Home Politica estera BIDEN, UNA STRATEGIA SENZA I FONDAMENTALI

BIDEN, UNA STRATEGIA SENZA I FONDAMENTALI

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Sul giornale di ieri, l’ambasciatore Cosimo Risi, scrive che i presidenti Usa “democratici, meno i repubblicani, coltivano a fine mandato l’ambizione di portare la pace in Medio Oriente”.

Nel maggio scorso il Consigliere della Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, in visita a Riad, ha auspicato la costruzione di una rete, ferroviaria e marittima, che unisca Medio ed Estremo Oriente, dall’Arabia Saudita all’India, che vada a configurare una risposta americana alla Nuova Via della Seta cinese. Con il sogno che un giorno, magari non lontano, la rete possa includere anche Israele.

A proposito dell’idea di Joe Biden di portare la pace in Medio Oriente, Cosimo Risi, scrive: “Stando alla stampa americana, il piano dovrebbe articolarsi in alcuni punti salienti: 1. l’Arabia Saudita riconosce Israele e apre la stura ai riconoscimenti di altri paesi musulmani; in cambio ottiene di essere inserita fra i paesi non-NATO che godono dell’ombrello americano di sicurezza; 2. Israele ottiene il riconoscimento saudita e, a seguire, del mondo musulmano, s’impegna a non annettere altri territori occupati e favorire la soluzione due popoli–due stati; 3. l’Autorità Palestinese ottiene il riconoscimento dei propri diritti territoriali, rifugge da tentazioni estremistiche, riceve aiuti sostanziosi dai paesi del Golfo; 4. gli Stati Uniti tornano centrali nell’area mediorientale fugando le ombre di Pechino e Mosca. Ed infine: il Presidente americano suggella il suo primo mandato con un risultato storico e prenota credibilmente il secondo”.

Confrontarsi con Cosimo Risi è un compito difficile ed è un onore per chi come me dirige il giornale sul quale l’ambasciatore scrive.

Laureato in Scienze Politiche all’Università di Napoli Federico II, Cosimo Risi, è stato in carriera diplomatica fino al 2016 e ha coperto vari incarichi alla Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione Europea, a Bruxelles. Ambasciatore e Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra e Ambasciatore presso la Confederazione Elvetica e il Principato di Lichtenstein, insegna Relazioni internazionali al Diploma Alti Studi Europei presso il Collegio Europeo di Parma e Politiche europee per la ricerca e l’innovazione presso l’Università di Napoli Federico II. Professore ospite in vari atenei, è Commendatore al merito della Repubblica italiana e commentatore di affari esteri per varie testate.

Cosimo Risi, come si può ben vedere, così come altri illustri commentatori e analisti che ci onorano della loro collaborazione, coglie nel segno mettendo in risalto il sogno americano che non si realizza mai, ma, e qui mi permetto di inserirmi con una considerazione, il motivo per il quale il sogno non si realizza mai è che ai presidenti Usa degli ultimi decenni, con l’eccezione di Donald Trump, mancano i fondamentali, perché vivono di ideologia eccezionalista e non di pragmatismo kissingeriano.

Nei giorni scorsi Benyamin Netanyahu, nel corso del Consiglio dei ministri, secondo la radio pubblica Kan, ha detto che Israele progetta una forte estensione della propria rete ferroviaria e ritiene che in futuro essa potrebbe servire anche ad assicurare collegamenti con l’Arabia Saudita. “Abbiamo varato – ha detto – un progetto denominato «Israele unito» che collegherà con una ferrovia Kiryat Shmona (Galilea nord, ndr) a Eilat (Mar Rosso). In futuro potremo inoltrare carichi di merci ai nostri porti affacciati sul Mar Mediterraneo e potremo inoltre collegare Israele con ferrovie dirette all’Arabia Saudita e alla penisola araba”.
Netanyahu ha rilasciato queste dichiarazioni mentre l’amministrazione Biden sta lavorando ad un pacchetto di intese fra Usa e Arabia Saudita che, secondo i media, potrebbero includere anche una normalizzazione delle relazioni fra Arabia Saudita ed Israele, nel contesto degli Accordi di Abramo.

Usando una metafora ferroviaria, è difficile salire in carrozza quando si è perso il treno per aver litigato con il capo stazione.

