
La tempistica conta. In questo caso, riguardante l’aggressione di Hamas a Israele, ancora di più.
La Guerra in Ucraina langue e, al netto del vociante socialista iberico Borrell, che conta più o meno niente, i Paesi occidentali stanno dicendo, alcuni chiaramente, altri in codice, che la partita è chiusa. Ovviamente per chiuderla è necessario che Washington e Mosca decidano come. Sarà brutale dirlo, ma Kiev non conta nulla. L’Ucraina è uno Stato fallito, guidato da un ex attore che dipende da quello che decide Washington. Triste realtà.
La Russia ha ottimi rapporti con l’Iran, che fornisce droni e altro per la guerra in Ucraina. Con l’Iran ha ottimi rapporti anche la Cina. Cina e Russia hanno messo in atto politiche di avvicinamento tra Arabia Saudita e Iran e sono entrate, con indubbia capacità diplomatica, negli affari mediorientali.
In buona sostanza, Cina e Russia sono diventati attori attivi negli equilibri geopolitici della regione.
Biden si è giocato l’Arabia Saudita accusando Bin Salman per l’omicidio di Jamal Khashoggi, trattando il principe saudita con la classica supponenza Dem Usa, salvo poi inginocchiarsi per poter avere garanzie sul petrolio. Evidentemente l’inginocchiamento è servito a poco. Proseguendo un’idea assolutamente fuori da ogni logica, Biden ha tentato di riattivare i rapporti con l’Iran, Paese al quale ha concesso anche 6 miliardi di finanziamenti. Anche in questo caso, finanziamenti a fondo perduto e con il risultato che si sta vedendo.
Per chiudere la guerra in Ucraina, che agli Usa sta costando un disastro interno, è necessario dialogare con la Russia e per evitare che si infiammi l’intero Medioriente è necessario che gli Usa dialoghino con Russia e Cina.
Al G20 è stato dato il via al corridoio delle merci, alternativo alla via della seta, che collegherà l’India all’Europa, passando per Arabia Saudita e Israele, per approdare al Pireo e, dalla Grecia, all’Europa.
Un corridoio di questa natura comporta due piccoli particolari: un accordo stabile tra Arabia Saudita e Israele e la messa in discussione della proprietà cinese del porto del Pireo, regalo della politica della Troika europea che ha distrutto la Grecia.
Dietro le quinte si vede anche l’Africa, dove Cina e Russia sono presenti e controllano gran parte delle materie prime e dove Israele ha stabilito buono rapporti con alcuni Paesi.
Come spiega l’Ispi (Istituto di politica internazionale), il 22 luglio 2021 l’Unione Africana (UA) ha riconosciuto allo Stato di Israele lo status di membro osservatore. Dopo anni di alternanti rapporti, nel 2017 il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha prommosso la “new strategy for Africa” intraprendendo un tour diplomatico in Ruanda, Etiopia, Kenya e Uganda.
Il Primo ministro, afferma l’Ispi, ha insistito sugli elementi comuni tra Israele e Africa facendo leva sul sostegno che Israele offre nel settore della sicurezza, avendo promosso sin dal 2019 incontri con i quadri dell’intelligence di Ciad, Sudan e Uganda.
Nel 2020 gli Accordi di Abramo hanno dato luogo alla normalizzazione diplomatica con Marocco e Sudan.
La strategia israeliana in Africa è mossa innanzitutto da un particolare interesse verso il Mar Rosso, bacino cruciale per i traffici commerciali, porta di accesso per l’Oceano Indiano e area su cui si affaccia Eilat, estrema punta del paese.
In Sudan e in Eritrea Israele ha dovuto concorrere con l’Iran, dove Teheran ha sfruttato i propri legami per rifornire di armi Hamas e ha stretto legami con Asmara per l’utilizzo dei porti di Assab e Massaua, strategici per l’accesso allo stretto di Bab-el-Mandeb.
Stiamo parlando del controllo dei colli di bottiglia del Mar Rosso.
I servizi segreti israeliani collaborano con le autorità di diversi paesi, in particolare di Ciad, Tanzania, Ghana e Senegal per fornire strumenti operativi contro eventuali attacchi terroristici.
La strategia israeliana si dispiega anche attraverso attività di cooperazione nel campo agricolo e tecnologico.
Nel febbraio 2022 lo status di membro osservatore di Israele nell’Unione Africana è stato sospeso.
Come si può arguire anche da questo breve riassunto dello scenario, l’attacco di Hamas si inserisce in una rete di rapporti che ripropongono pienamente la questione che ormai è all’attenzione di tutte le cancellerie occidentali, ossia la necessità di aprire una fase di trattative a largo raggio che porti ad un nuovo equilibrio mondiale, che non può più essere quello che vede gli Usa come gendarme del mondo e l’Europa come utile idiota green, imbeccillita da politiche dettate da ideologie green fuori dalla realtà.
E’ ora di mettere mano alla multipolarità. E qui casca l’Asinello, ossia il Clan Clinton, che è l’artefice di tutti i disastri degli ultimi decenni.





