Manterranno la loro validità fino alla naturale scadenza indicata sul documento
Miracolo. Le carte di identità cartacee non scadono più il 3 agosto. Persino Tom Cruise, nel prossimo Mission Impossible, sarebbe stato sconfitto nel tentativo di prenotare online un appuntamento all’anagrafe per ottenere quella elettronica.
Lo sapevano pure i paracarri delle provinciali più sperdute che era pura follia, eppure la burocrazia – forse governata da persone che vivono su Marte – aveva deciso che nei giorni della partenza delle ferie estive tutti dovessero aver già fatto il cambio.
Sette anni fa l’ennesimo regolamento europeo – tipo quello che determina la grandezza dei baccelli dei piselli – aveva stabilito la data di morte del documento cartaceo. Il problema è che nessuno nelle inaccessibili stanze se ne era ricordato. Sino allo scorso maggio.
È facile immaginare la scena, una polverosa pila di pratiche cade fortuitamente e nel tirarle su qualcuno viene colpito dalla data scritta in alto. Preoccupato che possa interferire sulle sue ferie, legge e caracolla.
Deve essere nata così la campagna che avvertiva i cittadini: “Se non è elettronica, non vale”, ovviamente fuori tempo massimo per permettere ai cittadini di mettersi in regola.
Ma questo è solo l’ultimo caso e neanche il minore di una serie di cappellate che meriterebbero un film tragicomico.
Prendiamo il SISTRI, meglio conosciuto come DISASTRI, anno 2010. Qualcuno al Ministero dell’Ambiente ha un’idea geniale e decide che i rifiuti speciali vanno tracciati elettronicamente.
Idea nobile. Esecuzione: centinaia di migliaia di imprese costrette a comprare chiavette USB e scatole nere – sì, come quelle degli aerei – da collegare ai camion. Costo medio: 3.500 euro a ditta, solo per l’attrezzatura.
Peccato però che il sistema non abbia mai funzionato. Per un decennio le scatole nere sono rimaste nei garage, i token nelle scrivanie e i rifiuti hanno continuato imperterriti a seguire le stesse strade. Costo totale dell’esperimento: 141 milioni di euro.
Ma come per le carte di identità, ogni tanto un colpo di fortuna sveglia chi può decidere. Nel 2019 diventa chiaro che era solo un costoso abbaglio della burocrazia. Al punto che il Ministro dell’Ambiente lo definisce testualmente “uno dei più grandi sprechi nella gestione dei rifiuti speciali” e lo abolisce.
Sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico. Il giorno dopo è cominciata la progettazione del sostituto. Si chiama RENTRI. Ha scadenze progressive. Nel 2026. Nessuno è preoccupato.
Capitolo spiagge. Questo è un capolavoro che ha un nome e cognome e, praticamente, un protagonista unico: Romano Prodi. Il profeta dell’euro che non ne azzecca una. Quello che disse che con la nuova moneta, noi italiani “lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”. Amen.
Era il 2004. Prodi presiedeva la Commissione europea e sotto il suo tetto nasceva la direttiva che stabilisce che le concessioni balneari vanno assegnate con gara pubblica.
L’idea è di un tal Frits Bolkestein, olandese di Amsterdam, ex dirigente Shell, che non ha mai piantato un ombrellone in vita sua, ma che ha deciso come l’Italia deve gestire 7.500 chilometri di spiagge.
Prodi anziché mandarlo a quel paese e prenderlo a pizze in faccia, annuisce e fa finta di niente.
Colpo di scena: nel maggio 2006 Prodi torna in Italia come Presidente del Consiglio. E a dicembre dello stesso anno il Parlamento europeo approva proprio quella direttiva. Il padre la partorisce a Bruxelles, il premier la riceve a Roma.
Stessa persona. Ma non muove un dito: né per applicarla, né per respingerla. Forse un improvviso barlume gli fa comprendere che a gestire le spiagge ci sono migliaia di famiglie italiane, che di quello vivono. O, forse, semplicemente spera che il problema si risolva da solo.
Nel 2008 Prodi cade e la patata bollente finisce nelle mani di Berlusconi. Che fa l’unica cosa sensata: proroga. Da lì in poi, il diluvio: proroga nel 2012, proroga nel 2018, proroga nel 2020.
