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ADAM SMITH E’ ANCORA VIVO IN CINA – PARTE II

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di Paolo Raffone

Un dialogo di Paola Bergamo con Paolo Raffone

(Parte seconda)*

PAOLA BERGAMOPaolo Raffone

L’Occidente mai sazio…. ha svegliato la Cina, e con la sufficienza e arroganza che ci è propria (siamo quelli che le inflissero non poche umiliazioni) cosa pensavamo? Che sarebbero sempre e solo rimasti la nostra “fabbrica”. L’Occidente sempre tronfio e pieno di se’, si era scordato che la Cina, Regno o Fiore di mezzo che dir si voglia, è una Cultura millenaria e allora come non pensare al dopo?

Non sono convinto che “la storia millenaria”, o il richiamo alle “tradizioni”, siano la ragione per cui la Cina ha recuperato lo svantaggio impostole dalle “umiliazioni” del XIX secolo. In una tale affermazione sento profumo di orientalismo. Come ha scritto Anne Cheng nel suo magnifico “Storia del pensiero cinese”, le riforme, già in epoca imperiale, intorno agli anni Trenta del XIX secolo, guidate da Zhuang Cunyu, pur riferendosi agli antichi testi confuciani spostavano l’attenzione dal “riferimento all’antico” alla “riforma del presente”, senza rimuginare il passato ma “volgendosi all’anticipazione del futuro”. Una “riflessione sull’organizzazione del mondo attuale” che richiedeva il superamento degli “Annali delle Primavere e degli Autunni”, cioè lo stretto legame tra riti e leggi (la “tradizione”). Dopo l’umiliante accordo di Nanchino (1842), Wei Yuan pubblicò il “Saggio illustrato sui paesi d’oltremare” che proponeva di lottare contro i “barbari” con le loro armi e di contrapporli tra loro seguendo il vecchio principio di “domare i barbari tramite i barbari”. Questo è il cuore concettuale del ritorno della Cina sulla scena mondiale manifestatosi dopo il 1911, più visibilmente dopo il 1978 e in modo inequivocabile dopo il 2013 (anno del sorpasso in volume economico commerciale della Cina rispetto agli Stati Uniti).

Un cuore concettuale che è valido ancora oggi. Basti pensare al sapiente uso delle tecnologie digitali, inizialmente sviluppate in Occidente, che la Cina fa per indebolire il suo concorrente e avversario, gli Stati Uniti. Da un recente libro di Giuseppe De Ruvo – “Da Hegel a TikTok. Metafisica e geopolitica del capitalismo digitale” – si evince che la strategia digitale cinese, che esplicitamente consolida in modo organico imprese private e Stato, è incentrata sul fornire strumenti (le App) con algoritmi “tarati” sulle faglie della cultura occidentale, riuscendo così a “stimolare” il nihilismo, l’egocentrismo e il narcisismo degli utenti che liberamente le usano (Lucio Caracciolo lo ha definito il “rincretinimento di massa”). Con una combinazione di intelligenza artificiale e aspetti ludici (volontarismo partecipativo), la Cina riesce indirettamente a “minare” la disponibilità delle coscienze per azioni patriottiche, soprattutto militari, anti cinesi (i recenti dati del Pentagono lo confermano). D’altra parte, anche i giganti tecnologici americani (Big Tech) fanno le stesse cose, con visibili ma opache interdipendenze con gli apparati statali. Nonostante l’enorme capitalizzazione delle Big Tech post 2008 (grandi beneficiarie del quantitative easing), dal 2013 le Big Tech stanno perdendo il vantaggio che avevano acquisito tra gli anni Ottanta e la prima decade del nuovo millennio. Ciò è avvenuto per almeno due fattori: il primo è l’iper-capitalizzazione che ha trasformato quelle imprese da innovative e produttive in agenti finanziari, per cui la loro cultura d’impresa è simile a quella dei fondi di investimento; il secondo dipende dalle restrizioni (e enormi multe) imposte dalle regolamentazioni del settore (data e privacy), di cui l’Unione europea è indubbio campione mondiale. La pandemia Covid-19 nel 2020 ha assestato un duro colpo alle Big Tech, con i noti effetti visibili due anni più tardi (decisa riduzione della valorizzazione, circa il 30%, e pesanti ristrutturazioni seguite da massicci licenziamenti). Invece, in Cina, il piano modernizzatore dello Stato nel quale tutte le attività produttive sono inquadrate (e devono contribuire) ha mantenuto una sua coerenza strategica, un alto livello di attività industriale e soprattutto di innovazione. Questo spiega la reazione americana di contrapposizione alla Cina: fino al 2016, su questioni morali (diritti umani, clima, ecc…) che si sono rivelate inefficaci; fino al 2020, su questioni commerciali, proprietà intellettuale e “rispetto delle regole”; dopo il 2020, su questioni come l’innovazione e le tecnologie del silicio (i chip). In questa “strategia di contrapposizione” alla Cina, gli Stati Uniti esercitano enormi “pressioni” sull’Unione europea per indurla a “integrarsi al regime americano” che deve consolidarne la ricchezza (capitali e dati) per contrastare più efficacemente la Cina. L’Unione europea ha ceduto alle pressioni americane sui capitali e sui dati, ha subito la guerra in Ucraina, ma sulla Cina tenta di modulare la richiesta americana di “separazione” (decoupling) con una vaga ed ambigua strategia di “riduzione dei rischi” (de-risking).

