di Marco Sarli
Accordi di cambio e speculazione. Spunti per un nuovo approccio teorico
Come ho cercato di motivare in un precedente articolo su questa testata, la guerra commerciale si combatte in molti modi e non credo che quella che sarà la risultante delle mosse dell’amministrazione Trump 2.0 sarà il mantenimento di tariffe ai livelli da lui imposti, via ordini esecutivi, francamente assurdi quali quelli imposti alla Repubblica Popolare cinese (il 104 per cento), all’Unione Europea, al Giappone ed altri importanti paesi asiatici, nonché, dulcis in fundo a Paesi emergenti dell’Africa e di altre parti del mondo.
Inizierei dalla “ragioni” di Donald J. Trump e cioè dal deficit strutturale degli Stati Uniti d’America, quel trilione di dollari dovuto in buona parte al valore francamente del dollaro “pesato” in termini dei rapporti di cambio con la restante parte dell’universo mondo, un rapporto in larga misura legato al pencolante ruolo di assoluto predominio nelle riserve valutarie delle banche centrali basate All Over the World e, in modo ancor più marcato, come valuta del tutto predominante negli scambi commerciali ai quali le due amministrazioni presiedute da Bill Clinton, ma anche la tremebonda amministrazione di Bush Junior, hanno impulso una spinta senza precedenti mediante una globalizzazione molto spinta e l’ammissione nel 2001 della Cina nel consesso del WTO.
Detto in altri termini, è sin dalla fine del secondo dopoguerra mondiale che la fabbrica del formaggio verde continua ad andare a pieno regime, favorita dal movimento inverso dei capitali attirati dall’immenso mercato finanziario di Wall Street e dalle opportunità, oggi davvero incredibili, che gli States offrono agli imprenditori stranieri di ogni ordine e grado, un mercato finanziario che non ha di fatto alternative nell’intero orbe terracqueo e che non a caso sta vivendo dall’inizio di quest’anno una crisi profonda ma che dipende da quelle che il novantaquattrenne ma sempre pimpante e sempre sul pezzo Warren Buffett sono quotazioni francamente esagerate e lo sono al punto che, sin dall’inizio del 2023, la sua Berkeshire Hathaway, le Investment Banks le banche più o meno globali, le grandi compagnie di assicurazione e la flottiglia di investitori che si muovono al loro seguito hanno messo in atto la più grande operazione di disimpegno dal mercato azionario a stelle e strisce che si ricordi, un’operazione di dimensioni largamente superiore a quelle che si sono verificate alla vigilia del crollo del 1987, di quello del 2001 e di quello che ha preceduto la Tempesta Perfetta ufficialmente avviatasi il 7 agosto del 2007.
Certo, il disimpegno non può spingersi sino alla perdita del controllo delle Big Seven dell’Hi Tech, delle grandi Corporation, delle banche di investimento e delle banche di ogni ordine e grado operanti nel mercato statunitense, ma è altrettanto certo che non avevamo mai registrato un così rilevante aumento della liquidità a livello di sistema, un aumento che si riflette nell’aumento a dismisura dei titoli rappresentativi del debito pubblico, giunti a toccare la cifra record di cento trilioni di dollari, anche se, con particolare riferimento a quello a stelle e strisce vi sono crescenti dubbi che il resto del mondo, Cina in primis, abbia la voglia di sottoscrivere le stratosferiche emissioni del Tesoro americano prossime venture.
C’è, anzi, una minaccia tutt’altro che larvata minaccia della Cina, detentrice di circa un trilione di dollari di Treasury Bonds a dieci anni, di iniziare ad alleggerire la sua posizione, dirigendosi semmai i sempre più allettanti e “sicuri” titoli rappresentativi del debito dei Paesi europei e, seppure qui il discorso si fa più complesso, di quelli giapponesi, britannici o svizzeri, titoli che potrebbero rappresentare dei porti sicuri per i cinesi e, come ha confermato il Premier cinese alla sempre più traballante Baronessa Ursula von der Leyen, il suo grande paese ha armi sufficienti a costringere Trump a venire a più miti consigli.
