Il significato geopolitico del vertice di Gedda
È la domanda che accompagna il vertice in programma ieri a Gedda, dove il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif erano attesi per la firma di un accordo di mutua difesa che, se confermato nei termini anticipati dalle fonti diplomatiche e militari, potrebbe rappresentare uno dei passaggi più significativi nella ridefinizione degli equilibri strategici del Medio Oriente.
La risposta, tuttavia, non si trova soltanto a Gedda, si trova nella trasformazione dell’ordine internazionale.
Per decenni il Medio Oriente ha vissuto all’interno di un sistema di sicurezza costruito intorno alla presenza delle grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti. Quel modello, però, sta evolvendo.
Washington continua a essere un attore fondamentale, ma la sua strategia si orienta sempre più verso una condivisione delle responsabilità con gli alleati regionali, chiamati a garantire una parte crescente della sicurezza delle rispettive aree di interesse.
Ed è qui che dobbiamo analizzare il possibile accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.
Non si tratta soltanto di una cooperazione militare, ma del tentativo di costruire una piattaforma strategica regionale capace di rispondere autonomamente a uno scenario sempre più instabile, nel quale sicurezza, economia ed energia sono ormai elementi inscindibili.
I tre Paesi rappresentano risorse profondamente complementari.
L’Arabia Saudita è la principale potenza economica del mondo arabo, uno dei maggiori esportatori di energia e il perno finanziario del Golfo. La Turchia, negli ultimi anni, ha consolidato una delle industrie della difesa più avanzate dell’area euroasiatica, sviluppando capacità autonome nella produzione di droni, sistemi missilistici, mezzi navali e tecnologie dual use. Il Pakistan, oltre a disporre di uno degli eserciti più numerosi dell’Asia, è l’unico Paese musulmano dotato di capacità nucleare. Osservati singolarmente, sono tre attori regionali, ma se osservati insieme, delineano un asse che potrebbe estendersi dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico, dal Mar Rosso all’Oceano Indiano, interessando alcune delle rotte commerciali ed energetiche più importanti del pianeta. È difficile considerare casuale il momento scelto.
L’iniziativa arriva mentre lo Stretto di Hormuz torna al centro della diplomazia internazionale, nelle stesse ore in cui a Gedda si discute un possibile patto di mutua difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, un accordo d’emergenza della durata di sessanta giorni tra Stati Uniti, Iran e Oman punta a riaprire lo Stretto di Hormuz, dopo settimane di tensioni che hanno riportato il principale snodo energetico mondiale al centro della crisi internazionale.
L’intesa, secondo le anticipazioni, consentirebbe la ripresa della navigazione commerciale attraverso un sistema temporaneo di gestione dei transiti e un cessate il fuoco destinato, almeno nelle intenzioni, a evitare un’ulteriore escalation militare.
Ma si tratta di una soluzione provvisoria, che congela il conflitto senza affrontarne le cause profonde.
Se da una parte si cerca di garantire la continuità dei flussi energetici attraverso Hormuz, dall’altra gli Stati della regione accelerano la costruzione di nuove architetture di sicurezza.
Le due dinamiche non sono indipendenti sono la conseguenza della stessa trasformazione geopolitica.
Per questo motivo l’eventuale riconoscimento di un ruolo più incisivo dell’Iran nella gestione dello Stretto viene osservato con estrema attenzione dai mercati e dalle principali potenze.
Non è soltanto una questione militare ma una questione di controllo dei flussi economici.
Ed è probabilmente anche questo scenario ad aver accelerato la volontà di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan di rafforzare il proprio coordinamento strategico.
In un contesto nel quale i corridoi energetici diventano sempre più vulnerabili e la competizione internazionale si concentra sulle infrastrutture critiche, la sicurezza non può più essere separata dall’economia.
Il Mar Rosso continua a essere attraversato da tensioni che influenzano il commercio globale e i corridoi energetici vengono progressivamente ripensati.
Allo stesso tempo, le grandi potenze stanno ridefinendo le proprie strategie in una competizione che non riguarda più soltanto i confini, ma anche il controllo delle infrastrutture, delle catene logistiche, delle tecnologie avanzate e delle vie di approvvigionamento.
Le alleanze non nascono più esclusivamente per affrontare un conflitto armato. Nascono per garantire la sicurezza delle rotte marittime, proteggere gli approvvigionamenti energetici, assicurare la resilienza delle reti digitali, difendere le infrastrutture critiche e preservare la competitività economica.
La sicurezza militare e quella economica sono ormai parte della stessa equazione strategica. Per questo il possibile accordo di Gedda non deve essere interpretato soltanto come una risposta all’Iran o alle crisi che attraversano il Medio Oriente.
Il suo significato più profondo risiede nella volontà di costruire un sistema di cooperazione regionale capace di dialogare con tutte le grandi potenze, senza dipendere esclusivamente da nessuna di esse.
È un segnale che riflette una tendenza ormai evidente gli attori regionali cercano margini sempre maggiori di autonomia decisionale in un mondo che sta diventando sempre più multipolare.
Naturalmente, sarà necessario attendere il contenuto definitivo dell’intesa per comprenderne la reale portata.
Un accordo di cooperazione rafforzata avrebbe implicazioni diverse rispetto a un vero patto di mutua difesa con impegni reciproci formalizzati.
Ma, indipendentemente dalla formulazione finale, il vertice di Gedda rappresenta già un indicatore geopolitico di grande rilievo. Più che la nascita di una nuova alleanza, ciò che emerge è il consolidamento di una nuova mentalità strategica.
I Paesi del Medio Oriente non intendono più limitarsi a essere i luoghi dove si confrontano le grandi potenze mondiali.
Vogliono diventare protagonisti nella costruzione della propria sicurezza e del proprio futuro.
Su questo terreno da Gedda, potrebbe aprirsi uno dei capitoli più significativi del nuovo ordine internazionale.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


