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NON E’ UN MISTERO CHE LA GERMANIA RITIENE POSSIBILE UN ATTACCO DA PARTE DELLA RUSSIA

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di Sergio

Non è un mistero che la Germania ritenga plausibile un attacco della Russia alla Nato entro i prossimi tre o cinque anni: l’allarme è arrivato nelle scorse settimane sia dai servizi segreti sia dal ministero della Difesa guidato dal socialdemocratico Boris Pistorius. Ma all’accresciuta minaccia di Mosca si aggiunge ora l’angoscia che Donald Trump possa tornare alla Casa Bianca.

Durante il suo mandato l’ex presidente repubblicano aveva trascinato l’Alleanza atlantica sull’orlo della dissoluzione, minacciando anzitutto di non applicare l’articolo 5 del Trattato, la fondamentale promessa di mutuo soccorso in caso di un attacco. Tanto che alla fine della sua presidenza, il presidente francese Emmanuel Macron era arrivato a definire la Nato sull’Economist “braindead”, cerebralmente morta. Adesso Berlino teme una riedizione di quello scenario spaventoso, se Trump sarà rieletto, con l’aggravante di una guerra scoppiata nel frattempo alle porte del continente che minaccia gravemente la sicurezza europea: l’aggressione russa in Ucraina.Donald Trump prepara un nuovo attacco all’Europa e alla Nato, se l’anno prossimo verrà rieletto alla Casa Bianca.

E la minaccia è così seria che il Congresso, quasi di nascosto, ha approvato una legge per impedirgli di decidere da solo l’uscita dall’Alleanza Atlantica. Sappiamo che durante il primo mandato aveva considerato di abbandonare Bruxelles, perché lo hanno confermato tanto il suo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, quanto il capo di gabinetto Kelly. Solo il loro intervento in extremis lo aveva convinto a soprassedere. Il motivo di questa posizione stava in parte nel fatto che non riusciva a capire la funzione storica della Nato e la sua l’utilità per gli interessi nazionali americani, e in parte nel risentimento verso gli europei per ragioni economiche.

Anche il presidente Barack Obama, che al vertice di Cardiff aveva ottenuto l’impegno di tutti i paesi membri ad investire almeno il 2% del Pil nella difesa, durante un’intervista con “The Atlantic” aveva accusato alcuni alleati di essere dei “free riders”, ossia scrocconi che approfittavano degli Usa per delegare a loro le spese militari. Trump aveva spinto questo concetto all’estremo, minacciando di abbandonare Bruxelles, anche perché questa mossa si sposava bene con la sua retorica populista di “America First”. Resta poi sempre il dubbio relativo alla vera natura del suo rapporto con Putin, nonostante l’indagine sul “Russiagate” non abbia portato a conclusioni definitive.

Ora la storia si ripete, alla vigilia delle primarie presidenziali che sono iniziate il 15 gennaio con i caucus dell’Iowa. Secondo la Reuters Donald sta già lavorando alla squadra di governo, che stavolta includerà solo fedelissimi pronti a obbedire senza discutere. Questo proprio per evitare gli intralci ai suoi desideri creati da collaboratori come Kelly, Bolton, o anche il capo degli Stati Maggiori Riuniti Milley, che vorrebbe condannare alla pena di morte. Lo scopo in politica estera è realizzare una linea anche più estremista di quella del 2016La Nato resta nel mirino, e Trump stavolta avrebbe in mente di imporre sanzioni ai paesi come l’Italia che non hanno mantenuto l’impegno di investire il 2% del Pil nella difesa.

Quello che manca se lo riprenderebbe così, con una guerra commerciale che penalizzerebbe gli scambi, affossando le economie degli alleati, nonostante dal punto di vista storico e contabile non ci sia il minimo dubbio che l’Alleanza Atlantica e il rapporto stabile con l’Europa abbiano beneficiato gli Stati Uniti molto più di quanto non siano costati. La minaccia è così seria che il Congresso, nascosta nella nuova legge appena approvata per il finanziamento del Pentagono, ha inserito un testo che vieta al presidente di decretare l’abbandono della Nato. Se vorrà uscire dovrà chiedere il permesso al Senato, e per ottenerlo sarà costretto a conquistarsi una maggioranza qualificata di due terzi, assai improbabile.

