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CHI HA PAURA DI MARCO RIZZO?

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Comunismo e nazi-fascismo furono due “fratelli-nemici” e due forme ideologicamente diverse, ma non troppo) dello stesso fenomeno politico illiberale del ‘900: il totalitarismo. Lo ha riconosciuto nel settembre del 2019 persino il Parlamento europeo con una risoluzione che, però, non obbliga gli stati dell’Unione Europea a sanzionare l’apologia del comunismo come già vien fatto per il nazi-fascismo. In diversi paesi europei gli “orfani del comunismo” ed i loro “compagni di strada” sono ancora numerosi ed influenti. Sia per il presunto “universalismo delle buone intenzioni” comuniste (come sostiene Alessandro Barbero), chi, invece per il contributo di sangue che l’Urss (dopo esserne stata complice ed alleata), dette alla sconfitta del nazismo (come sostiene Luciano Canfora), il totalitarismo comunista e l’ideologia marxista che lo ha generato godono ancora in Europa di un occhio di riguardo.

Con una recentissima legge la Repubblica ceca ha saltato il Rubicone e ha sanzionato penalmente entrambe le ideologie equiparandole. Essa prevede pene detentive (fino a cinque anni) per chiunque “costituisca, sostenga o promuova movimenti nazisti, fascisti o comunisti” ed estende la sanzione a qualsiasi movimento che “miri a sopprimere diritti e libertà fondamentali” o “inciti all’odio su base razziale, etnica, religiosa o di classe”.

La legge approvata dalla Repubblica Ceca ha avuto l’obbiettivo principale – diremmo culturale e pedagogico- di equiparare il comunismo al nazi-fascismo e penalizzare l’ideologia comunista alla stregua del nazi—fascismo e di ogni altra ideologia totalitaria: un obbiettivo comprensibile in un paese che ebbe la sventura di sperimentare il regime comunista e la dominazione sovietica per oltre 40 anni, dal 1948 al 1989.

L’unico effetto politico reale della legge sembra essere la penalizzazione del minuscolo Partito comunista di Boemia e Moravia (KSCM) che non è riuscito nemmeno ad entrare nel Parlamento di Praga e che ha un solo deputato al Parlamento europeo.    

Ma – così come è formulata- ls stessa legge va un pò oltre quel lodevole (anche se anacronistico) intento e rischia di censurare, penalizzare e criminalizzare non solo fatti concreti, ma ideologie, cioè idee ed opinioni violando il principio liberale della libertà di opinione ed espressione.

Non sono infatti giuridicamente chiari e univoci alcuni termini usati nella legge. Cosa significa “sostenere o promuovere movimenti”? La parola “movimento” è ambigua, dato che si presta a denotare non solo partiti e movimenti politici, ma anche circoli culturali o scuole di pensiero filosofico o letterario. Cosa si deve intendere poi per “sostenere o promuovere”? Si può intendere anche l’adozione e lo studio di libri di autori marxisti nell’insegnamento e nella ricerca in campo storico o filosofico? Cosa si intende poi per “incitamento all’odio” comunque motivato? Non si rischia così di penalizzare anche critiche o giudizi politicamente scorretti o opinioni contrarie al mainstream?

La legge ceca sarebbe stata più chiara se fosse stata formulata in maniera tale da penalizzare i fatti – in sostanza l’uso pratico della violenza e gli atti concreti di intolleranza- rinunciando a perseguire l’ideologia, cioé le idee e le opinioni.

Per questa ambiguità la legge ceca riapre un dibattito già percorso nella riflessione liberale e ripropone vecchie domande:

Si può restare tolleranti anche con gli intolleranti? Le libertà di opinione e di espressione devono essere assolute o devono essere limitate quando le idee professate minaccino la sopravvivenza dell’ordine liberale? In questi casi eccezionali è ammissibile la censura e il divieto di diffondere quelle ideologie? Si possono arginare le idee penalizzandole? E poi anche d’altra parte: bandire un’ideologia illiberale non rischia di valorizzarla conferendole un’aura di martirio ed un fascino da “frutto proibito”? Non si rischia vietandola di spingerla nell’ombra, dove può radicalizzarsi senza controllo? Non sarebbe forse meglio penalizzare gli atti concreti di violenza ed intolleranza lasciando libere le idee e le opinioni, ancorché aberranti e illiberali?

Il filosofo liberale Karl Popper, pur affermando che non si può essere tolleranti con gli intolleranti, alla fine scelse di raccomandare, per contrastarli più efficacemente, il confronto aperto e non quello censorio.

Ma bisogna intendersi su quello che ciò significa.

I movimenti totalitari dovunque abbiano preso il potere, lo hanno fatto cancellando sistematicamente libertà, diritti, pluralismo la stessa vita dei dissidenti. Il comunismo è stato la forma più estrema di totalitarismo perché ha cancellato anche il diritto di proprietà e l’economia privata di mercato (il capitalismo), mentre il fascismo ed il nazismo (che nacquero dal socialismo nazionalista e massimalista) si sono limitati ad un controllo politico dell’economia capitalista e dei capitalisti.

