La minaccia di Teheran è per gli europei una concreta realtà – Il riarmo fuori scala dell’Unione Europea
Come ho già scritto, nell’intervista a Maurizio Belpietro, nell’ambito del “Giorno della Verità”, Giorgia Meloni ha detto una cosa fondamentale che, però, ha delle conseguenze.
Il nostro presidente del Consiglio ha detto che “noi non possiamo oggettivamente consentire che il regime degli ayatollah si doti di testate nucleari nel momento in cui ha anche – e ce lo ha ampiamente dimostrato – missili a lungo raggio. Non solo gli Stati Uniti o Israele, noi non ce lo possiamo permettere”.
Per essere conseguenti è necessario considerare che l’Iran dei pasdaran e degli ayatollah è un Paese governato da fanatici assassini che da quando sono al potere hanno dichiarato e dichiarano di voler estirpare della faccia della Terra Israele. Una banda di assassini che ha mandato a morte migliaia di persone e che solo nel gennaio scorso ha ucciso 36 mila persone.
La buffonata del controllo dell’AIEA serve solo a chiudere un conflitto ai fini delle elezioni di medio termine, ma i fanatici sciiti la bomba atomica, prima o poi, tenteranno di averla e allora anche l’erbivora Europa dovrà mettere in cantiere di metterci del suo e non di stare a vedere cosa fanno gli Stati Uniti.
È solo questione di tempo, ma il tema si riproporrà, perché gli assassini fanatici sono tali e tali rimangono.
Lo stesso dicasi per la difesa della libera navigazione negli stretti, questione che riguarda i commerci mondiali e che non può soggiacere a una bada di assassini.
Ora, dopo questa premessa, arriviamo alla questione di fondo.
Gli Stati europei, in particolare quelli che partecipano all’Alleanza Atlantica, devono chiudere, il più alla svelta possibile, la vicenda ucraina e concentrare le risorse per dotarsi di armamenti che siano atti a una difesa reale di possibili attacchi missilistici, cibernetici o, comunque, di guerra ibrida.
Al netto dei bolliti e dei falliti, a cominciare da chi guida, si fa per dire, l’Unione Europea, è necessario prendere atto del fatto che Donald Trump ha usato nei confronti dell’Iran la mano leggera, in quanto esistono da anni piani di attacco ai terroristi iraniani ben più consistenti.
Ci sono, infatti, piani storici USA (contingency plans) per operazioni militari contro l’Iran studiati da varie amministrazioni: era Bush, Obama, Trump 1.0.
Non si è mai trattato di piani pubblici per un’invasione di terra su larga scala tipo Iraq 2003, ma di Conplan (concept plans) e Oplan per strike aerei massicci, raid speciali e opzioni limitate.
Ecco i principali piani, basati su report giornalistici o su documenti declassificati.
Support Sentry (2018/2019, era Trump) è un Conplan segreto del Pentagono per una guerra con l’Iran. Era un piano di contingenza ampio (concept plan) finanziato nel budget classificato. Includeva preparazioni per operazioni contro obiettivi iraniani in caso di crisi (nucleare, missili, ecc.). Non dettagliato pubblicamente, ma indicava pianificazione seria.
Piani Bush (2005/2007).
Seymour Hersh (New Yorker, 2006) rivelò piani estesi per una campagna aerea massiccia su siti nucleari, missilistici e infrastrutture. Includeva ricognizioni segrete in Iran da parte di forze speciali USA per raccogliere dati di targeting, contatti con gruppi etnici anti-regime (kurdi, baluci, ecc.) e opzioni per sabotaggi. Bush aveva autorizzato lo Strategic Command a preparare un “global strike plan” contro armi di distruzione di massa iraniane. Si discuteva anche di bunker-buster (anche tattici nucleari, poi smentiti ufficialmente). L’obiettivo era distruggere il programma nucleare e potenzialmente favorire un cambio di regime. Generali erano scettici sul successo e sui rischi di escalation.
