
di Giuseppe Augieri
22 Aprile 1966 -Martin Luther King intervistato da Ruggero Orlando, traccia un distinguo fra non resistere al male e resistere con la non violenza. Riassumo.
«La sottomissione, l’accettazione, la passività non alleviano l’oppressione e l’ingiustizia, la reazione violenta incoraggia il crescere della violenza e della repressione. La non violenza è un’azione, non una reazione.
Si dice che l’azione nonviolenta sia debole o che rifiuti il conflitto. Al contrario, l’azione nonviolenta apre e gestisce i conflitti. Cammina nel conflitto, sfida l’ingiustizia e lavora per il cambiamento. Prendere parte ad un’azione diretta nonviolenta richiede coraggio, un coraggio che non ha bisogno né desiderio di armi e scudi. Un coraggio che cammina con dignità nel conflitto, che sfida l’ingiustizia e lavora con forza per il cambiamento.»
Un discorso straordinariamente difficile: ma Martin Luther King Jr ha vinto, con essa, una grande battaglia. Non del tutto: ancora oggi quella ingiustizia combattuta resta. Ma tanto di quella battaglia vinta si è nutrita della non violenza e della violenza fatta su di lui.
La sua dottrina si basa su cinque capisaldi. Cito i primi tre, particolarmente illuminanti:
1) la continua ricerca della verità. 2) il rifiuto dell’idea che il fine giustifichi i mezzi. 3) il principio del “non offendere”. Sembrerebbero affermazioni che non hanno bisogno di commenti o di approfondimenti. Non è così. Perché quei principi richiamano all’obbligo della responsabilità e della testimonianza o, se si vuole, in termini laici, della militanza. E vanno visti in questa ottica.
1) Verità: sempre, anche quando non ti fa comodo; mai come arma contro.
2) I mezzi per raggiungere il fine: nessun obiettivo può piegarsi alla logica della necessità, o della immanenza al punto da trascurare il come realizzarlo. E l’etica, la morale, l’umanità, l’empatia, la solidarietà non sono solo concetti astratti quando si opera.
3) Non offendere: anche in uno stato di aperto conflitto, non si deve fare ricorso alla violenza né fisica né verbale nei confronti dell’avversario. Verbale, non solo fisica: implica che si debba rispettare la dignità umana di ogni individuo, anche quando si è in disaccordo. La ricerca di come evitare l’uso di parole o di come evitare azioni che possano ferire gli altri, di comunicare in modo rispettoso e pacifico, per contribuire a creare un clima di dialogo e comprensione reciproca: tutto questo impone di capire chi ti sta di fronte. Perciò mettere in discussione se stessi. Capire non significa accettare; capire non è condividere; capire non vuol dire giustificare. Capire significa avere quella umiltà. innata nelle grandi menti. Per noi da ricercare sempre.
Credo che tutti possiamo misurare la distanza che esiste tra tutto questo e ciò che invece ogni giorno facciamo. Non “gli altri”: tutti e ciascuno. La battaglia per cambiare cominci da qua.
Credo che non esista altro modo per fare una rivoluzione, oramai indispensabile, che incominciare con l’applicare questi principi, e farlo sempre. Sapendo che è difficile. Nessun aventinismo, ma ripetere il proprio “j’accuse” fino alla noia, e dopo ancora ed ancora; utilizzando i tre principi che ho richiamato. Partecipando in ogni forma possibile. Praticando rispetto. Opponendosi all’ odio. E’ l’unica proposta che so fare.
«Sono preoccupato per un mondo migliore. Sono preoccupato per la giustizia; sono preoccupato per la fratellanza; sono preoccupato per la libertà. E quando si è preoccupati di queste cose, non si può predicare la violenza. Perché attraverso la violenza puoi uccidere un assassino, ma non puoi uccidere l’omicidio. Con la violenza puoi uccidere un bugiardo, ma non puoi stabilire la verità. Con la violenza puoi uccidere una persona che odia, ma non puoi uccidere l’odio attraverso la violenza. L’oscurità non può cancellare l’oscurità; solo la luce può farlo.»
Appunto. Bisogna accenderla, la luce.





