cui governo aveva arrestato il capo della Falange (José Antonio Primo de Rivera, poi fucilato) e lasciato ammazzare a freddo il deputato centrista José Calvo Sotelo. Omicidio premeditato, non preterintenzionale.

Si scatenò così una furia selvaggia passata in rassegna da Mario Arturo Iannaccone in “Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra seconda Repubblica e guerra civile (1931-1939)”.

Poco noto, il martirio del clero cattolico documentato da Iannaccone – già autore di “Cristiada” (sulla tragedia dei cattolici in Messico) – contò pagine orrende che vanno conosciute per capire perché Franco prevalse e segnò la svolta della Spagna.

Padre Justino Gabriel (Gabriel Albiol Plou), per esempio, molto patì prima di morire. Gli vennero mozzate le orecchie. Fu bastonato e frustato. Gli tagliarono la lingua e i genitali. Gli venne infilata una baionetta in un orecchio. Alcuni spari lo lasciarono agonizzante.

Il suo supplizio avvenne tra l’11 e il 12 agosto 1936 sulla spiaggia di Ratalla del Terme, non lontano da Peñiscola, la sua terra.

Fu uno dei quasi duemila sacerdoti cattolici brutalmente assassinati tra il 1931 e il 1938 per odio contro i “preti”. Sono tanti. E chiedono memoria. Non solo per i modi efferati usati da chi li umiliò, torturò e uccise, ma per capire che la storia non fa sconti.

Uno venne portato in un lupanare. Doveva “mostrarsi maschio”. Rifiutò per coerenza col voto di castità. Furono le donne a chiedere che smettessero di torturarlo. I suoi aguzzini, invece, lo castrarono e poi lo suppliziarono. Una miliziana percosse la presidentessa dell’azione cattolica di un borgo delle Asturie con tale violenza da farle schizzare un occhio dall’orbita.

Esplose e dilagò un odio che ancora non trova spiegazione razionale. Alle 17 del 18 luglio 1936 fu incendiata la chiesa di San Andrés a Madrid e 5 sacerdoti furono assassinati.

Tra il 19 e il 20 vennero date alle fiamme altre 34 chiese. Iniziò una truce mattanza che proseguì per anni, completa di fosse comuni, dissotterramento e profanazione di salme e altri orrori.

È doveroso occuparsi della iniqua uccisione di Federico García Lorca. Ma anche tante vittime dei “rossi” hanno diritto alla memoria.

Iannaccone ricorda con molta obiettività che all’alzamiento capitanato dal generale Emilio Mola Vidal (suo principale ideatore, ultimo capo della polizia in età monarchica) e Gonzalo Queipo de Llano, Francisco Franco aderì dopo molte esitazioni.

I tre scelsero per “capo” José Sanjurjo, il generale esiliato perché aveva cercato di ripristinare l’ordine in un paese che stava precipitando nel caos, ma l’aereo che doveva condurlo in Spagna cadde. Mesi dopo stessa sorte toccò a Mola, repubblicano, razionalista, capo dei “requetés”, i militari nazionalisti più efficienti di Spagna.

Se le sinistre avallarono gli eccessi di anarchici e atei militanti, i massoni si divisero. Alcuni loro esponenti di spicco si schierarono con Franco (fu il caso del generale Miguel Cabanellas Ferrer), non tanto per supposta influenza inglese ma per la tradizione spiritualista della massoneria anche spagnola, tuttora poco nota a chi indulge a identificare Libera Muratoria e materialismo ateistico o addirittura satanismo.

Vittorioso anche grazie all’Armata d’Africa, completa di reparti di marocchini, Franco ebbe buon gioco ad accomunare e a liquidare massoni e comunisti con la legge del 1940 studiata da José Antonio Ferrer Benimeli e Juan José Morales Ruiz.

Anche la Chiesa faticò a individuare una linea unitaria, come documenta Iannaccone. La Santa Sede si mosse con prudenza. Aveva ambasciatori sia del governo repubblicano di Madrid sia di Franco.

