Home Politica estera BOMBA IRANIANA, I CAVILLI DI CHI ASPETTA LA ‘PISTOLA FUMANTE’

BOMBA IRANIANA, I CAVILLI DI CHI ASPETTA LA ‘PISTOLA FUMANTE’

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di Lucio Leante

Due dichiarazioni, rese a distanza di pochi giorni, dal direttore argentino dell’Aiea, Rafael Grossi, sono destinate a passare alla Storia per avere influenzato le opinioni pubbliche, le posizioni di varie forze politiche, e persino le decisioni di governi, sul conflitto tra Israele e l’Iran.

Con una prima dichiarazione Grossi, illustrando il 12 giugno alla stampa una risoluzione ufficiale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha fornito argomenti solidi per sostenere che gli ayatollah stiano in effetti costruendo ordigni nucleari. Gli israeliani hanno interpretato quella risoluzione come l’atteso “casus belli” per attaccare immediatamente il giorno seguente gli impianti nucleari e missilistici iraniani.

Con una sua seconda dichiarazione del 18 giugno, lo stesso Grossi si è affannato a precisare a diversi media internazionali che l’Aiea (ovviamente) non è in grado di “affermare che al momento in Iran ci sia uno sforzo sistematico per produrre un’arma nucleare”. “Questo non lo abbiamo mai detto” – ha aggiunto. Ed è vero e ovvio. L’Aiea ha forti limitazioni istituzionali.

Molti commentatori hanno interpretato (erroneamente) la sua seconda dichiarazione come un “dietro-front”. Solo sei giorni prima lo stesso Grossi giovedì 12 giugno, aveva affermato: “l’Aiea non è in grado di dire se il programma nucleare iraniano sia esclusivamente pacifico”.

Aveva detto la stessa cosa, ma con un accento diverso ed anzi opposto. E’ stato come descrivere un bicchiere prima come “mezzo pieno” e poi “mezzo vuoto”. L’apparente discrepanza rivelava soprattutto il suo imbarazzo e il tentativo di difendersi dalle accuse iraniane di avere, con la sua prima dichiarazione, “provocato” lui l’attacco israeliano del giorno successivo. Grossi in realtà quel giorno si era limitato a illustrare alla stampa una risoluzione approvata a maggioranza dagli stati (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e altri 15 paesi) sulla base dei rapporti degli esperti dell’Aiea. Erano stati questi ultimi (e non Grossi) con quella risoluzione a denunciare “rilevanti violazioni” degli impegni che lasciavano sospettare inquietanti “deviazioni” di Teheran verso armamenti nucleari.

Eppure l’ultima dichiarazione di Grossi è bastata a molti commentatori per dimenticare questi fondati sospetti e per accusare Israele di avere attaccato proditoriamente l’Iran senza una “prova certa” e senza una vera necessità di autodifesa sia pure preventiva.

Un esempio per tutti: la direttrice dell’Istituto di Affari Internazionali, Natalie Tocci, in un’apparizione televisiva, sosteneva, citando norme di diritto internazionale, che non bastavano indizi e nemmeno l’evidente volontà iraniana di costruire ordigni nucleari, perché l’attacco israeliano fosse giustificato. A questo fine -diceva- sarebbero state necessarie prove concrete della materiale costruzione di quegli ordigni. Si guardava bene dal chiedersi: “come procurarsi prove materiali di attività evidentemente coperte dal segreto di stato più profondo?”. Né si chiedeva: “cosa succederebbe a Israele se le prove materiali giungessero troppo tardi?”. Dettagli?

Anche altri commentatori in questi giorni sono sembrati quasi suggerire che il governo israeliano, prima di decidere si suoi attacchi agli impianti nucleari e missilistici iraniani, avrebbe dovuto aspettare che la volontà dell’Iran di dotarsi di ordigni nucleari fosse provata “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Provata da chi? L’Aiea può trovare solo indizi, non prove. Si domanda a Israele un’impossibile “probatio diabolica” delle reali intenzioni iraniane, quasi come se l’arena internazionale fosse l’aula di un tribunale o un convegno di giuristi. Le “pistole fumanti”, se esistono come sospetta l’Aiea (e come è praticamente certo), sono segretissime, nascoste e dissimulate.

Se Israele, seguendo quelle pretese causidiche, avesse esitato -o se esitasse- avrebbe potuto (potrebbe) andare incontro un brutto giorno a una tragica sorpresa. Chi si sente di escluderlo? E allora? chi si assumerebbe quel giorno la responsabilità dell’esitazione fatale? Chi difenderebbe Israele? La signora Tocci? I signori commentatori? I pacifisti di sinistra?

