
di Marco Sarli
Ricordo come ieri, eravamo nei primi anni Ottanta, quando un gruppo di neolaureati cinesi venne preso in carico dalla Banca Nazionale del Lavoro, allora una delle prime due banche italiane, per un corso di formazione volto ad avviarli ad assumere posizioni di prestigio nell’allora molto arretrato sistema creditizio cinese.
Una tappa del loro percorso di training fu all’ufficio studi, nel quale dividevo la stanza con la storica bibliotecaria ed ebbi così modo di assistere a quella tappa della loro formazione, dalla quale uscirono quadri importanti della Bank of China e persone collocate in poco tempo al vertice delle altre grandi istituzioni creditizie cinesi.
La cosa che più mi colpì di quella breve ma intense esperienza era che la comunicazione era sostanzialmente one way, quei ragazzi assorbivano come spugne quanto avevamo da comunicare loro, ma si chiudevano a riccio su tutto quello che riguardava la realtà cinese, allora radicalmente diversa e molto arretrata rispetto all’economia capitalistica a controllo socialista vigente ai giorni nostri.
Analoga esperienza l’ho vissuta in occasione di una conferenza internazionale sui diritti in Cina, evento organizzato direttamente dall’ambasciata e dal governo cinesi, dove, sia nella plenaria che nei successivi gruppi di lavoro ho avuto modo di rendermi conto che la condivisione di informazioni era estremamente scarsa per non dire del tutto inesistente.
Una situazione ai limiti del paradossale alla luce del fatto che tra le due situazioni erano trascorsi almeno quattro decenni, anche se forse un’eventuale frequentazione dell’Associazione Italia Cina avrebbe potuto fornirmi maggiori e più preziose informazioni.
Certo, non siamo ai tempi de il Milione di Marco Polo o ai resoconti dei missionari gesuiti, ma certo di quel Paese, grande quasi come un Continente continuiamo a sapere davvero molto poco.
L’iniziativa della Fondazione Agnelli di istituire una cattedra presso l’Università di Pechino, cattedra che vede alternarsi ogni sei mesi accademici scelti dalla Fondazione, ha visto assegnare il primo semestre al Professor Romano Prodi, già presidente dell’IRI ai tempi delle privatizzazioni messe in atto da Mario Draghi allora Direttore Generale del Ministero del Tesoro, due volte Presidente del Consiglio dei ministri e Presidente della Commissione europea, nonché un tempo consulente della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, la più importante tra le banche ashkenazite operante dapprima negli Stati Uniti d’America, ma poi in Europa e in Asia (ne “Il gran nocchiero” ho evidenziato il sistema delle “porte girevoli” attraverso cui Goldman esercite la sua “influenza”, con uscite verso l’esterno di Mario Draghi, di Carney e della stessa Alice Weidel ex analista e attuale leader di AFD e l’ingresso in veste consulenziale di Prodi, Monti, Gianni Letta, solo per citare gli italiani).
Gli articoli di Prodi sul Messaggero e l’importante testimonianza di Thomas L. Friedman sul New York Times (riportata oggi sulla Repubblica a pagina 7) aprono tuttavia degli squarci molto importanti sulla pur sempre misteriosissima Cina, un pianeta che negli ultimi anni ha compiuto un vero e proprio balzo in avanti, favorito dalla lunga permanenza al vertice dello Stato e del Partito Comunista Cinese dell’Ingegner XI Jinping un uomo politico che tutto è meno che un burocrate e che ha spinto in tutti i modi, d’intesa con gli imprenditori “oligarchi” cinesi per una radicale cambiamento dell’industria e dell’intera economia di quel lontano eppure sempre più vicino Paese.
