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BISOGNA RITROVARE LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

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di Antonio Foccillo
 
Per i tanti accadimenti di questi ultimi decenni sono convinto che bisogna imporre, nel dibattito politico, economico e sociale, di nuovo il concetto di Etica. L’Etica deriva dal greco ethos (comportamento, costume, anche apparire, carattere o temperamento). Il termine è introdotto nel linguaggio filosofico da Aristotele, il quale sostenne che l’etica è quella parte della filosofia che studia la condotta, i criteri di base ai quali si valutano i comportamenti e le scelte che la determinano e le valutazioni morali. Aristotele teorizzava che la buona comunicazione deve avere tre parametri fondamentali: l’ethos, generatore di prestigio della fonte, il pathos, per attrarre e affascinare, il logos, ovvero il discorso capace di dare vita ad un’opinione positiva e al desiderio di condivisione delle idee comunicate.
Solo successivamente l’ethos è connesso alla morale (vedi Isocrate Panegirico) e nella Polis del sec. V, i primi a porre il problema morale nel senso filosofico sono Socrate e i sofisti. Socrate, considerato il padre fondatore dell’etica[1], incentra la sua teoria sul comportamento dell’uomo, ma a differenza dei sofisti per Socrate l’etica non è insegnabile (anche per Isocrate): il filosofo può solo aiutare gli allievi a partorirla da soli. Per Platone[2], come per Socrate, non può essere insegnata o trasmessa verbalmente[3], poiché la sua essenza non può essere oggetto di una discussione pubblica; soltanto il sapiente potrà riconoscere l’indefinibilità assoluta del bene, possedendo la scienza di ciò che è utile per la comunità intera.  
La riflessione occidentale sull’etica dopo Socrate, Platone ed Aristotele, è approfondita dalla Scolastica, ma si afferma in modo deciso soprattutto con l’illuminismo e in particolare con Immanuel Kant, che tenta di definire i presupposti razionali dell’agire morale dell’uomo, richiamandosi alla necessità di un’etica del tutto svincolata da ogni finalità esteriore e impostata su un rigoroso senso del dovere.
Oggi si parla di etica morale, di etica professionale, etica dell’impresa, etica di mercato, di bioetica, tutto riconducibile all’etica deontologica, cioè a quell’insieme di teorie etiche basate sul principio che fini e mezzi sono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, il che significa che un fine giusto sarà il risultato dell’utilizzo di giusti mezzi.
Mentre, l’etica sociale investe quella vastissima area della morale, che tende a fissare i principi necessari alla costruzione di un’ordinata convivenza civile. Essa è una disciplina che appartiene alle scienze morali che stabilisce: il comportamento etico tra le relazioni sociali.
L’etica sociale, si sviluppa, in particolare, in relazione alla moderna separazione tra pubblico e privato e dei concetti di sovranità e libertà. Più in particolare essa giungeva, perciò, a definire, alla metà del XIX secolo, il primato dell’homo oeconomicus, che si fondava sull’esaltazione dell’essere umano, nato per identificarsi a pieno con i mezzi e con le finalità del sistema industriale. Successivamente, alla metà del XX secolo, le categorie dell’etica hanno fatto registrare un inquietante e pericolosissimo cortocircuito, i cui effetti, tuttora, si avvertono in un’Europa, che non è, ancora, in grado di darsi una consolidata ed universalmente accettata identità politica, capace di superare i particolarismi ed i molteplici focolai di nazionalismi. Alla fine, la quarta rivoluzione tecnologica, che ha modificato, profondamente, le abitudini di vita e di lavoro di diverse decine di milioni di individui ha impresso una vera svolta alle riflessioni in materia anche di etica sociale. Per effetto dell’informatica e poi della telematica, tutti i cittadini sono stati indotti a rivoluzionare sia i tempi, sia i costi, sia le modalità di espletamento delle loro quotidiane attività.
Anche i sistemi della democrazia politica e, soprattutto, di quella economico-finanziaria hanno subito, così, una trasformazione profonda ed irreversibile, che non è paragonabile a nessuna altra innovazione, precedentemente, intervenuta nella storia dell’uomo. Cosicché i fondamenti, ormai consolidati, dell’etica sono stati messi in discussione, se non rovesciati, alla luce dell’incessante innovazione tecnologico-industriale, che, in pochissimi anni, ha inciso sui destini dell’umanità, molto più profondamente, di quanto, invero, non avessero fatto le ideologie, i sistemi filosofici e, persino, le stesse religioni.
