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APROPOSITO DI “ASTIO” E DI PROGRESSISTI

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di Nino Orlandi

 Il Comitato centrale del Pci nel 1975 appoggiò i khmer rossi, cioè la banda di psicopatici assassini che, guidata da Pol Pot, perpetrò un vero e proprio genocidio del popolo cambogiano. Il giornalista Ettore Mo definì Pol Pot «uno degli uomini più scellerati della storia dell’umanità».
Dell’organismo dirigente che espresse la piena solidarietà agli inquietanti leader del comunismo indocinese, facevano parte, oltre ad Enrico Berlinguer, Massimo D’Alema, Giorgio Napolitano, Antonio Bassolino, Armando Cossutta. Il documento testualmente invita a «…sviluppare un grande movimento di solidarietà e di appoggio ai combattenti. Ogni democratico, ogni comunista, sia, come sempre e più di sempre, al loro fianco».
Non occorre un grande sforzo per valutare quale fu l’atteggiamento di fratellanza comunista che il Pci italiano ebbe nei confronti del compagno Saloth Sar, vero nome e cognome di Pol Pot, basta scorrere la collezione dell’Unità dell’epoca per comprendere come non esistesse alcuna remora, alcun dubbio, alcun sospetto, su questo criminale che i fatti hanno posto al pari di Hitler e Stalin.
Con toni di grande retorica Pol Pot e i Khmer rossi sono osannati come i vincitori di una battaglia del bene contro il male, coloro che hanno umiliato l’odiato Occidente, con i suoi orpelli della libertà e della democrazia. Invece, poche ore dopo l’ingresso dei khmer rossi a Phnom Penh inizia uno dei più immani genocidi del Novecento due milioni di vittime su una popolazione di meno di sei milioni.
In poche ore, la capitale, simbolo dell’urbanizzazione occidentale, viene svuotata, i malati vengono lasciati morire negli ospedali o finiti con un colpo di fucile alla nuca. Nel mirino finiscono prima gli «evolué», le persone che hanno una qualche forma di cultura non marxista, basta portare gli occhiali o parlare una lingua straniera, per essere passati per le armi. Poi tocca agli altri. Il ritardo al lavoro nelle campagne è punito con la fustigazione a colpi di bambù, al terzo ritardo si è condannati a morte. Un uomo che vuole sposare una donna inoltra domanda alla direttrice delle donne del villaggio che gliene assegna una a sua scelta.
Tiziano Terzani comincia a raccontare la verità. I telegiornali Rai raccolgono le prime testimonianze degli orrori, raccontati da chi fugge in Thailandia.
«I falsari della tv», titola l’Unità in prima pagina, all’attacco dei telegiornali definiti: «esibizione di parzialità e di menzogna». Gli inviati dell’Unità raccontano, invece, la gioiosa vita nel paradiso del comunismo. Si dovrà a uno straordinario film, «Urla nel silenzio», diretto da Roland Joffé e vincitore di tre premi Oscar, il miglior racconto della macelleria cambogiana.
Tutto questo è storia, consacrata dai tribunali internazionali, ma in Italia ancora non è stata scritta la storia di chi ha condiviso, almeno moralmente, le nefandezze di Pol Pot e compagni. Certo, il contesto dell’epoca, si dirà. Ma poi, perché dopo non c’è stato neanche un gesto, uno scampolo di autocritica?
Se vogliamo quello che è accaduto per la Cambogia è più grave dei fatti di Ungheria e Cecoslovacchia. Questo per l’entità del genocidio e per la natura gratuitamente criminale dell’azione di Pol Pot. Quelle volte che qualcuno ha interpellato i dirigenti dell’allora Pci, i firmatari di quei documenti di sostegno, alcuni dei quali ancora oggi attivi in politica, ha ottenuto risposte di circostanza. La dissociazione è scontata. Nessuna condanna aperta e meditata per aver condiviso politicamente quella follia criminale.

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  • Redazione

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