Il secondo obiettivo di Donald sarebbe quello di farsi rimborsare dagli amici del Vecchio Continente circa 200 miliardi di dollari, per i soldi spesi allo scopo di aiutare l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa, ammesso e non concesso che continui ad appoggiarla senza svenderla al Cremlino. Anche qui è noto, e lo hanno confermato anche altri candidati presidenziali repubblicani come Nikki Haley, che in realtà gli europei hanno stanziato molti più finanziamenti a favore di Kiev degli Usa. Inoltre, il 90% dei fondi approvati dal Congresso per sostenere Zelensky non hanno in realtà mai lasciato gli Stati Uniti. Il governo li ha semplicemente girati a fabbriche americane, in larga parte basate in Stati repubblicani come l’Arkansas, pagandole per realizzare armi e munizioni poi consegnate all’Ucraina.

Quindi interrompendo gli aiuti, Trump danneggerebbe l’economia del suo paese e degli Stati che lo votano. Per lui però questa verità è irrilevante. L’unica cosa importante è che un simile provvedimento populista suoni bene alle orecchie degli elettori che lo appoggiano, senza sapere di darsi in realtà la zappa sui piedi. Altri obiettivi poi sono inasprire lo scontro con la Cina, togliendole lo status di nazione favorita nei commerci, e ritirarsi dalla globalizzazione affossandola. In Messico vuole mandare le truppe speciali per attaccare i cartelli del narcotraffico, e usare la Marina militare per imporre il blocco navale. All’interno, invece, ha promesso di scatenare “la più grande deportazione di immigrati illegali mai vista in America”. Il tutto sullo sfondo di citazioni ammirate di Putin e del leader ungherese Orban, che insieme a lui dovrebbe rifondare l’Occidente.

Ovviamente sono dichiarazioni da campagna elettorale, ma anche i suoi alleati sono convinti che stavolta faccia sul serio, e abbia maturato le capacità per realizzare i propri programmi. Scrive il New York Times che la Germania starebbe seriamente riflettendo su come garantire la sopravvivenza dell’Alleanza atlantica senza il suo maggior contribuente e la sua testa: gli Stati Uniti, appunto. Venerdì Scholz è atteso a Washington da Joe Biden, il presidente che ha riesumato e rivitalizzato la partnership occidentale dopo il terremoto Trump ma che potrebbe essere costretto a lasciare a fine anno. I tedeschi hanno appena raddoppiato il contributo all’Ucraina a 8,5 miliardi per quest’anno e raggiungeranno il 2% di Pil di spesa per la difesa ma temono che Trump possa picconare nuovamente la Nato, tagliare i fondi a Kiev e aggravare la situazione di stallo sul fronte ucraino-russo. Berlino teme in particolare che un eventuale futuro disimpegno degli Stati Uniti possa far precipitare la situazione in Ucraina e aumentare il rischio di una nuova aggressione russa in Europa.

Su questo punto anche Bruno Kahl, capo dell’intelligence esterna Bnd, è stato estremamente esplicito la scorsa settimana: “Se l’Ucraina sarà costretta ad arrendersi, ciò non accontenterà la sete di potere della Russia. Se l’Occidente non dimostrerà una chiara capacità di difendersi, per Putin non ci saranno più ragioni per non attaccare la Nato”. La Germania stessa, però, non è priva di contraddizioni nella sua discussione interna sulla cosiddetta “Zeitenwende”, la svolta epocale sul riarmo annunciata dal cancelliere Olaf Scholz all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. D’un lato, come ha sottolineato il presidente della Conferenza di Monaco Christoph Heusgen in un’intervista a Repubblica, non è detto che Berlino manterrà l’impegno del 2% di spesa per la difesa nel medio termine: tra pochi anni quella percentuale scenderà ufficialmente (di nuovo) all’1,4%.

 

 

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  • Redazione

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