Dopo questo inciso sull’attualità, riprendiamo il discorso iniziato nel paragrafo precedente.

Noi europei non vediamo che i tre secoli di vantaggio comparativo che hanno permesso la nostra “presenza” in Asia non si sono tradotti in una posizione di comando nell’economia globale che è rimasta centrata sull’Asia. Ciò è avvenuto perché, come scrive Giovanni Arrighi nel suo magnifico “Adam Smith in Beijing”, le manifatture europee in Asia rimasero non competitive mentre l’argento americano beneficiò le economie asiatiche ma non quelle europee. La Cina era il vero ultimo beneficiario della ricchezza mondiale (ed oggi la storia si ripete). Mentre l’Occidente mobilizzava “le risorse non umane” (capitale e cannoniere), l’Asia (Giappone e Cina) mobilitavano le “risorse umane” offrendo un livello di “flessibilità” che da noi era ed è inesistente. Flessibilità significa che in Asia si era sviluppato un sistema di capacità interpersonali necessario per la specializzazione del lavoro (gli europei avevano avuto un tale sistema fino all’avvento del capitalismo nel XVII secolo) mantenendo l’occupazione di ogni unità produttiva, spesso un gruppo familiare o una comunità territoriale, pienamente occupata. In India, il processo di “flessibilità” nello sviluppo economico fu impedito, fino al 1947, dal potere coloniale inglese che impose feroci regole di divisione del lavoro che costrinsero l’India ad essere il principale fornitore di specifiche materie prime a basso costo per la “madrepatria”, l’Inghilterra, che le trasformava e commercializzava generando enormi profitti (che finanziarono le sue varie fasi di industrializzazione, la potenza militare e quella finanziaria).

Inoltre, pensare che solo in Europa ci si stata la “rivoluzione industriale” non è corretto. In Europa ci fu “il miracolo della produzione” (efficienza del capitale, specializzazione del lavoro) che favorì la concentrazione della ricchezza. In Asia ci fu “il miracolo della distribuzione” che favorì la diffusione dei benefici dell’industrializzazione e di un’industrializzazione meno energivora. Alla fine del XIX secolo il mondo era diviso in due percorsi diversi all’industrializzazione: in Occidente, alta intensità di capitali e di energia; in Oriente, alta intensità di lavoro e basso consumo energetico. Si deve anche ricordare che in modo empirico, nel XVIII secolo un amministratore dell’epoca Qing anticipò di qualche decennio la teorizzazione di Adam Smith su questioni che, in parole nostre, definiremo di governance dello stato e del mercato, di intervento statale nell’economia e della “mano invisibile” del mercato. Non v’è dubbio che Chen Hongmou, come ha scritto William T. Rowe in “State and Market in mid-Qing economic thought”, preferisse il mercato allo Stato, cioè la libera circolazione dei prodotti per stabilizzare i prezzi invece dell’intervento d’autorità dello Stato. D’altra parte, per un amministratore cinese, immischiarsi con “questioni politiche” non era consigliabile.