Biden è riuscito, per molti mesi, a distruggere mattone per mattone gli Accordi di Abramo per seguire le isterie della signora Pelosi, le logiche di Hillary Clinton e del suo clan, per piegare a fini interni la politica estera, perché bisognava (cosa non finita) annullare Donald Trump.

Quando in un Paese come gli Usa, che hanno la pretesa di essere il faro del mondo, ci si affida alle isterie pelosiane relative alle sceneggiate di Capitol Hill, attori cornuti compresi, si mettono sotto i tacchi gli interessi dell’America per fare gli interessi di una parte o, meglio, della parte di una parte.

Già qui i fondamentali vacillano.

Quando si insulta il principe ereditario dell’Arabia Saudita e in cambio si ottiene che Riad si affidi alla Cina per recuperare i rapporti con Teheran si è perso il treno.

Non solo.

Nel 2023, l’Arabia Saudita è entrata ufficialmente nella SCO (Shangai Cooperation Organization) come “dialogue partner” e ha fatto richiesta formale per l’ingresso nei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), come hanno fatto Iran, Emirati, Egitto, Bahrein e molti altri Paesi: decisione che verrà probabilmente presa nel vertice dell’organizzazione del prossimo 22-24 agosto a Johannesbug.

A questo punto è persino difficile avere cognizione di dove sia la stazione. Altro che treno.

A fine novembre 2020, Netanyahu, primo ministro israeliano, si è recato a Neom, città dell’ Arabia Saudita. L’incontro doveva rimanere segretissimo, ma non è passato inosservato per molto, visto che nello stesso giorno anche Mike Pompeo, segretario di Stato americano, era presente alla tavola rotonda. Seppur smentito dalla casa reale saudita, l’incontro ha avuto effetti sui rapporti fra le due nazioni in relazione a Neom (crasi di “neo” e “mustaqbal”, futuro).

Neom fa parte della Vision 2030, il progetto saudita lanciato a settembre per diversificare l’economia del Paese. Rispetto ad altri Paesi del Golfo che hanno puntato sull’innovazione, come gli Emirati Arabi (importatori, per altro, di biotecnologie israeliane), l’Arabia Saudita era rimasta indietro, ma la smart city che sta sorgendo nel deserto di fronte a Sharm El Sheikh è completamente robotizzata e alimentata da energia solare ed eolica.

Il progetto, che si estende anche in territorio giordano e che sarà collegata da un ponte, tramite l’isola di Tiran, e da un’autostrada con il Cairo (già costruita in gran parte), è strategico, in quanto riguarda anche Israele, che sul Golfo di Aqaba ha il porto di Eilat.

Aqaba

Gli israeliani hanno moltissimo da offrire: sono esportatori di tecnologie agroalimentari e di irrigazione, cybersecurity, fintech, tecnologie cloud e pionieri del digitale nell’ambito della salute.

La smart city e l’isola di Tiran, con quella di Sanafir, rientrano, necessariamente, in un accordo tra Arabia Saudita, Egitto e Israele, dopo il trasferimento, avvenuto nel 2016, delle due piccole isole del Mar Rosso sotto la sovranità saudita, cosa che ha introdotto una varabile geopolitica dagli effetti di medio e lungo termine.

Queste isole, situate nelle acque territoriali dell’Egitto, appartenevano originariamente all’Arabia Saudita e sono state cedute volontariamente all’Egitto nel 1950, a seguito della richiesta saudita di proteggerle da un’eventuale invasione israeliana. Nel 1967, il blocco degli stretti di Tiran da parte dell’Egitto fu considerato da Israele il casus belli che diede origine alla “Guerra dei sei giorni”. La restituzione ai sauditi, pertanto, poteva essere giudicata una violazione degli accordi di pace stretti da Il Cairo e da Gerusalemme nel 1979. Le due isole furono restituite all’Egitto da parte di Israele solamente nel 1982, come stabilito dagli accordi di Camp David. Da allora, l’Arabia Saudita ne aveva sempre reclamato la proprietà, anche se non in maniera troppo insistente per non aprire relazioni diplomatiche dirette con Israele. La cessione è stata il culmine di una serie di consultazioni terminate con la Cairo Declaration del luglio 2015, un accordo economico e militare stipulato per rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, in cui la definizione dei confini marittimi veniva evocata come area chiave della cooperazione futura. Sebbene le due isole siano inabitate e desertiche, esse rivestono un’enorme importanza geostrategica, poiché si trovano all’imboccatura dalla quale il Mar Rosso entra nel Golfo di Aqaba.