Quei movimenti non sono stati semplici ideologie, visioni del mondo e della politica, ma sono stati soprattutto partiti armati che hanno praticato la violenza prima della presa del potere e il terrore dopo avere preso il potere. Essi  hanno potutto prendere il potere solo perché erano sostenuti da organizzazioni paramilitari: i soldati e i marinai armati per i comunisti di Lenin e Trotzki, le SA per i nazisti di Hitler, le squadre e poi la “milizia” per Mussolini. 

Senza le loro organizzazioni paramilitari, quei movimenti probabilmente non avrebbero potuto prendere il potere e poi conservarlo con il terrore sanguinario. In questo senso il regime fascista italiano, dopo la presa del potere, è stato un “totalitarismo imperfetto” perché, pur avendo praticato la violenza prima e dopo la presa del potere, non ha praticato un vero terrore sanguinario.

Per questo vietare le opinioni e le idee (comuniste o altre) non sembra la strada giusta. Né teoricamente né praticamente. Si dovrebbe vietare allora lo studio e i libri di Karl Marx e degli altri filosofi o scrittori comunisti anche in sede di insegnamento e di ricerca storica? E si dovrebbero vietare anche quelli di tutti coloro che in qualche modo li abbiano sostenuti? Quale è il confine – e chi lo stabilisce- tra studio e propaganda? E dove ci fermiamo? Bandiremo anche i libri di Gramsci e dei filosofi di Francoforte e di tutti i compagni di strada dei comunisti? Sono una pletora! Non si rischia, vietandoli e vittimizzandoli, di valorizzarli e di attirare su di loro una immeritata attenzione?

Credo che il vero punto da sanzionare non siano le idee e le teorie, per quanto perniciose, ma la loro costituzione in organizzazioni che pratichino con atti concreti la violenza e l’intolleranza comunque motivata. Queste ultime sì non vanno tollerate e vanno invece vietate e sanzionate, ma – a rigor liberale- non le idee e le opinioni.

È stato questo finora (correttamente) in Italia l’orientamento del legislatore e della giurisprudenza italiani nell’interpretazione del divieto costituzionale posto alla ricostituzione del partito fascista e della controversa “legge Mancino” che pure contiene alcune potenziali derive verso la criminalizzazione delle idee e delle opinioni sotto lòa veste dell’ “incitamento all’odio”. È questa la ragione per cui un saluto romano o un gagliardetto di qualche marginale “nostalgico” (data la giobane età anche fuori tempo) non viene considerato (ripeto giustamente) un reato. 

In Italia, dove per fortuna, a differenza della Repubblica ceca, non c’è stata mai un’esperienza del comunismo al potere, prevale ancora oggi un atteggiamento maggioritario che conferisce al marxismo e al comunismo l’attenuante delle buone intenzioni e del contributo alla sconfitta del nazi-fascismo. Ciò avviene anche perché in Italia vi è stato un Partito comunista (il più forte dell’Occidente) che ha partecipato alla resistenza anti-fascista, ha contribuito alla formulazione della Costituzione e, come un Giano bifronte, grazie all’alto livello dei suoi dirigenti, ha saputo tenere insieme con ambigue acrobazie dialettiche e retoriche, l’immagine di partito al tempo stesso social-democratico riformista e rivoluzionario marx-leninista, occidentale e filosovietico. Con il suo volto riformista ha contribuito spesso al miglioramento delle condizioni del proletariato e della masse popolari. Con il suo volto rivoluzionario, auspicando la fuoriuscita dall’economia di mercato e dal sistema liberale, ha ostacolato la modernizzazione dell’Italia ed ha favorito la scissione ideologica e la de-solidarizzazione dalla civiltà cristiana e liberale di una grande parte dell’intellighenzia e di una parte delle masse popolari italiane,

 Per tutte queste ragioni nel futuro prevedibile dell’Italia non sembra esserci una condanna netta del comunismo né sul piano culturale e pedagogico e su quello penale,  come sarebbe un divieto di ricostituzione del Partito comunista, come esiste per quello fascista. In Italia come del resto anche in Repubblica ceca la prospettiva comunista non esiste più come non esiste più quella fascista che in buona parte fu favorita nel primo dopoguerra dal timore per il pericolo di una rivoluzione bolscevica. Quelle due prospettive totalitarie sono morte per sempre. Riposino in pace. Dalle loro ceneri non sembrano nascere nuovi partiti comunisti o fascisti. A parte personaggi folkloristici e marginali che ripropongono quelle esperienze testardamente e velleitariamente nell’indifferenza generale, ne nascono anche personaggi niente affatto antipatici né pericolosi per la democrazia, come Marco Rizzo. Chi può averne paura?

La legge ceca non rappresenta quindi un esempio da seguire in Italia. Meglio lasciare al dibattito culturale e storico il compito di una ineluttabile condanna del comunismo internazionale e degli effetti complessivi di quel Giano bifronte che è stato il Partito comunista italiano.   

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  • Redazione

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