Home Opinioni ALASKA, OVVERO QUANDO LA GEOGRAFIA DIVENTA GEOPOLITICA

ALASKA, OVVERO QUANDO LA GEOGRAFIA DIVENTA GEOPOLITICA

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di Antoniu Martin*

             L’importanza della geografia nell’economia e la rilevanza di uno Stato, soprattutto in termini di relazioni internazionali o strategie militari, sono ben note. Ma è altrettanto noto che la geografia non è sufficiente affinché un Paese sia rilevante dal punto di vista geopolitico.

             È inoltre necessario disporre di risorse significative, di un esercito moderno e forte, di tecnologie avanzate e, ultimo ma non meno importante, di una popolazione numerosa, prevalentemente giovane.

             Il momento dell’Alaska del 15 agosto 2025 porta alla ribalta un’altra dimensione geografica, quella simbolica. Senza dubbio, d’ora in poi si parlerà molto dell’incontro tra Trump e Putin, il cui contenuto sappiamo ancora poco.

             In un’epoca di immagini, siamo tutti tentati di guardare più alla forma che alla sostanza. Ecco perché non dovremmo sorprenderci dell’attenzione con cui entrambe le parti si sono preparate a questo momento che è già entrato nella storia. Al di là degli aspetti sopra menzionati, che hanno la loro importanza, dovremmo comprendere che tali trattative non iniziano solo con i momenti televisivi, né terminano quando i due protagonisti si separano davanti alla stampa.

             Probabilmente saremo in grado di identificare nella futura evoluzione del pianeta se in Alaska Putin era anche il portavoce dei BRICS o del “Sud del mondo”, oppure se Trump parlava a nome dell’intero mondo occidentale.

             In qualche modo possiamo percepire che entrambi i leader volessero trasmettere un messaggio identico, ovvero che il momento dell’Alaska riapre la porta ai negoziati al massimo livello tra Stati Uniti e Russia. Ciò che non hanno detto, ma che certamente accadrà, è che nessuno dei due sarà escluso dalla partita globale. E non in un modo o nell’altro, ma ai punti chiave del nuovo ordine mondiale. Ho scritto in altre occasioni che dopo l’attuale disordine arriverà senza dubbio un nuovo assetto su scala globale e forse il mondo diventerà più stabile, ma non necessariamente migliore.

*storico e analista politico  

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  • Redazione

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