L’Arabia Saudita, grazie alle restituzione delle due isole, controlla il traffico verso Aqaba ed Eilat, tuttavia per Israele, dal punto di vista ufficiale, la cessione non ha posto particolari problemi di principio. Il ministro della Difesa israeliano Ya’alon ha garantito che ogni passaggio diplomatico è stato supervisionato da Gerusalemme.

La cessione di sovranità richiedeva, oltre all’approvazione del Parlamento egiziano, quella del Knesset, dal momento che comportava la revisione del Trattato di pace tra Israele ed Egitto. Secondo la posizione ufficiale di Israele dell’epoca il ritorno delle isolette dall’Egitto all’Arabia Saudita avrebbe significato una rottura degli accordi. Tuttavia, da Gerusalemme venne fatto sapere che si tratta di una mera formalità e che non vi era opposizione.

Israele non sarebbe stato colto di sorpresa dal trattato in quanto avrebbe partecipato ai negoziati segreti. Attraverso gli accordi egiziano- sauditi si assisterebbe indirettamente alla costituzione di una rivoluzionaria entente cordiale israelo- sunnita anche se la relazione Israele-Arabia Saudita si è costituita già da tempo. Netanyahu stesso ha apertamente affermato che l’Arabia Saudita è un “alleato” per Israele.

Neom, ora, è una delle evidenze di quell’accordo di lunga durata tra Arabia Saudita, Giordania e Israele, anche in funzione della sicurezza di transito del Golfo di Aqaba.

Come si può ben capire, i rapporti tra Israele e i Paesi arabi proseguono indipendentemente dagli Usa di Joe Biden e grazie a quelli di Donald Trump e di Mike Pompeo.

Detto quanto sopra, a titolo di esempio, a Joe Biden e al mondo democratico Usa che lo esprime, manca il fondamentale dei fondamentali: l’affidabilità.

Le primavere arabe sono state attivate e lasciate al loro destino. Iraq e Afghanistan sono la testimonianza che gli Usa in versione Dem accendono i conflitti e poi scappano a gambe levate quando la situazione si fa difficile, abbandonando alleati e collaboratori.

Tra poco sarà così anche per Kiev, dove un attore messo a fare il presidente è già stato avvisato che l’Occidente non è Amazon (il ministro degli esteri inglese dixit) e che l’Ucraina deve ringraziare, perché nessuno è obbligato a difenderla e che armi e munizioni stanno per finire.

Nel frattempo, a proposito di affidabilità, i Paesi africani del sub Sahara si stanno affidando alla Wagner e a Putin.

Il leit motiv della favola di Cenerentola parla di sogni e di desideri.

“Che cosa sognavo?

Non posso dirlo, perché un desiderio svelato non si avvera più,

E dopo tutto…

I sogni son desideri

Di felicità

Nel sonno non hai pensieri

Ti esprimi con sincerità

Sei hai fede chissà un giorno

La sotto non ti arriverà

Tu sogna e spera fermamente

Dimentica il presente

E il sogno realtà

Diverrà

Il sogno realtà, diverrà

Tu sogna e spera fermamente

Dimentica il presente

E il sogno realtà diverrà…”

Sogna e spera fermamente?

Tuttavia se l’Occidente rinuncia alle sue radici, disprezza la propria cultura, impone un pensiero unico che vuole cancellare la storia, alimenta il pentimento di massa come se dovesse espiare colpe ataviche, sostituisce alla politica la tracotanza della finanza, piega la scienza e tradisce se stesso, che affidabilità può avere un presidente che è schiavo della cultura woke, delle logiche nefaste di Hillary Clinton, delle politiche di Ocasio Cortez?

Manca solo che si dipinga di nero il volto per essere in linea con Biancaneve e la Sirenetta in versione Disney 2023. Può aspirare al Nobel, sì, ma di Hollywood.

Come per Cenerentola per trasformare Biden in uno statista ci vorrebbe una fata, non una fatalità.

Autore

  • Redazione

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