
di Massimiliano Marzano
È utile ricordare quanto dichiarato a inizio 2023 dal Nobel per l’Economica Joseph Stiglitz in una intervista rilasciata sulle scelte di Politica Monetaria della BCE e della Fed e sull’economia UE e USA a confronto:
“Esistono fattori negativi oggettivi, a partire dalla guerra in Ucraina e ora dalla travolgente crisi Covid cinese; però l’Occidente è piegato da un equivoco di fondo: che per combattere l’inflazione occorra una massiccia dose di aumenti dei tassi. Niente di più sbagliato e controproducente”.
Cosa c’è di sbagliato nella terapia adottata dalla BCE? Spiega Stiglitz: “Tutto. A partire dall’analisi. Le economie del mondo libero rallentano, com’è inevitabile in presenza di una guerra irresponsabile come quella che muove la Russia e anche di enormi opacità da parte cinese. I prezzi salgono però da molto prima dell’invasione, e ora stanno di nuovo scendendo, magari più lentamente di come sarebbero scesi se la guerra non ci fosse stata, ma con una dinamica calante naturale”.
Ma sia la Fed che la Bce sono state accusate di essersi accorte in ritardo dell’inflazione. “E quello è stato il primo errore. Ma il secondo e più grave è stato quest’attacco tardivo e frontale che rischia di avere impatti devastanti. Si dice, per motivare questa corsa selvaggia al rialzo, che bisogna recuperare al più presto il 2%! Ma mi sembra un ragionamento farneticante. Non c’è motivo di tornare in fretta a quei livelli. Ci possono volere due-tre anni. Perché allora affrettarsi a costo di azzoppare l’economia e di creare valanghe di disoccupati? La spirale inflazionistica è già sotto controllo, e questo è quel che conta”.
Gli analisti prevedono che il 2023 sarà l’anno della recessione. Stiglitz dice la sua:
“Dipenderà da vari fattori e dall’andamento della guerra. In linea di massima direi che l’America, dotata di una forza intrinseca ancora notevole, probabilmente riuscirà a schivare di misura la recessione. L’Europa invece, più vulnerabile, non ci riuscirà, ma sarà una recessione leggera. Sulla sua durata, dipende appunto dall’atteggiamento delle banche centrali. […]
L’inflazione è da offerta, non da domanda. Sbagliato combatterla con gli aumenti dei tassi, che hanno solo l’effetto di rendere più complicati gli investimenti delle aziende che sarebbero vitali.
Più che il Pil a preoccupare è il tasso di disoccupazione che aumenta. E gli alti prezzi alimentari non scendono se aumenti i tassi, ma richiedono una revisione delle politiche agricole di aiuto, sia in America che in Europa. In altri termini, servono più severi limiti antitrust”.