Il corso degli eventi non fu colto subito nella sua tragica irreversibilità. In alcune aree (anzitutto nei Paesi Baschi) il clero rimase diviso dinnanzi all’avanzata dei “nazionali”, fatalmente in contrasto con le loro rivendicazioni autonomistiche.

Sia il segretario di Stato, Eugenio Pacelli, sia papa Pio XI rimasero a lungo su posizioni di attesa. Se Isidro Gomà e altri ecclesiastici eminenti scelsero subito i “nazionali”, molti altri, di vario rango, si schierarono con la “popolazione”, che è altra cosa.

Certo, il feroce sterminio degli anarchici attuato dai comunisti e la deriva anticlericale dei socialisti capitanati da Francisco Largo Caballero lasciarono pochi margini e nell’estate 1937 la chiesa (precorsa dai gesuiti, cacciati dalla Spagna per l’ennesima volta) finì per optare compattamente per la restaurazione dell’ordine: un programma ormai inconciliabile con la Repubblica.

Quale lezione lasciò la guerra civile? Una tra le molte emerge con forza dall’opera di Iannaccone: i partiti di sinistra (inclusi, a lungo, radicali e democratici) fecero dell’anticlericalismo e della scristianizzazione il terreno di lotta. A quel modo si estraniarono dall’anima del Paese e si condannarono alla marginalità politica e culturale, spingendo i militari (anche massoni o agnostici) a identificarsi con la restaurazione dello Stato di Spagna.

Salamanca cessò di essere il Tempio del pensiero di Miguel de Unamuno e divenne teatro del Franchismo, come documentò María Dolores Gómez Molleda.

Quel passato contenne le contraddizioni nelle quali ricadde il socialismo spagnolo con Zapatero e costituisce un monito per ogni altro Paese, Italia inclusa, ove di quando in quando esplodono forme volgari di anticlericalismo, spacciate come battaglia per i diritti di esigue minoranze che in realtà pretendono di imporre i casi propri alla generalità dei cittadini e di elevare a norma universale tendenze di frangia.

L’Italia odierna (e molto probabilmente anche quella ventura) non è la Spagna del 1936 – 1939. È una terra che non ha vissuto mai alcuna vera guerra civile. Non lo fu affatto l’unificazione nazionale. Il cosiddetto grande brigantaggio fu un miscuglio di opposizione a un regime innovativo in nome del passato: interessi di ceto, devozioni, nostalgia del sovrano vinto sul campo ed esule.

Le annessioni di sette Stati alla corona di Vittorio Emanuele II re costituzionale furono sancite dai plebisciti. Ciò che più conta, quell’Italia non aveva alle spalle alcuna guerra anti-religiosa. Anzi, nel Sette-Ottocento aveva riscoperto la civiltà romana, gli Etruschi, il paganesimo.

Quell’assenza costituì una forza e al tempo stesso una debolezza, perché la Nuova Italia sommò portenti e rassegnazione.

La partita venne rinviata ai tempi supplementari. Rimasta indenne almeno dalle guerre di religione, pessimo tra i mali, l’Italia non ha motivo di divenirne teatro oggi, proprio mentre si interroga sui modi e i mezzi per affrontare l’invasione di fondamentalisti sempre meno controllabili, i “migranti” che non hanno alcuna intenzione di essere integrati nella civiltà europea fondata su diritti e doveri costituzionalmente enunciatine che considerano terra di loro appartenenza i luoghi nei quali praticano il loro culto.

Essi, come tutti gli Stati teocratici, sono indifferenti al percorso millenario compiuto dall’Occidente, dal diritto romano alla rivoluzione francese e allo stato sociale dell’Otto-Novecento. Per dialogare bisogna essere in due.

L’integrazione presuppone la rinuncia all’integralismo, che è invece il vangelo del fondamentalismo, contro il quale unica risposta dello Stato è la difesa della Costituzione.

I casi di Spagna di novant’anni or sono rimangono un monito di straordinaria attualità.

Approfondimenti

Aldo A. Mola, v. L’integrazione europea e la penisola iberica, a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997.

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