Sin dalla seconda metà del XIX secolo, la Cina ha avviato una profonda “modernizzazione”, imparando e importando dall’Occidente concetti a lei estranei. La Cina abbandonò lentamente la tradizionale concezione di “mondo o regno di mezzo” (che si riferiva alla specifica storia dello spazio cinese) sviluppando una sua concezione di “progresso” che era un “confucianesimo orientato verso istanze politiche e riformatrici” (Kang Youwei, 1898) che, affinate in chiave esoterica ed essoterica durante l’esilio a Tokio, diventarono fondative, in chiave rivoluzionaria, sia della Repubblica guidata da Sun Yat-sen sia di quella marxista di Mao. Secondo Kang, il “progresso” nella storia dell’umanità si articola in tre epoche assiali: l’età del disordine (nella quale era immerso), l’età della pace possibile (nella quale si può entrare se si adottano le necessarie riforme), e l’età della pace universale (proiettata in un indefinito futuro).

Per la cultura cinese non fu facile “appropriarsi” dei concetti di “sovranità” oppure di “confine”, la sovranità assoluta e i confini rigidi del modo occidentale. Infatti, la cultura cinese ha dovuto coniare dei nuovi ideogrammi per tradurli (spesso più di un ideogramma per vocabolo occidentale). Il problema, la difficoltà, era integrare concetti nuovi (sovranità, confini, parlamentarismo) in una concezione cosmologica antica (Han) che, infatti, fu definitivamente messa da parte. All’apparenza si potrebbe concludere che la Cina fosse in ritardo o comunque indebolita dalla transizione. Ma non era così.

Nei primi anni del XX secolo, la Cina non dubitava più nel concepirsi come “il mondo”, una reinterpretazione di Tianxia (“tutto sotto il cielo”), concetto di universalismo cinese, che oggi potremmo descrivere come “connettore mondiale”, diverso da quello europeo illuministico che credeva ad una superiorità divinatoria per una missione naturalmente civilizzatrice. Il nuovo Tianxia, nella nuova Cina, non è gerarchico com’era nell’antica epoca imperiale e non contiene semantiche cosmologiche, ma è pienamente secolare, riflette l’appropriazione dei principi di diritto internazionale e riconosce il sistema di “coesistenza di nazioni eguali e sovrane” (lieguo bingli). Non fu un caso, che la Cina sostenne risolutamente la creazione della Società delle Nazioni (si noti che, invece, l’URSS fu ammessa su proposta francese nel ’34 ed espulsa nel ’39 in seguito dell’invasione della Finlandia).

In quegli anni, la Cina era un crocevia di idee provenienti dai vari gruppi della diaspora sparsi nel mondo, dalla Russia e da visitatori e conferenzieri importanti come, ad esempio, John Dewey, Columbia University, che portò i concetti di pragmatismo, Bertrand Russell che affrontò il tema del pacifismo, Margaret Sanger che portò i concetti del femminismo sulla liberazione delle donne e il controllo delle nascite, il grande poeta, drammaturgo e filosofo indiano (bengalese) Rabindranath Tagore che rilanciò la centralità delle culture asiatiche ammonendo circa l’enfasi eccessiva sulla civiltà occidentale,  e Albert Einstein.

Del confucianesimo, di cui si fa spesso uso strumentale tanto in Cina quanto in Occidente, rimangono tutt’ora, come punto di riferimento, i “Dialoghi” che ispirano il dibattito per “affermare i valori essenziali dell’esistenza umana”. Poiché Confucio, come ha scritto Tiziana Lippiello nella sua introduzione ai “Dialoghi”, “dedicò la sua vita di maestro all’uomo e alla sua peculiare condizione”, la visione del “sogno” cinese pone tutt’ora al di sopra di tutto “l’uomo, i suoi bisogni e le sue paure, le sue incrollabili certezze e le sue terribili insicurezze”. A questa impostazione cinese fa eco Joseph Stiglitz nel suo “Un’economia per l’uomo” che ha sottolineato come sono i governi degli uomini a rappresentare lo strumento essenziale ai fini della “realizzazione di armonia tra gli uomini e tra uomo e natura”.   

 Continuazione dell’articolo pubblicato ieri

* https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/12361-adam-smith-e-ancora-vivo-in-cina-parte-i.html

 

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