Con motivazioni pacifiste la galassia della sinistra radicale italiana mette in scena oggi pomeriggio (sabato 21 giugno) una nuova manifestazione sostanzialmente anti-israeliana. La manifestazione ufficialmente è “contro il riarmo europeo” e “contro tutte le guerre”, ma anche “contro il “genocidio di Gaza” e contro la guerra israeliana in Iran. Vi sventoleranno in abbondanza bandiere palestinesi e vi echeggeranno slogan anti-israeliani e filo-Hamas e filo-iraniani. Il PD non aderisce, ma manda “solo” una delegazione.

I leader di sinistra e vari commentatori, nelle loro dichiarazioni, premettono sempre di avversare il regime teocratico e totalitario iraniano e, di essere contrari alle armi nucleari, ma aggiungono subito dopo un “però”, e sciorinano varie ragioni per “condannare” ancor più il governo israeliano: “Israele ha aggredito l’Iran senza prove certe” oppure “c’era tempo: gli attacchi sono stati prematuri”. E comunquw: “è lo stato di Israele l’aggressore, l’Iran è l’aggredito”- dicono. Già sentito!

La richiesta della “pistola fumante” ed altri cavilli lasciano intravvedere un atteggiamento pregiudizialmente anti-israeliano e sostanzialmente pro-iraniano. Al tempo stesso quei causidici commentatori dimenticano allegramente l’esistenza di quelli che potremmo definire “indizi gravi, precisi e concordanti”, (che di solito bastano a fare condannare a decine di anni un presunto assassino). Quegli indizi sono contenuti proprio nella già citata risoluzione dell”Aiea, ma vengono “dimenticati” da quei commentatori che si mostrano “garantisti” solo nei confronti del regime iraniano.

In quella risoluzione si denuncia soprattutto il fatto che l’Iran, unico paese al mondo, ha accumulato una notevole quantità di uranio arricchito fino al 60%. In poco tempo – dicono i tecnici dell’Aiea- si può arrivare, a quel 90% necessario per la costruzione in tempi relativamente brevi di “una decina” di ordigni nucleari. Teheran dice che il duo programma prevede solo “scopi civili”, senza precisare quali. Ma per far funzionare una centrale atomica basta un 3,5% e per fornire propulsione nucleare ad una nave o a un sottomarino basta un 20% di uranio arricchito. Come si spiega la volontà di arricchire l’uranio a quei livelli se non con la volontà di costruire armi nucleari?

Non è poi indicativo e sospetto il fatto che Teheran, proprio per la sua pervicace volontà di continuare in quell’arricchimento anche oltre il 60%, abbia fatto fallire il recente negoziato bilaterale con gli USA, facendo “perdere la pazienza” a Donald Trump?

La stessa risoluzione accusa Teheran di essere recidiva nella violazione delle regole e nell’occultamento delle sue vere intenzioni. Secondo quanto denunciato dalla risoluzione dell’Aiea, ci sono almeno tre siti, Lavisan-Shian, Varamin e Turquzabad, che sono stati utilizzati per attività nucleari ma che non sono stati dichiarati dall’Iran. Viene anche evidenziato come nel laboratorio di Jabr Ibn Hayan ci siano stati in passato esperimenti con materiale nucleare non dichiarato. E vi si sottolinea il fatto che, nonostante le varie richieste, l’Iran non abbia fornito spiegazioni tecnicamente credibili sulla presenza di particelle di uranio manipolato in siti non dichiarati.  

Infine c’è un chiaro indizio, che è il “movente”. La repubblica islamica dell’Iran quel movente lo ha persino inscritto nella sua Costituzione: la distruzione dell’entità sionista e la sua cancellazione dalla carta geografica – come la stessa guida spirituale, Ali Khamenei usa ricordare lasciando intendere che “Allah lo vuole”. Nel 2021 il parlamento iraniano approvò una risoluzione in cui si stabiliva l’impegno pubblico e religiodo di provocare, entro il 2041 la fine di Israele.

Ma questo chiaro movente e tutti gli indizi non bastano a dissolvere i dubbi di molti causidici commentatori e pacifisti a senso unico. Qualcuno di loro, per sminuirne l’importanza, sta persino ricordando il famigerato precedente della “provetta” mostrata truffaldinamente dall’allora segrretario di Stato americano Colin Powell alla vigilia dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Come a dire che gli israeliani starebbero barando come barò Powell. In realtà il paragone non regge. Nel caso dell’Iran ci sono indizi seri, gravi, precisi e concordanti e, soprattutto, c’è un movente dichiarato (e genocida).

Nonostante i dubbi e i cavilli di tanti, il caso iraniano è chiaro. Ci sono abbastanza elementi fattuali per farsi un’idea precisa della realtà “al di là di ogni ragionevole dubbio”: gli ayatollah stanno costruendo l’arma nucleare con il deliberato proposito di distruggere Israele e la sua popolazione.

Ma per qualcuno nessun indizio o prova basterebbe mai a placare la sua avversione per Israele (e per la civiltà occidentale).

 

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  • Redazione

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