di Marianna Montrone
Rivolta studentesca, gli universitari chiedono la possibilità di studiare fuori la propria sede certi di trovare case in affitto a prezzi calmierati e accessibili.
Il problema non è odierno ma ha radici remote e mai risolte. Gli elementi da analizzare sono molteplici e complessi da considerare nel loro insieme per fare un punto sullo stato dell’edilizia residenziale in Italia.
Se vogliamo affrontare tale questione è necessario ampliare il dibattito partendo da un tema centrale : la Rendita Immobiliare e la Proprietà Privata.
Iniziamo da una piccola e sommaria degressione. A partire dallo Statuto Albertino (art. 29) si stabiliva che tutte le proprietà sono inviolabili rispetto ai poteri pubblici. Con l’art.42 della Costituzione si afferma che la proprietà privata è si’ riconosciuta dalla legge, ma spetta a quest’ultima definire i modi di acquisto e di godimento in modo da assicurare la funzione sociale e renderla accessibile a tutti. Con l’art. 29 della legge n. 865 si stabilisce che per l’edilizia pubblica è necessario valutare una quota che va dal 40%-70% di aree necessarie per soddisfare il fabbisogno complessivo di edilizia abitativa del periodo in esame.
Questo sintetico excursus storico e per alcuni fuori luogo (ma così non è), fa capire come ci sia sempre stato un dibattito aperto per favorire da un lato la proprietà privata e dall’altro una attenzione ai fabbisogni della popolazione e dei ceti meno abbienti.
Negli ultimi decenni la proprietà privata nel campo dell’edilizia, in soprattutto nel settore residenziale, sembra che stia imponendo costi insostenibili, in particolare nelle grandi città italiane. Tali costi comportano un significativo arricchimento dei proprietari ed un ulteriore impoverimento della società. Da tutto questo discendono negatività per l’intero sistema economico, poiché il tutto drena le già limitate risorse finanziarie degli affittuari, i quali avranno ben poco da spendere altro.
Per tali ragioni, le grandi città grazie alle rendite immobiliari a favore di pochi frenano i consumi generali, stante gli affitti elevatissimi per case e fondi commerciali, il che comporta anziani allo sbaraglio, perché impossibilitati ad accedere ad un affitto viste le loro pensioni, giovani alla ricerca di una improbabile soluzione per far fronte ad una famiglia, etc.
Negli anni ’80 lo stato italiano pensò di avvalersi della legge sull’equo canone per calmierare il mercato immobiliare impazzito. Solo lo Stato può intervenire sul tema dell’edilizia residenziale a tutto tondo attraverso strumenti che prevedano la realizzazione di case popolari, case per anziani, case per giovani famiglie altrimenti non si arriverà mai ad una soluzione che faccia fronte ai molteplici problemi che il tema in esame comporta.
Difronte alla emergenza abitativa ci possono essere molteplici soluzioni che, peraltro, a suo tempo studiai per la città di Firenze:
innanzitutto coinvolgere il Demanio Comunale; considerare le aree dismesse e le costruzioni fatiscenti o inutilizzate; riutilizzare le vecchie fabbriche in disuso, caserme ed altre proprietà comunali o regionali o statali.
Con tali recuperi è possibile realizzare residenze per giovani, famiglie, anziani, in quanto i beni immobili presenti nelle grandi città sono tantissimi, poco utilizzati o male utilizzati. Senza considerare gli edifici semiabbandonati dai privati e dai soggetti pubblici.
Una ulteriore alternativa rigurda le case vendute all’asta. La loro vendita porta disperazione ai vecchi proprietari per creare poi un ulteriore arricchimento ai soliti “Ignoti”. Perché non fare in modo che tali beni messi all’asta a cifre modeste rispetto al loro valore commerciale non siano messi in uno specifico fondo pubblico.
Una problematica del genere, così amplia e complessa, necessita di analisi approfondite e di conseguenti azioni, caratterizzate da equilibrio ed efficacia.
Per tornare alle residenze private, sempre nelle grandi città, assistiamo ad una nuova operazione: l’inquilino può prendere in affitto un immobile a patto che versi, in maniera cautelare, una quota di 12 mesi in banca più due mesi di caparra più una mensilità per agenzia più il canone d’affitto a partire dal primo mese, stando quanto si può rilevare, non di rado, sul mercato.
nelle città turistiche è in pratica impossibile accedere ad una casa in affitto. In primis perché gli affitti sono carissimi, ma soprattutto perché sul mercato esistono soltanto case-vacanza, case ammobiliate, B&B (fra l’altro la maggior parte dei B&B non sono a norma, fanno concorrenza sleale agli alberghi. I prezzi per una notte sono molto simili a quelli alberghieri, ma sono privi di servizi adeguati. Consideriamo che i B&B erano nati per dare la possibilità a persone umili di poter affittare nella propria casa una o due stanze, invece siamo arrivati a sistemi speculativi sugli immobili per di più esentasse!).
In tale marasma bisogna che ci sia una logica.
Mi viene in mente, giusto per cronaca, che il Portogallo esasperato da tale situazione ha deciso di porre una soluzione abbastanza azzardata: visto che il Portogallo è assaltato dal turismo (e questo ben venga) ha deciso che tutte le case sfitte vengano prese in affitto dallo Stato per un tempo concordato dietro pagamento di un canone equo in modo che lo stesso le possa riaffittare ai cittadini.
Senza avere la pretesa di esaurire una problematica così rilevante, prendendo atto dello stato di emergenza che, anche al rigurdo, sta vivendo il nostro paese: fermo restando che il diritto alla proprietà privata è sacrosanto e intoccabile, urge un provvedimento che riesca a calmierare i prezzi di mercato atraverso modalità che possano tutelare il diritto alla rendita e il diritto alla casa in una società civile quale la nostra.
Tornando agli studenti fuori sede è giusto che essi capiscano che il tema è complesso, come ho cercato di dimostrare, e che non riguarda solo il loro diritto. Il tema non è attuale ma è sempre esistito con l’unica differenza, lasciatemelo dire: un tempo le famiglie si sottoponevano ad enormi sacrifici per sostenere un figlio universitario fuori sede, i ragazzi facevano di tutto pur di raggiungere i propri obiettivi di studio. La domanda sorge spontanea, cosa vogliono gli studenti di oggi? Forse la stessa cosa che volevamo anche noi? Ebbene c’è soltanto una piccola differenza, noi non pretendevamo…..noi ci adeguavamo! Alcuni di noi erano più fortunati e riuscivano a studiare facendo una vita agiata mentre altri no, ma tutti andavamo avanti se credevamo davvero in quello che stavamo facendo. Noto una certa arroganza nel pretendere diritti, sicuramente sacrosanti ma talvolta non obbligatoriamente dovuti. Niente deve essere preteso, bisogna adeguarsi alle difficoltà che fanno parte della vita di tutti e che hanno fatte parte della nostra in tempi che furono.