Nel 2021 il Consiglio di Stato dice basta: scadenza tassativa al 31 dicembre 2023. Il governo fortunatamente proroga, legiferando di nuovo.
L’Europa apre una procedura di infrazione. Il governo proroga di nuovo, al 2027. Per prendere tempo, viene istituito un tavolo tecnico incaricato di dimostrare che le coste italiane non sono una “risorsa scarsa”, perché la direttiva si applica solo in caso di scarsità.
Vent’anni di resistenza per non spostare un ombrellone. Dieci governi di ogni colore uniti dall’unica cosa che sanno fare: prorogare. Mentre a Prodi sarebbe bastata una presa di posizione netta.
Ma c’è di meglio, molto di meglio. La madre dei cretini è sempre incinta, soprattutto a Bruxelles.
Sarà perché è andato a dormire sbronzo di alcool o di frescacce ambientaliste – che nessuno si azzardi a parlare di soldi senza le prove – ma sta di fatto che qualcuno una mattina si è svegliato e ha fatto in modo che l’Europa decidesse che dal 2035 non si venderanno più auto a benzina e diesel.
Una devastante rivoluzione industriale calata dall’alto, senza un euro di accompagnamento. I costruttori europei vengono subito minacciati e ricattati, così obbediscono obtorto collo.
Il risultato sono centinaia di miliardi investiti o meglio bruciati nella scomposta corsa alla riconversione elettrica, Volkswagen taglia stabilimenti, Stellantis in cassa integrazione. Un trionfo.
La Cina, che di batterie ne produceva già in quantità olimpiche, non ha neanche fatto un inchino per dire grazie. Chissà se mai scopriremo se abbia ringraziato qualcuno segretamente.
Ora, dopo le rivolte degli ingrati consumatori, retrogradi e quindi pure fascisti, che non hanno abbracciato la via delle auto a pile, e prima ancora che il divieto divenga effettivo, la stessa Commissione che l’ha imposto si è trovata a dover trattare le deroghe.
A Bruxelles sono abituati da anni a ritrovarsi coperti di sterco di vacca da parte degli allevatori e hanno capito che stavolta sarebbe andata molto peggio.
Così le ibride, forse, si salveranno. I biocarburanti forse rientreranno. Il taglio delle emissioni forse scenderà dal 100% al 90%. L’unica certezza è che i soldi sono già stati dilapidati, le fabbriche già chiuse e i posti di lavoro già persi.
La lista delle genialate imposte da chi non ha la minima idea delle conseguenze sarebbe infinita, ma dato che siamo sul web eccone una con cui ognuno deve fare i conti, senza comprendere il perché.
I cookie. Ogni giorno circa 450 milioni di europei cliccano “accetta” su finestre che non leggono, per dare un consenso che non capiscono, a un tracciamento che prosegue comunque.
La Commissione, dopo anni, ha ammesso che non funziona. La soluzione che ora studiano è far scegliere le preferenze dal browser una sola volta per tutte.
Esattamente quella che un qualsiasi quattordicenne avrebbe suggerito il giorno prima di scrivere la direttiva. Ma al quattordicenne nessuno l’ha chiesto.
Carta di identità, SISTRI, spiagge, auto elettriche, cookie. Cinque capitoli dello stesso film, con la stessa trama,
Qualcuno che non ha mai fatto una fila in un ufficio pubblico, non ha mai gestito un chiosco su una spiaggia, non ha mai guidato un camion e non ha mai comprato un’utilitaria con i propri soldi, decide come devono vivere milioni di persone.
Fissa una scadenza, non predispone nulla per rispettarla e quando il disastro diventa evidente proroga, deroga, istituisce un tavolo tecnico.
Il regolamento europeo sulla carta di identità, da cui è partita questa storia, è stato nel frattempo dichiarato invalido dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Base giuridica sbagliata, dicono i giudici di Lussemburgo.
L’Italia si è dunque messa sull’attenti per un regolamento che neanche chi l’ha concepito è riuscito a scrivere bene.
Tom Cruise, alla fine, può stare tranquillo. La missione non era impossibile. Era semplicemente insensata.