Come sostenevo in un precedente articolo su questa testata, quella dei dazi finirà per essere una cortina fumogena, essendo la tattica del presidente USA chiaramente funzionale all’obiettivo strategico di costringere le altre aree valutarie (attualmente quella dell’euro, quella della sterlina britannica, quella del franco svizzero, quella dello yen e quella temporaneamente dello yuan cinese ma con possibili sorprese provenienti dall’area dei Brics Plus con la possibile nuova valuta vista con grande attenzione da quelle decine di Paesi africani, mediorientali ed asiatici che a questa prospettiva guardano con crescente attenzione).
D’altra parte, la scelta di Trump di nominare Bessent come Segretario di Stato al Tesoro (quella del boss di J.P. Morgan Chase, Jamie Dimon per quel post si sta rivelando sempre di più come una fake news) è estremamnte significativa nei confronti di questo “obiettivo strategico”, in quanto Bessent è notoriamente una creatura di George Soros ed è l’uomo che dalla sede di Londra della società del plurimiliardario finanziere e animatore della Open Society ha orchestrato l’assalto vittorioso alla sterlina britannica e alla lira italiana nel settembre del 1992 ed ha tutti gli strumenti per piegare, in sede negoziale effettiva (quella che si svolge tra i decision makers sul piano dell’economia ma, e direi soprattutto, dei cambi) le volontà dei pivot della politica valutaria delle aree valutarie citate di sopra.
Il fallimento del sistema dei cambi sancito a Bretton Woods nel 1944 con la schiacciante vittoria del simpatizzante della Germania nazista, il responsabile del Dicastero oggi guidato da Bessent sul pur determinato John Maynard Keynes (futuro Lord Tilton) ufficialmente avvenuta il 15 agosto del 1971 ha messo definitivamente una pietra tombale su un qualsivoglia ancoraggio delle valute ad un qualche riferimento concreto, con il risultato che il “valore effettivo” di una valuta rispetto alle altre è esclusivamente determinato dal “mercato”, circostanza che determinato una più che cinquantennale fase di incertezza, un qualcosa assolutamente agli antipodi del sistema fornito di pesi e contrappesi immaginato dall’economista di Cambridge, un sistema basato su regole certe e che non avrebbe consentito il perdurare nel tempo di quegli avanzi e disavanzi strutturali cui assistiamo da ben ottanta anni.
La stessa faticosa e alquanto tempestosa fase di avvicinamento alla realizzazione della valuta unica europea ci conferma l’assurdità dell’ingabbiare le valute dei Paesi impegnati nella realizzazione della titanica impresa in margini di oscillazione rigida e questa può rappresentare una chiara lezione per i Paesi che dovessero imbarcarsi concretamente nella realizzazione della ipotetica valuta unica dei Brics Plus aperto, come si sosteneva di sopra, ai Paesi emergenti in qualche modo già emersi che volessero aderire al progetto, in quanto, in base all’esperienza europea, sarebbe di gran lunga preferibile una libera oscillazione tra le stesse, mentre è di vitale importanza la realizzazione di una banca centrale forte e dotata di un’adeguata base di riserve valutarie e persino di quel relitto barbarico di cui quegli stessi paesi dispongono per cinquemila tonnellate ufficiali (cifra largamente superata dai possessi avvenuti “over the counter), una cifra mostruosa ove si consideri che il conferimento di oro alla Banca centrale Europea è stato di “sole” 550 tonnellate e nessuno sembra desiderare un incremento di tale dotazione.
La rigidità estrema dei sistemi che precedettero la realizzazione effettiva dell’euro fece la fortuna di Mario Draghi che, come ricordo ne “Il gran nocchiero”, prima biografia organica del grande economista romano, sotto la guida del suo relatore, Federico caffè, redasse in inglese una tesi critica rispetto al progetto di realizzazione della valuta unica europea, tesi che fu posta all’attenzione del Governatore Guido Carli e del Direttore generale della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, che, d’intesa con il Nobel per l’Economia, Franco Modigliani, lo spedirono al Massachusetts Institute of Technlogy dell’altra Cambridge, il tempio dei neokeynesiani vicino Boston e ve lo tennero sette anni e dove potè conseguire il PhD con relatori altri due Premi Nobel, un allontanamento da quell’Italia scossa dalla lotta armata che si rivelò particolarmente opportuno.
Spinto dai terribili fatti del settembre 2023, intervenni sull’argomento con un articolo pubblicato sul numero 5 di Rassegna Bancaria – Minerva Bancaria dal titolo “Accordi di cambio e speculazione. Spunti per un nuovo approccio”, un articolo che mi consentì di essere chiamato alla sala cambi della Banca nazionale del Lavoro come economista di sala e della Direzione Finanza della quale faceva parte a pieno titolo.