Piani Bush/Obama.
Conplan 8022 (dal 2003 circa), per strike rapidi contro WMD (armi di distruzione di massa) di avversari come Iran o Corea del Nord. Oplan 8010 (e varianti): piani strategici nucleari e convenzionali che includevano opzioni contro Iran tra gli avversari (insieme a Cina, Russia, Corea del Nord, ecc.). Focus su strike globali rapidi.
Questi piani erano di emergenza, non ordini esecutivi e si basavano su scenari come accelerazione nucleare iraniana o chiusura dello Stretto di Hormuz.
I piani non prevedevano un’invasione di terra a causa della conformazione del terreno iraniano, della sua estensione e della sua intensa popolazione e si sviluppavano con strike aerei e navali, controllo di isole o terminal petroliferi (vedi Kharg), raid speciali.
Come si può ben vedere Donald Trump non ha inventato niente.
Se si parla di un’ipotetica strategia europea in uno scenario di grave crisi con l’Iran, la priorità, dal punto di vista militare e politico, sarebbe quasi certamente la deterrenza e la difesa, non la preparazione a un’aggressione.
Attualmente non esistono indicazioni pubbliche che facciano ritenere probabile un attacco militare diretto dell’Iran contro il territorio europeo; le principali preoccupazioni riguardano piuttosto terrorismo, operazioni clandestine, attacchi informatici e minacce contro interessi europei all’estero.
Una strategia difensiva europea potrebbe comprendere: rafforzamento delle difese aeree e antimissile, con sistemi in grado di contrastare missili balistici, missili da crociera e droni; potenziamento dell’intelligence e della cooperazione tra i servizi europei per prevenire attentati e attività di spionaggio; maggiore protezione delle infrastrutture critiche (energia, telecomunicazioni, porti, reti elettriche); rafforzamento delle capacità di difesa cibernetica contro eventuali attacchi informatici; miglioramento della prontezza delle forze armate e dell’interoperabilità all’interno della NATO e dell’Unione europea.
Se, in un’ipotesi, un’aggressione militare apparisse “necessaria”, gli obiettivi sarebbero normalmente quelli di neutralizzare la minaccia con il minimo livello di escalation possibile; proteggere la popolazione civile e le infrastrutture critiche; mantenere il sostegno tra alleati; predisporre un piano per la gestione della crisi dopo le ostilità.
Dal punto di vista degli studi strategici, una crisi tra Europa e Iran verrebbe analizzata attraverso alcuni concetti fondamentali e non verrebbe vista solo come un confronto militare convenzionale.
Il pensiero strategico contemporaneo considera la forza militare come uno strumento inserito in una strategia più ampia che comprende diplomazia, economia, intelligence e cooperazione internazionale.
A questo punto, sorge inevitabile la domanda: l’attuale riarmo europeo, così com’è programmato, è consono a queste possibili esigenze o, più semplicemente, è finalizzato all’obiettivo di dare risposte alla deindustrializzazione di altri settori?
Non v’è dubbio che nelle strategie europee attuali ci sia una forte componente economica.
L’industria della difesa è uno dei pochi comparti ad alta tecnologia in cui l’Europa mantiene competenze avanzate: aerospazio, elettronica, radar, cantieristica, propulsione, materiali avanzati, software.
Investire in questi settori significa: sostenere occupazione altamente qualificata; preservare filiere industriali strategiche; finanziare ricerca con ricadute civili (i cosiddetti “dual use”); ridurre la dipendenza da fornitori extraeuropei.
Storicamente non è una novità. Negli Stati Uniti, durante la Guerra Fredda, la spesa per la difesa ha contribuito allo sviluppo di tecnologie poi utilizzate nel settore civile, come internet, il GPS e numerose innovazioni nel campo dei semiconduttori.
La questione cruciale è se l’attuale piano europeo sia ben calibrato.