Ogni tanto nei vari discorsi di intellettuali e politici si torna a parlare di etica, parola che era scomparsa dal lessico dominante, tanto che chi accennava all’etica era accusato di moralismo. In generale, è ancora così, perché ancora prevale la logica del profitto, del potere e della fama. Chi è ricco o potente o famoso merita ammirazione e rispetto. Ogni altra considerazione o modo di pensare è considerato noioso, bigotto, antiquato e irrilevante.
In questo contesto sta rispuntando la parola “etica”, che viste le contingenze, desta naturalmente qualche sospetto. Comunque l’etica può e deve ritrovare il suo ruolo centrale, non solo nelle grandi prospettive della cultura e dell’economia, ma anche in ogni aspetto dell’attività concreta. È venuto il momento di rimetterla in evidenza fra i ferri del mestiere dell’agire sociale, collettivo e privato. Non dobbiamo più vergognarci di parlarne in modo chiaro e schietto, né di metterla in pratica e trarne un vantaggio competitivo, ed essendo la competizione finalizzata all’azione virtuosa e socialmente utile diventa diametralmente opposta all’attuale finalità dell’agire sociale e politico.
Nell’attuale congiuntura economica, particolarmente difficile, che vede il nostro Paese arrancare nella competizione globalizzata dei mercati ed incapace di sviluppare quella coesione e unità di intenti, necessarie a risollevare le sorti nazionali, le questioni della solidarietà, della coesione, della legalità e dell’etica devono acquisire un’inevitabile centralità nel dibattito politico e culturale anche a fronte delle quasi quotidiane notizie che rivelano il malcostume e la corruzione, che caratterizzano quasi in ogni ambito la vita di un’Italia, che ai più appare come un Paese con il sistema economico e sociale nazionale ormai al collasso, ingessato da caste arroccate nella difesa dei propri privilegi e sorde alle istanze dettate dall’interesse generale.
La società non può essere compresa tutta nel mercato e nelle sue regole, tanto più che finora si è sottratto a qualsiasi e seppur minimo complesso di norme che nel regolarlo gli avrebbero conferito qualche legittimazione.
Non è da nascondere che per dominare gli eccessi del mercato bisogna anche agire educando le persone ad partecipare salvaguardando innanzitutto la propria libertà ed esercitando le più ampie capacità critiche, fondamentali in un sistema perverso, pubblicitario e informativo, che spesso altera la stessa formazione dell’opinione pubblica e il sistema di controllo popolare, incidendo negativamente sulla cultura di massa.
In gioco sono la funzione delle regole e il comportamento democratico delle istituzioni, la speranza di legalità della politica e nella politica, con sempre maggiore difficoltà di controllo delle operazioni politicamente rilevanti.
Sono problematiche che riguardano tutti noi, il nostro diritto a vivere in un Paese che deve recuperare il senso dell’etica per avere la forza e la capacità di allontanare chi disattende le regole e le leggi del vivere civile. E in questo delicato momento il sistema accademico e scolastico deve contribuire per educare i giovani e la futura classe dirigente a comportamenti corretti non solo in termini professionali ma anche etici.
Purtroppo, nella società odierna si è inaridito qualsiasi elemento valoriale, le stesse “ideologie” sono state considerate frutto del passato, da superare ed, infatti, i partiti hanno eliminato i loro simboli, tratti distintivi delle loro diversità politiche, sostituendole con i segni del leaderismo per cui alla denominazione del partito, che sinteticamente richiamava i propri obiettivi politici, si è sostituito il cognome del loro segretario ed i cittadini sono diventati solo degli spettatori, chiamati solo ad applaudire o meno questo o quel leader.
Si è puntato sempre più sull’apparire che sull’essere, basti pensare ad un fiorire di trasmissioni televisive in cui tutti cercano di affermare il loro io, i cui fini sono esclusivamente edonistici e mi riferisco a quel derivato nel campo etico dell’empirismo gnoseologico, che dopo aver negata alla conoscenza umana la possibilità di raggiungere, oltre i fatti d’esperienza, valori d’ordine spirituale assoluto, ne fa conseguire l’inopportunità di porre questi valori a fondamento e norma della vita morale e della felicità; di conseguenza è facile sostituire ad essi il criterio immediato e concreto della soddisfazione, piacere, godimento che le singole azioni sono in grado di procurare all’individuo.
Questi fenomeni hanno toccato tutti i campi e hanno creato sconcerto e incertezza nei giovani, soprattutto in quelli che si stanno formando, creando crisi di identità e falsi miti, in una mancanza di certezza verso il domani ed una sfiducia verso tutto e tutti.
La crisi dei valori, dunque, appare funzionale allo sviluppo di un modello di società, quello neoliberista, che non ha bisogno di cittadini dallo spirito critico, ma di cittadini illusi. Illusi di essere liberi e meritevoli, anche quando non lo sono, che individuano il nemico sempre in chi è il suo concorrente.
