L’Italia non ha preso coscienza del suo ruolo di snodo strategico fondamentale
Le dichiarazioni del segretario generale della NATO, Mark Rutte, sui circa 500 voli partiti dall’Italia hanno acceso uno scontro immediato.
Da una parte le accuse al governo di aver coinvolto il Paese nella guerra contro l’Iran; dall’altra la replica dell’esecutivo, che ha precisato come si trattasse esclusivamente di attività logistiche e di supporto, non di missioni d’attacco.
Fermarsi alla polemica significa osservare soltanto la superficie, le parole di Rutte sollevano una questione molto più ampia. Ogni volta che una crisi internazionale si trasforma immediatamente in uno scontro politico interno, vale la pena chiedersi chi tragga beneficio da un’Italia sempre più frammentata e polarizzata.
L’Italia non è un Paese qualsiasi, è uno dei principali hub logistici della NATO nel Mediterraneo, uno snodo essenziale per le operazioni verso il Medio Oriente e l’Africa, un nodo energetico divenuto ancora più rilevante dopo la riduzione della dipendenza europea dal gas russo e un crocevia destinato ad assumere un ruolo crescente nelle infrastrutture digitali del continente. Chi influenza la capacità decisionale dell’Italia, indirettamente influenza anche una parte dell’equilibrio europeo.
Questo scenario assume un significato ancora più profondo se si osserva ciò che sta accadendo nel Mediterraneo. Negli ultimi anni non si stanno ridefinendo soltanto gli equilibri politici, ma anche quelli logistici, energetici e digitali.
Il Canale d’Otranto, spesso percepito come un semplice tratto di mare tra Italia e Albania, è in realtà uno dei passaggi marittimi più importanti dell’Europa meridionale. È l’unico accesso naturale tra il Mare Adriatico e il Mediterraneo, attraverso questo corridoio transitano i collegamenti navali diretti ai principali porti italiani e balcanici, mentre nelle sue vicinanze convergono infrastrutture decisive per il futuro del continente.
Proprio in questo punto approda il TAP (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che trasporta il gas proveniente dall’Azerbaigian fino alle coste pugliesi, contribuendo alla diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei.
Nello stesso spazio si sviluppa inoltre una rete sempre più strategica di cavi sottomarini per le telecomunicazioni che collegano Europa, Balcani, Grecia, Mediterraneo orientale e Nord Africa. Energia, dati, logistica e sicurezza convergono così nello stesso spazio geografico.
Anche l’Albania sta assumendo una rilevanza crescente. L’isola di Sazan, situata proprio all’ingresso del Canale d’Otranto, rappresenta un punto di osservazione privilegiato su uno degli accessi più sensibili all’Adriatico.
Chi presidia quel tratto di mare non osserva soltanto il traffico navale, ma un’area nella quale convergono interessi militari, commerciali, energetici e digitali.
Osservati singolarmente, il TAP, il Canale d’Otranto, i cavi sottomarini, la crescente centralità dell’Albania e dell’isola di Sazan potrebbero sembrare questioni distinte, ma in realtà fanno parte dello stesso spazio strategico.
Sono sottili fili, tasselli di una nuova geografia del potere nel Mediterraneo, nella quale energia, infrastrutture digitali, rotte commerciali, sicurezza marittima e capacità militare non rappresentano più ambiti separati, ma componenti di un unico sistema.
Questa convergenza spiega perché l’Italia sia oggi al centro di un’attenzione internazionale crescente. Chi influenza anche uno solo di questi elementi finisce inevitabilmente per incidere sugli altri.
Per questo motivo la stabilità politica e la capacità decisionale del nostro Paese non sono soltanto questioni interne, sono diventate un fattore geopolitico di rilevanza europea e mediterranea.
È in questa prospettiva che va letta la guerra ibrida, non come una sequenza di operazioni clandestine, ma come una competizione permanente nella quale informazione, comunicazione, pressione diplomatica, narrazione mediatica e polarizzazione diventano strumenti di potere.
È però necessario evitare semplificazioni.
Ad oggi non esistono prove pubbliche che dimostrino un’azione coordinata tra Russia e Stati Uniti finalizzata a destabilizzare il governo italiano. Le due potenze perseguono interessi differenti e, su molti dossier, apertamente contrapposti.
Gli Stati Uniti hanno interesse a preservare un’Italia affidabile all’interno dell’Alleanza Atlantica e capace di sostenere gli equilibri strategici nel Mediterraneo.
