
Che il nemico unico – nella visione europea e italiana – sia Putin, oramai è chiaro. Trump? Si, ma è uno sbruffone. Insomma un pericolo, “degradato” a semplice problema. I Dazi? A Cernobbio si dice che ce la siamo cavati bene e si reagirà aprendo altri mercati. Insomma Trump è cattivo ma Putin è un’altra cosa.
Chiederei non di valutare la credibilità – apriti cielo – del ventilato attacco all’Europa da parte di una Russia che, a quanto vedo, non riesce neanche a superare lo “scoglio” Ucraina; ma almeno di valutare questo rischio contrapposto all’altro di una militarizzazione spinta dei Paesi Europei.
Quelli che in molti si affannano a temere per lo spostamento a destra che sembra avanzare e per il ritorno al nazi-fascismo. E che però armiamo. Leggo dal Nuovo Giornale Nazionale la dichiarazione del cancelliere Merz, dal passato familiare da dimenticare ed amico del pittore Kiefer, diventato famoso per la sua abitudine di fare il saluto nazista: ha affermato che la Germania metterà in piedi l’esercito convenzionale più potente di qualsiasi altro mai esistito in qualsiasi tempo. Prosit.
Ma questo è il versante politico dei problemi. Non è l’unico. Ma pesa un po’ su tutti gli altri.
Neanche mi permetto di sollevare la richiesta di un conteggio un po’ meno “politichese” e più “numerico” della situazione economica europea in relazione ai “pacchetti” contro la Russia. Questa scelta costa non meno di 100 miliardi l’anno, secondo la stima più prudenziale. Qualche danno l’ha fatto. Lo dico a Cerasa: boccheggiare è sempre respirare, ma non disegna la stessa situazione. Che fosse giusto farlo è altra cosa: è giusto e ci costa moltissimo. Punto.
Ma è l’insieme delle questioni che andrebbe esaminato. L’avvio col pilota automatico del treno dell’incremento delle spese militari e per la difesa europea, fino al 5% del PIL di ciascun Paese, si interseca con il vincolo principale per l’Europa, rappresentata dalla criticità della sua situazione economica. Con, in più, ciò con cui dobbiamo convivere e cioè la situazione economica USA ed i suoi dazi. Quel che è certo, secondo molti economisti, è che per molti Paesi le politiche di rilancio della spesa della Difesa assumono priorità assoluta anche sulla finanza pubblica ordinaria.
Francia e Regno Unito vivono la tempesta perfetta in termini di debito e di potenziale crisi fiscale ma entrambi hanno consolidato gli aumenti della spesa in difesa, nel contesto di una generale austerità dei conti pubblici. La Germania del neo-cancelliere Merz fa storia a se: un investimento in riarmo che è senza pari in presenza di una fase di acuta crisi della sua industria. Ed anche qui una scura sulla spesa in welfare. L’Italia, per ora, sembra navigare in acque meno turbolente: ma non vanno dimenticati i 26 mesi consecutivi di calo della produzione industriale interrotti solo da un segno più a maggio 2025. Dunque cosa dobbiamo aspettarci?
La prospettiva è che il combinato disposto tra riarmo, sanzioni alla Russia e aiuti all’Ucraina possa assorbire importanti quote delle risorse pubbliche a disposizione degli Stati. Questo in un contesto di tensioni geopolitiche e finanziarie alle quali ho appena accennato e che alimentano la crescita della spesa per interesse dei debiti e il rialzo dei tassi delle obbligazioni sovrane, sottraendo spazio fiscale ai Paesi. Chi si domanda perché, per esempio, il tasso praticato sui BOT in Italia è così alto, fa bene a domandarselo, ma dovrebbe capire qual è la risposta.
Bisogna rallentare il programma di riarmo: non c’è, ancora(?), quell’Europa che può trasformare questa criticità di investimento in una occasione. Un riarmo senza strategia rischia di naufragare di fronte agli indubbi vincoli economici di cui noi che osserviamo, ma soprattutto chi deve decidere, sembriamo non avere piena coscienza. E questo rallentamento deve proporlo l’Italia. Che ha un motivo in più di altri per farlo.
«Per rilanciare la propria competitività, l’Ue deve creare un ambiente che consenta a più imprese di crescere, innovare e coordinare reti di valore complesse» dice uno studio di eccezionale livello professionale e progettuale presentato a Cernobbio. «Pur avendo una solida base manifatturiera, l’influenza dell’Europa nelle catene del valore globali rimane limitata, con relativamente poche aziende che raggiungono lo status di campioni globali.» Con la sottolineatura del ruolo cruciale delle aziende capofiliera (!) per rilanciare la competitività industriale.
Se questa dovesse diventare la strada scelta dalla UE, anche rispetto ai ritardi che abbiamo rispetto a Cina e USA, avremo di fronte in Italia la più grande tempesta di riorganizzazione industriale che si possa immaginare. Il tessuto produttivo italiano non è quello suggerito dallo studio, la competitività è basata sui bassi salari, la produttività è scadente, la logica del confronto tra datori di lavoro e sindacato è conflittuale, le catene di valori un concetto poco assimilato. E la confusione politica su programmazione economica, rapporto con le imprese (e con le banche!) e indirizzo industriale è massima. Infine le spese per il riarmo: con questo quadro, si aggiunge criticità o si aprono nuove opportunità? E la risposta non può essere che meditata seriamente.
L’autunno si preannuncia caldo, anzi bollente. Spero non nel termine classico di lotte su schemi antichi, per risposte impossibili ed forse anche inutili. Quello che vedo preparare non mi piace.





