Dopo tantissimi anni in cui la pace ha dominato, anche perché, dopo l’ultima grande guerra, a Yalta si era diviso il Mondo e lo si era mantenuto in equilibrio con i due blocchi, mentre con l’abbattimento del muro di Berlino e lo sfaldamento dell’URSS sono tornate anche in Europa le guerre.
Ultimamente anche nel Medio Oriente, con l’attacco di Hamas ad Israele, con la reazione e con i bombardamenti nella striscia di Gaza si è innescata una nuova fase drammatica in quei territori. Purtroppo questo conflitto ogni giorno che passa produce morti, devastazioni, violenza e rischia di diventare una guerra che può coinvolgere sempre di più diversi altri attori.
Queste guerre con la loro potenza distruttrice che genera paura e violenza, hanno riportato indietro l’umanità nel periodo dell’oscurantismo, ed hanno fatto prevalere il silenzio della morte e la perdita della speranza.
Prevale l’odio e la violenta contrapposizione, piuttosto che la diplomazia e il dialogo. L’impressione è che ormai solo il voler distruggere l’altro è la bussola su cui si muove una parte dell’umanità.
La verità che non c’è nessuno organismo internazionale che ha l’autorità di fermare le guerre e imporre la pace. Fino a che si lascerà solo il Papa a invocarla senza nessuna altra volontà reale di intervenire per chiedere ai contendenti di fare un passo indietro non si risolverà niente.
Si aggiunge a questi conflitti anche la fibrillazione di gruppi subnazionali, etnici, linguistici, religiosi e la paura della diversità spinge alla solidarietà esclusiva entro le piccole patrie locali, mentre tutt’attorno cresce la mobilità delle persone, delle merci e dei capitali, per la disseminazione del lavoro in ogni luogo del mondo, data la strategia degli investimenti e delle multinazionali fuori delle frontiere politiche.
E soprattutto aumenta la crescita dei flussi migratori dai paesi poveri del Sud e dell’Est del mondo verso quelli industrializzati e ricchi del Nord e dell’Ovest.
Si ha un bel dire che le società omogenee ordinate entro le costituzioni degli Stati nazionali stanno cedendo e mutando in società multietniche, multireligiose, multiculturali. Ma con quali leggi, ordinamenti e principi? Quelli dell’integrazione e dell’inclusione o della tutela delle diversità e dell’esclusione?
Che fine starà per fare il principio dell’eguaglianza dei cittadini, grande civile conquista negli stati-nazione e fondamento delle loro democrazie, dinanzi a comunità di immigrati che chiedono per gli individui che le compongono l’identità collettiva del gruppo di appartenenza, quasi piccole nazioni in uno stato ospitante?
Purtroppo anche le violenze terroristiche nei vari Stati non favoriscono questo ritrovarsi insieme, anzi aumentano le paure e, in qualche caso, anche l’odio verso lo straniero.
In questo scenario, ancora una volta la politica italiana, compreso il nuovo governo di destra, non è riuscita a trovare un ruolo determinante specialmente nelle drammatiche questioni che stiamo vivendo.
Si aggiunge, inoltre, una crisi economica sempre più grave ed i governi invece, di pensare a un rafforzamento dei sistemi e delle prestazioni sociali, continuano ad accettare l’idea della finanziarizzazione dell’economia, in particolare quella neoliberista dello Stato, inteso quale semplice fattore di spesa improduttiva, dimenticando la sua funzione di equilibratore della coesione sociale.
La crisi dello Stato Sociale rappresenta la crisi generale del compromesso capitale lavoro, attraverso cui l’occidente ha sviluppato un certo rapporto tra momento produttivo e momento sociale.
Così, lo Stato, nelle sue diverse forme e articolazioni si è ritirato nel suo perimetro e così facendo ha abbattuto quelle conquiste sociali ottenute attraverso dure lotte del movimento operaio e dei movimenti sociali.
Tutto ciò non ha fatto altro che determinare drammatici fenomeni di rottura della fiducia nei confronti dei ceti politici e dello stesso Stato, nonché un profondo scollamento rispetto alle istituzioni.
La stessa integrazione tra i paesi dell’Unione Europea ha evidenziato le differenze in merito alle prestazioni sociali esistenti tra i vari Stati membri, dimostrando ancora più chiaramente che l’Europa monetaria e gli obiettivi dei trattati, raggiunti con enormi difficoltà, rinvii ed ostacoli vari, non hanno tenuto in alcun conto gli aspetti sociali ed occupazionali.
Purtroppo, l’ottusità e la tracotanza di alcuni burocrati europei continuano a sostenere queste politiche invece di pensare ad un’inversione di tendenza per favorire sviluppo, occupazione, costruzione di ricchezza e poi distribuzione della stessa.
Inoltre si continua a minacciare chi non rispetta i parametri, come se fossero i dieci comandamenti di Mosè, e non ci si rende conto che questi populismi e revanscismi di destra, che vorrebbero combattere, sono figli proprio di quella politica che non dà speranza.
Se si vuole uscire da questa situazione in cui aumenta la povertà, occorrono nuove forme di politica democratica che riscrivano le regole per combattere la bibbia del neo liberismo e della politica monetarista.
Bisogna, quindi, invertire le scelte di politica economica: abbandonare le politiche di austerity e puntare sulla crescita e lo sviluppo. È, questo, l’unico modo per rilanciare l’economia e abbattere il debito.
Dobbiamo recuperare le politiche che in passato hanno permesso una eccezionale crescita delle economie occidentali e del nostro Paese.
Una crescita che è stata frutto di politiche tariffarie sistematiche di costruzione e ricostruzione dell’apparato produttivo, di difesa delle attività nazionali e di protezione sociale.
Infine, le forze sociali, economiche e produttive dovrebbero fare fronte comune, con un’alleanza forte, per l’obiettivo del rilancio della economia e dello sviluppo. Se ci si continua a dividere e a non riconoscere il proprio interlocutore sarà sempre peggio.
Bisogna tutti rimboccarsi le maniche ed elaborare una grande strategia di programmazione e rinascita ideale e valoriale!
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