Con oltre tre milioni e mezzo di laureati nelle discipline STEM , la Cina si pone all’avanguardia del mondo e molti di questi neolaureati stanno lavorando nel più grande centro di ricerca della società Huawei, in un ambiente del tutto friendly che può, nota Friedman (solo omonimo di quel Milton capo indiscusso di quella Macroeconomia Classica a Chicago, ateneo che si contende il numero di Premi Nobel per l’economia con l’MIT di Boston culla del pensiero neokeneysiano), sino a cento mila scienziati, una risposta nei fatti al palese tentativo statunitense di strangolare la società nel 2019. Scienziati nei piani della società tecnologica non solo di cittadinanza cinese ma anche provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa, attratti non solo dagli alti stipendi ma anche da eccezionali condizionali ambientali e servizi di assoluta eccellenza.
Certo, la bolla immobiliare cinese, in parte dovuta alle decisioni errate di politica creditizia non ostacolate dal Governo che, poi, fortunatamente ha decisamente cambiato rotta, hanno portato al default di Evergrande e dell’altra grandissima società dell’immobiliare cinese, ma, come sostenevo in un precedente articolo, è degna di nota la giravolta di Xi Jingping che in pieno Plenum del Partito ha dichiarato che la questione delle case non è una questione meramente finanziaria, perché le case sono per il Popolo, in questo imitando la politica dell’allora Governatore della Banca d’Inghilterra, Carney, che, in piena Tempesta Perfetta, concesse ai mutuatari di trasformarsi in affittuari, memore anche del clamore mediatico suscitato dall’assalto agli sportelli di Northern Rock, un qualcosa di molto più serio della questione del two pence richiesti indietro dalla nipotina al nonno banchiere, riportata in Mary Poppins.
Insomma, non c’è che dire gli uomini made in Goldman hanno davvero una marcia in più e, come si dice nel football americano: quando il gioco si fa duro i duri scendono in campo.
Ma le novità che provengono dalla Cina non si limitano all’enorme numero di laureati sfornati ogni anno dalle facoltà scientifiche e tecnologiche, ma si riverberano nell’altissimo numero di brevetti e negli stessi prodotti della telefonia avanzata e nelle innovazioni made in China presenti in tanti campi, una situazione che fa apparire l’Europa un Continente davvero vecchio, come le sue automobili che i giovani cinesi sbeffeggiano apertamente definendole le “auto dei nonni”.
Ma è sul piano della radicale trasformazione delle città che la Cina sta compiendo davvero passi da gigante con la realizzazione di 550 città parzialmente automatizzate e di tre grandi città, Wuhan inclusa, vere e proprie smart city ad impatto zero, per non parlare del fiorire di colonnine, giunte in un breve volgere di tempo al numero di cento mila, ovviamente tutte a ricarica rapida.
D’altra parte, restando nel mondo dell’automotive, BYD non pochi anni orsono era una fabbrica che produceva batterie ed ora batte non solo in casa, ma anche sul molto esigente mercato statunitense la relativamente vetusta Tesla, offrendo, al netto dei nuovi dazi, auto comparabili a quelle prodotte dai due stabilimenti americani di Musk ad un prezzo di gran lunga più vantaggioso di quelle prodotte dalle fabbriche dell’uomo d’affari sudafricano ma con soluzioni tecnologiche molto più avanzate.
Il problema resta quello della politica dell’”Una sola Cina”, che, dopo aver lentamente “digerito” Hong Kong e Macao, ora si confronta non senza una certa fatica alla possibile acquisizione di Taiwan, anche se va detto con una certa chiarezza che la politica espansionistica della seconda amministrazione e la dichiarata volontà dell’uomo d’affari americano non lasciano presagire nulla di buono per l’autonomia dell’isola sempre più minacciata da vicino dalle forze armate cinesi, anche se è evidente che occorre un chiaro via libera di Washington per procedere ad una acquisizione che presumibilmente si baserà su una transizione e su garanzie molto più dettagliate di quanto è stato a suo tempo previsto per Hong Kong.
Ma sempre sul piano della politica estera e della oramai avviata guerra dei dazi è davvero da notare l’intesa, un tempo impensabile, tra Pechino, Tokyo e Seul, sino ad ieri saldamente collocate su sponde opposte, ma la chiara influenza su Xi Jinping del pensiero confuciano dominante nella razza dominante in Cina (la razza Han) ha esercitato senza dubbio una sua influenza nel miracolo.