C’è, prima di tutto, il rischio di una corsa agli armamenti poco coordinata, in cui ogni Stato acquista sistemi diversi, con duplicazioni, costi elevati e scarsa integrazione.
Questo è uno dei problemi storici della difesa europea: l’Europa dispone di numerosi modelli di carri armati, aerei e sistemi d’arma, molto più frammentati rispetto agli Stati Uniti.
Tuttavia, il riarmo, così come è attualmente concepito, risponde ad una politica industriale. In questo quadro, aumentare la spesa militare servirebbe a compensare il rallentamento di altri comparti, come l’automotive tradizionale, la siderurgia o parte della meccanica pesante, mantenendo occupazione e capacità produttive. Non significa che la minaccia sia inesistente, ma che la risposta venga progettata anche con obiettivi economici.
Se l’obiettivo è aumentare la sicurezza europea, molti esperti ritengono che investimenti coordinati in difesa aerea e missilistica, capacità industriale per produrre rapidamente munizioni, cyberdifesa, intelligence, mobilità militare e interoperabilità offrano un rendimento strategico maggiore rispetto a programmi nazionali frammentati o a piattaforme molto costose, ma disponibili in numeri ridotti.
Il tema di fondo, che ci riporta ad un eventuale conflitto con l’Iran, dovuto alla sua volontà di avere l’atomica e, quindi, di essere una minaccia anche per l’Europa, è se gli Stati europei possono fare a meno della tecnologia USA nel settore della difesa.
Bisogna distinguere tra produrre armi e produrre tutte le tecnologie necessarie per un sistema d’arma moderno.
L’Europa è già molto forte in diversi settori.
Tra i punti di forza ci sono: aeronautica militare (ad esempio i programmi europei di caccia); cantieristica navale militare; sommergibili convenzionali; missili (probabilmente uno dei comparti più competitivi al mondo); elicotteri; artiglieria terrestre; radar; guerra elettronica; motori diesel navali e terrestri.
In molti di questi campi l’Europa non solo è autosufficiente, ma esporta con successo.
Dove, invece, la dipendenza dagli Stati Uniti rimane significativa è nelle cosiddette capacità abilitanti.
Per esempio: satelliti militari: gli europei dispongono di ottime capacità, ma la rete statunitense è molto più estesa e integrata; intelligence globale: gli USA hanno una copertura satellitare, aerea e di intercettazione difficilmente eguagliabile; trasporto strategico: spostare rapidamente decine di migliaia di uomini e mezzi resta un punto di forza americano; rifornimento in volo: senza di esso molte operazioni aeree a lunga distanza sarebbero molto più difficili; difesa antimissile su larga scala; componenti elettronici avanzati, soprattutto alcuni microprocessori e tecnologie sensibili.
C’è, poi, un altro aspetto meno visibile, ma strategico. Molti sistemi europei incorporano componentistica americana. Prendiamo un aereo da combattimento europeo: può essere progettato e costruito in Europa, ma contenere chip, sensori, software, componenti avionici o armamenti statunitensi. Questo crea una dipendenza sia industriale sia politica.
Un caso emblematico è il caccia di quinta generazione F-35 Lightning II. Diversi Paesi europei lo hanno acquistato perché offre capacità molto avanzate e una forte interoperabilità con la NATO. Tuttavia, ciò comporta anche una dipendenza dagli Stati Uniti per aggiornamenti software, logistica e parte della manutenzione.
In definitiva, oggi l’Europa potrebbe probabilmente sostenere una difesa convenzionale del proprio territorio con un grado di autonomia crescente, ma farebbe ancora molta fatica a condurre operazioni militari complesse e prolungate su scala globale senza il supporto statunitense.
Se quanto detto da Giorgia Meloni nella prima parte di questo articolo è vero, la collaborazione degli Stati europei con gli USA è attualmente e ancora per molto tempo ineliminabile e, poiché la minaccia iraniana è reale, è necessario pianificare le misure necessarie.