In tutto questo troppo poco tempo dedichiamo ai problemi degli altri e troppo poco ci facciamo guidare dall’indignazione. Tutto ci scorre addosso, sulla nostra indifferenza e molto rimane senza risposta.
Noi dobbiamo indignarci, quando è licenziato un lavoratore; dobbiamo indignarci, quando muore una persona sul lavoro; dobbiamo farlo, quando un anziano non sa come vivere; dobbiamo indignarci, quando un giovane non trova lavoro o lo trova, ma è sfruttato. Altrettanto dobbiamo fare, quando sono sperperati i soldi pubblici, quando il malaffare prevale sulla politica, quando un amministratore non si preoccupa dei suoi concittadini, quando tutto è lasciato al caso.
Qualcuno potrebbe osservare che questa mia tesi genera conflittualità, ma non è così. Il compito degli intellettuali di questo paese è quello di contribuire a costruire una società più giusta e la difficoltà dipende principalmente dall’estrema debolezza della considerazione sociale della coesione e solidarietà, che impediscono di chiamare in causa chi amministra fraudolentemente la cosa pubblica.
È necessario quindi partire insieme alla ricerca dei fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati. Questa etica sociale, contrapposta sia al liberismo selvaggio, sia all’autoritarismo illiberale, prevede che una serie di regole definiscano i diritti ed i doveri: qualcosa talmente semplice da apparire superato ad osservatori opportunamente distratti dalla sofisticata propaganda che sostiene il nuovo corso mondiale e che se non adeguatamente contrastata, porta al concreto rischio di involuzione democratica, poiché diffonde e giustifica la tesi secondo la quale le regole sono un ostacolo per la crescita e i diritti, un modo per rimanere fuori dal contesto competitivo mondiale.
Occorre ricreare presupposti per parlare alle persone, smuovere apatie, far diventare sogni realtà, altrimenti ognuno di noi si chiuderà in se stesso e non riuscirà a partecipare o a rappresentare la società e le sue articolazioni.
Se crediamo ancora nella funzione sociale che viene dalle idee, dai progetti e dalle aspirazioni allora le scelte devono saper aggregare le richieste di equità sociale e prospettare un orizzonte in cui a tutti è data l’opportunità di realizzare le proprie aspirazioni.
Bisogna tornare a volare alto e ricreare una cultura di idee che sia sostenuta dalla partecipazione dei cittadini attraverso strutture politiche e sociali caratterizzate dal proprio retroterra valoriale, fatto di tradizione (il proprio dna) e modernità (fatto di pragmatismo) a cui potersi ancorare e far battaglie politiche con il fine però di costruire un modello di società coeso e solidale.
Dobbiamo riappropriarci della nostra esistenza di uomini che vivono in questo presente, con una responsabilità che si estende anche sul futuro e sulle generazioni a venire. Facendo ciò potremmo esercitare quella libertà e quella responsabilità che sono i caratteri distintivi dell’uomo.
 
[1] Questa affermazione non è storicamente vera poiché prima di lui affrontano il tema Senofane(570 a.c) Solone,  Pitagora (575 ac), Empedocle (490) ed infine i Sofisti (489) contro cui si scaglia Socrate, infine è noto che l’etica ricoprì un ruolo importante nel pensiero di Prodico(460ac), tanto da essere apprezzato e citato da Senofonte, Platone e Socrate (che talvolta  si dice addirittura suo allievo). E l’attenzione del sofista Prodico alla sfera della morale e dell’etica mette in crisi il pregiudizio che vede i sofisti come strenui sostenitori del relativismo etico).
[2] Nel Menone fa dire a Socrate: “Se la virtù ha le caratteristiche di essere buona, utile e giovevole, ne conseguirà che la virtù richiede ragionevolezza, conoscere e sapere. Ma se la virtù si basa su questi tre precetti, ne risulta che è scienza, e che non la si può possedere in maniera innata, ma dev’essere trasmessa; allora, se può essere trasmessa, e dunque insegnata, la virtù è scienza ed è insegnabile.”
[3] «La veduta che Isocrate afferma nel breve discorso programmatico (“Contro i sofisti”, ndr) è diametralmente opposta al principio socratico e platonico dell’”insegnabilità” (didaktòn) della virtù: non si può istillare con l’insegnamento la saggezza e la giustizia nelle “cattive nature”: si può invece apportare un notevole miglioramento con “lo studio dell’eloquenza politica”» [cfr. L.Canfora, Storia della letteratura greca, Laterza, 2001, pag. 417]

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