Le tensioni emerse negli ultimi mesi tra Washington e Palazzo Chigi, comprese le critiche rivolte da Donald Trump a Giorgia Meloni, possono essere interpretate come strumenti di pressione politica affinché Roma assuma posizioni maggiormente allineate agli interessi americani su alcuni dossier internazionali.
La Russia, al contrario, considera da anni la dimensione cognitiva e informativa parte integrante della competizione strategica. Per Mosca, qualsiasi elemento che contribuisca ad aumentare le divisioni interne nei Paesi occidentali rappresenta un’opportunità per ridurne la coesione e la capacità decisionale.
Le finalità, quindi, non coincidono. Washington punta a consolidare il sistema delle alleanze; Mosca mira a renderlo meno coeso. Ma attenzione, perché entrambe le dinamiche finiscono per esercitare pressioni sul dibattito pubblico italiano.
Ed è qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della competizione geopolitica contemporanea.
L’obiettivo non è necessariamente provocare la caduta di un governo, molto più spesso è sufficiente costringerlo a concentrare gran parte del proprio capitale politico sul fronte interno, riducendone progressivamente la capacità di incidere sul piano internazionale.
Un esecutivo impegnato quotidianamente a difendersi dalle polemiche, a gestire una polarizzazione permanente e a ricomporre continue fratture politiche dispone inevitabilmente di minori margini per negoziare con forza nei tavoli internazionali, esercitare leadership nel Mediterraneo, sviluppare una strategia energetica di lungo periodo o promuovere iniziative autonome di politica estera.
È una dinamica ampiamente descritta negli studi sulla guerra ibrida e sulla competizione tra potenze. Non sempre l’obiettivo consiste nel sostituire un governo. Talvolta è sufficiente limitarne la libertà d’azione, logorarne il capitale politico e ridurne il peso strategico.
In questa situazione si inseriscono anche attori politici che, indipendentemente dalle loro intenzioni, contribuiscono a ridefinire gli equilibri del consenso. Figure come Roberto Vannacci, capaci di intercettare una parte del malcontento e di polarizzare il dibattito, modificano inevitabilmente il sistema politico.
Non perché rappresentino necessariamente uno strumento della competizione geopolitica, ma perché i loro effetti sul quadro interno possono essere osservati e sfruttati da attori esterni interessati a un’Italia meno coesa.
Per certi aspetti il fenomeno richiama quanto avvenne con il Movimento 5 Stelle tra il 2005 e il 2009.
Pur appartenendo a culture politiche profondamente differenti, entrambe le esperienze si inseriscono in una trasformazione iniziata con la crisi della Prima Repubblica nel 1992, quando si incrinò il rapporto di fiducia tra cittadini e partiti tradizionali.
Da allora il sistema politico italiano è entrato in una lunga fase di frammentazione, nella quale nuovi soggetti hanno periodicamente intercettato quote di consenso rimaste prive di rappresentanza.
È proprio questa la vulnerabilità che dovrebbe far riflettere.
Una nazione che interpreta ogni crisi internazionale esclusivamente come uno scontro interno finisce per consumare il proprio capitale politico nella competizione domestica, mentre gli altri attori continuano a perseguire obiettivi strategici di lungo periodo.
Forse, allora, la domanda non è chi abbia vinto la polemica nata dalle parole di Rutte. La vera domanda è un’altra: l’Italia è pienamente consapevole del ruolo che oggi occupa?
Mentre il Mediterraneo ridisegna le proprie rotte energetiche, si moltiplicano i corridoi logistici, crescono le infrastrutture digitali, aumentano gli investimenti sui cavi sottomarini e il Canale d’Otranto assume una centralità sempre maggiore, l’Italia è diventata uno dei principali punti di convergenza di questi interessi. Non è più soltanto un Paese dell’Europa meridionale, è uno snodo strategico fondamentale.
La competizione tra le grandi potenze si misura sempre più con la capacità di influenzare il processo decisionale degli Stati, orientarne il dibattito pubblico, rallentarne le scelte strategiche e assorbirne il capitale politico.
È questa la forma più sofisticata della guerra ibrida contemporanea: non conquistare un territorio, ma condizionare le decisioni di chi lo governa. Ed è forse questa la riflessione più importante che dovremmo trarre dalle parole di Mark Rutte.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


