
di Max Del Papa*
La protesta dei trattori che si espande per tutto il continente non è solo una faccenda di benzine, di sussidi e se il governo, quale che sia, pensa di cavarsela con qualche erogazione di sussidi, tanti o pochi che siano, si sbaglia di grosso. Dentro i trattori ci stanno gli agricoltori e gli agricoltori sono uomini, gente che ce l’ha con l’Unione Europea per la semplicissima ragione che se ne sente minacciata (i particolari nel libro Eurostyle, disponibile su Amazon). Con ogni ragione perché le misure di Bruxelles sono evidentemente punitive, al limite della provocazione.
Si punta a cancellare l’agricoltura per sostituirla con surrogati di laboratorio, a eliminare l’allevamento in virtù delle carni finte, sintetiche prodotte da Bill Gates, lo stesso che dopo l’informatica ha investito in vaccini e poi in finanziamenti dei grandi organismi sovranazionali e transnazionali come l’OMS, di cui è il primo sovvenzionatore e dal quale si attende, in cambio, misure planetarie adatte ad imporre nuovi vaccini e le sue carni finte. Nella pressoché totale inerzia dei singoli governi e dei partiti che vorrebbero, a parole, contrastare l’azione perversa dell’Europa. La protesta degli agricoltori ha a che fare con la loro stessa sopravvivenza e segue quella dei balneari, dei possessori di una normalissima caldaia da riscaldamento, dei proprietari di un’automobile come Dio comanda.
Qui si viene al punto: dai trattori alle auto, uccidere quelli per sterminare queste. Ma l’auto elettrica, come non era difficile prevedere, era un business fasullo come il resto dell’Agenda 2030 e si è già sgonfiato: anche sotto il ricatto europeo delle leggi punitive, dei 30 all’ora nelle città, della propaganda martellante, degli aiuti di Stato promessi ma già esauriti, il pubblico ha continuato a diffidare dei veicoli a elettricità, queste auto non-auto, e li ha mollati. Il pubblico, che poi è fatto di quelli che la mattina si alzano per andare verso il mestiere della fatica quotidiana, non ha il polso, l’esperienza di Akio Toyoda, gran capo della nipponica Toyota di cui si registra l’attuale scetticismo, in realtà partito già da due anni: l’elettrico è finto, costa troppo, non rende, è complicato, non è sicuro e non sfonderà mai sul mercato. Toyoda aveva ragione, come si constata oggi, e i 440 milioni in Europa, più i 350 degli Stati Uniti, si sono già stufati, per non dire subito.
Certo, gioca l’assurda strategia di un’Europa che, più che mai camera di compensazione della Finanza e della Grande Industria, vuole introdurre soluzioni irragionevoli dall’oggi al domani e per giunta senza le condizioni, senza le strutture adatte almeno a renderle praticabili. Chi possiede un’auto elettrica deve calcolare ogni giorno almeno tre ore di tempo extra per caricarla, il che vuol dire perdere la buona parte della giornata lavorativa. Impegni di un’ora, mezz’ora richiedono una preparazione alla colonnina di ore. Sempre a trovarla, e sempre che non sia occupata. Ma non c’è solo questo, c’è la saturazione, c’è il bombardamento ossessivo, il ricatto morale che, a lungo andare, esaspera e sortisce l’effetto opposto.
Vendere l’elettrico come una guerra, una carne fatta con gli algoritmi, un sesso à la carte, non è qualcosa che la mente collettiva possa assorbire. Dai politici, quasi nessuna reazione: c’è qualcuno, ma pochissimi, che ancora dall’interno dell’Unione si ostina a difendere l’auto tradizionale e in particolare l’auto storica quale patrimonio della cultura e dell’industria italiana: una è la giovane europarlamentare leghista Isabella Tovaglieri. Ma voci come la sua chiamano in un deserto di indifferenza e di opportunismo. Altri, come in passato Renzi, su mandato della UE avevano fortemente intaccato gli sgravi fiscali (poi parzialmente recuperati) per le auto storiche, mostrando un totale disinteresse per l’intero comparto. Chi scrive conduce da circa 20 anni ogni mese di luglio una manifestazione, Moda e Motori, dove auto e moda lungo l’intero Novecento si intrecciano a ricordare di cosa siamo stati capaci. Una di quelle rassegne per amatori che esibiscono le loro rare e spesso lussuose carrozzerie. Ma io sapevo che non era solo una kermesse, che quelle serate di festa avevano il sapore di una resistenza, la difesa di un valore condiviso, sempre più minacciato da forze esterne. Tutto si lega e tutto è il pericolo: dalle auto storiche ai trattori, dal design alla moda alla terra, è la nostra tradizione, la nostra storia, non meno che il nostro futuro, ad essere in gioco, in un modo perfino drammatico.
* https://ilfarodimaxdelpapa.altervista.org/resistenza-non-resa-contro-la-ue/