Nell’articolo sostenevo più o meno quanto ho esposto di sopra ma erano ancora brucianti le tragiche conseguenze di quella difesa ostinata e alquanto stupida che il Governo Amato e quella Banca d’Italia guidata oramai da Carlo Azeglio Ciampi avevano condotto invano e, cosa davvero caratteristica italiana, vide uno dei massimi artefici di quella sconfitta assurgere prima alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poi più volte ministro e, infine, assurgere al Colle più alto in qualità di Presidente della Repubblica, mentre gli italiani ancora serbavano nella memoria il prelievo forzoso del sei per mille dei loro conti correnti!
La tesi che ho sostenuto in un recente articolo pubblicato su questa testata e cioè che le mosse del per la seconda volta Presidente degli Stati Uniti d’America non siano del tutto farina del suo sacco ma “suggerite” da menti raffinatissime è, almeno a mio avviso, dimostrata dal fatto che tutti i suoi sostenitori miliardari, Elon Musk in testa, tutti i banchieri, i presidenti e Ceo delle Big Seven, insomma tutti quelli accorsi a Mar a Lago in soccorso del vincitore si sono espressi qualcuno con clamore, altri bofonchiando in direzione dei microfoni dei cronisti contro le decisioni del loro beneamato Capo, il quale, tuttavia, prosegue testardamente per la sua strada, peraltro sostenuto apertamente dai suoi elettori che, in larghissima misura a Wall Street non hanno mai investito neanche un centesimo. Insomma, come sostiene la sua giovane portavoce, è la vendetta di Main Street contro quella Wall Street tempio e punto di approdo degli americani che le banche di ogni ordine e grado classificano come affluent.
Certo, mentre sembra incurante agli sfracelli borsistici, un parere non richiesto da parte di Larry Fink, boss della più grande società di gestioni patrimoniali al mondo con patrimoni gestiti per 12 trilioni di dollari, lo ha probabilmente turbato, anzi le valutazioni sono state due, la prima sul probabile venir meno della storica supremazia del dollaro sia nelle riserve valutarie delle banche, mentre la seconda è quella relativa al fatto che la prima economia al mondo sarebbe di fatto già in recessione e Fink è amico e sostenitore del 45° ed ora 47° Presidente della nazione più potente al mondo.
Di certo, Bessent sarà andato dal suo attuale capo illustrandogli i significativi apprezzamenti dello yen nei confronti del dollaro (siamo passati dagli oltre 160 yen per dollaro a i 145 di questa mattina, una soglia pericolosa perché, soprattutto se vi fosse un ulteriore apprezzamento scatterebbero i sistemi automatici di chiusura delle enormi posizioni di carry trading con ulteriore sofferenza per il Nikkei 225 e, quindi, un ulteriore apprezzamento dello yen, il tutto aggravato dal fatto che la Bank of Japan non potrà continuare a mantenere all’infinito i tassi inchiodati allo 0,25 per cento con un inflazione che viaggia al 3 per cento, livello un tempo impensabile per il Paese nipponico), così come gli avrà comunicato i sensibili apprezzamenti, sempre contro dollaro della sterlina, dell’euro e del franco svizzero. Ma sono certo che, con la sua solita impazienza l’ex palazzinaro di Brooklin avrà risposto “it’s not enough” avendo in mente rivalutazioni delle principali valute pari se non superiori ai dazi che ha imposto.
Certo, se si trovasse dall’altro lato della barricata al vertice della società che ha costituito dopo il divorzio più che consensuale da Soros, Bessent starebbe prendendo posizioni “lunghe” sulle valute principali, ma è proprio qui che sta la mia tesi che consiste nel fatto che l’esistenza di limitazioni alla libera fluttuazioni delle valute o l’imposizione di target al mercato costituiscono di per sé un incentivo alla speculazione e una dimostrazione al contrario è plasticamente rappresentata dal bazooka platealmente imbracciato dall’allora presidente della BCE, Mario Draghi, che in buona sostanza disse agli speculatori di ogni ordine e grado che non esisteva sforzo che la banca centrale da lui presieduta non avrebbe fatto per difendere i valori dei bond dell’eurozona o il valore della valuta unica europea.