Ma la vera novità può giungere sul piano valutario e sulla politica cinese in materia di un’importante questione quale quella rappresentata dall’ingente quantità di Treasury Bonds a 10 anni posseduti dalla Banca centrale cinese (una quantità non lontana dal trilione di dollari), questione che si aggancia strettamente a quella non più ignorabile della centralità del dollaro USA nel campo delle riserve valutarie ufficiali e come valuta largamente prevalente negli scambi commerciali.
Ebbene, una persona che certamente se ne intende, Larry Fink, Presidente e Chief Executive Officer di Blackrock, un entità che, da sola, gestisce masse patrimoniali superiori al GDP europeo, è giunto di recente ad affermare che tale ruolo e la conseguente centralità del biglietto verde potrebbero essere messi in discussione a breve, ancor di più se, aggiungo io, si facessero ulteriori passi avanti nella costituzione della Banca Centrale dei BRICS Plus e nascesse davvero la valuta emessa da questa banca e accettata non solo dagli attuali undici Paesi ma anche dai tanti che richiedono l’adesione e, più in generale, dai tanti Paesi sotto l’influenza economica della Cina e della Russia.
Come ho ricordato in un precedente articolo, La Banca Centrale Europea è nata con una dotazione di oro di sole 550 tonnellate e la sola Cina ne possiede 2.300, mentre gli altri paesi del gruppo ne sommano altri tremila circa.
Verrebbe da dire, parafrasando il cittadino che sollevò la testa ghigliottinata di Luigi XVI gridando che il Gran Maestro dei Templari era stato vendicato, che una beffarda vendetta postuma riguarda il mai troppo compianto John Maynard Keynes la cui teorizzazione di un sistema valutario ed economico più giusto e più equo uscì vilipesa dal bullo ministro del Tesoro statunitense.
Su questa prospettiva si apre un capitolo periglioso per la navigazione della flotta di bilionari, Investment Banks, grandi compagnie di assicurazione e banche più o meno globali basate All Over the World ed è quella di capire o almeno di intuire quali sono i piani effettivi dei BRICS Plus e dei potenziali membri in testa alla lista di attesa.
Già, perché quello che sembra trasparire dalle mosse implicite dei decision makers di quei Paesi, banche centrali nazionali in testa, è quasi una nostalgia per il modello dollar standard in qualche modo agganciato all’oro, quasi una riedizione postuma degli accordi di Bretton Woods definitivamente sepolti all’epoca di Nixon.
C’è poi un problema di fondo ed è quello che, in presenza di un raggiungimento o sensibile avvicinamento, agli obiettivi segreti prefissati dai principali Paesi coninvolti nel progetto, potremmo assistere ad una riduzione drastica della domanda che porterebbe, come già avvenuto più volte in passato, ad un drastico ridimensionamento delle quotazioni, se non una vera e propria caduta con un supporto relativamente forte e che si colloca tra i 1.500 e i 2.000 dollari per oncia.
Ebbene, se questo fosse vero, questi Paesi non potrebbero commettere errore più esiziale, anche perché si discosterebbero dal modello dell’eurozona che vede nelle tonnellate di oro conferite alla BCE poco più che una polizza di assicurazione a fronte di eventi nemmeno immaginabili e che è meglio non provare neppure a immaginare. Sarebbe, insomma, un approccio da parvenue della finanza globale nei confronti di un “piede”, l’oro che non ha nulla a che vedere né con il modello disegnato nel 1944, né tantomeno con il sistema proposto da Keynes che vedeva un sistema di scambi in sostanziale equilibrio grazie ad incentivi e disincentivi chiaramente stabiliti in partenza e una moneta unica (ora ci apprestiamo ad avere quattro sistemi valutari in piena concorrenza tra di loro) che l’economista di Cambridge definiva bancor senza alcun riferimento a quel metallo giallo che era per lui un “relitto barbarico”.





