Home Economia e finanza QUALE POLITICA ECONOMICA? CI VORREBBE ALMENO IL BUON SENSO

QUALE POLITICA ECONOMICA? CI VORREBBE ALMENO IL BUON SENSO

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di Giuseppe Augieri
Dunque, avendo seguito tutte le liturgie (non solo nei rituali ma nella sostanza) dettate dalle potenze finanziarie, secondo tutte le agenzie di rating (Moodi’s per ultima) il Governo Meloni sta “facendo bene”.
La sinistra ed il Sindacato sono convinti che non è così; ed io condivido il giudizio negativo. Ma non condivido l’analisi che porta a questo giudizio e ancor meno le terapie proposte.
A mio parere dopo aver “accertato” che non è vero che Meloni ci porta a sbattere; e che non è vero che Meloni ci isola dall’Europa; e che non è vero tanto altro, il giudizio negativo che è stato espresso sull’equilibrio tra tendenze espansive e di lotta all’inflazione (e perciò deflattive) della manovra di bilancio, la stessa mancanza di prospettive, va riconsiderato alla luce di una domanda chiave: poiché questo sta bene all’establishment finanziario – e forse anche all’Europa – ci sentiamo in grado di sfidare questo consenso e di proporre “forzature”? In altre parole, siamo in grado di valutare a cosa andiamo incontro, nel bene e nel male, gli effetti per l’Italia di una “rivoluzione”, di valutare le reazioni e sapere come rispondere ad esse?
Se la risposta fosse negativa, l’unica scelta che ci rimane è quella dei piccolissimi aggiustamenti alle proposte governative, valutandone comunque bene gli effetti. Nella valutazione va messa anche l’osservazione che i giudizi per ora solo sospesi – ma che temo saranno negativi; e bisognerà vedere come superarli – riguardano soprattutto la temporaneità dei provvedimenti presi a vantaggio delle classi sociali medio-basse.
Critiche vengono soprattutto dall’Europa che ci domanda se vogliamo che questi provvedimenti siano strutturali (e in questo caso la previsione di deficit, in prospettiva, è sbagliata) o se si pensa di tenerli in piedi solo nel 2024. Domanda che vale non qualche miliardo, ma qualcosa in più di una vera rivolta sociale. Altre considerazioni riguardano l’evolversi delle situazioni internazionali: per esempio le variazioni dell’inflazione importata, che ovviamente non possiamo controllare: e che dipende dalle guerre in corso, dal tentativo di pax-economica tra USA e Cina, dall’evoluzione del turbine che sta agitando il mondo arabo, dalle politiche espansive dell’India. E si potrebbe continuare.
Una cosa è chiara: se scegliamo di non opporci al placet ricevuto dalla finanza internazionale, qualsiasi sia la proposta di modifica che si intende fare essa dovrà essere fatta a “saldi costanti”, senza cioè ulteriori ricorsi all’indebitamento: se si da a qualcuno, bisogna togliere a qualche altro. O trovare altre fonti di entrata. Ma non a chiacchiere. Contestare, ad esempio, i mancati introiti della tassazione dei super-profitti, soprattutto quelli bancari, significa perseverare nel sogno che un provvedimento sostanzialmente illegittimo possa esser messo a base di un progetto.
Perché di un vero progetto si ha bisogno: non proposte spot che potrebbero sembrare efficaci ma che, alla fine, si dimostrerebbero dannose. L’economia è un coacervo di interazioni e, mettendo in modo una qualsiasi modifica, vanno studiate in profondità le sue conseguenze. Se ci facciamo illusioni, qualcuno si impegnerà – temo anche molto volentieri – a dissolverle.
Se invece decidessimo che vogliamo contestare gli “equilibri” che ci sono richiesti dall’Europa e dal mondo finanziario, tutte le valutazioni alle quali ho accennato resterebbero in piedi, con l’aggiunta che quelle problematiche, e mille altre che si affaccerebbero, dovrebbero trovare soluzione in un clima fortemente ostile creato da forze, che proprio perché abbiamo dichiarato non amiche, non possiamo sottovalutare nella loro potenza.
Anche qui, a maggior ragione, si impone un progetto sul cosa fare, attento anche al come farlo, alle alleanze che bisognerà costruire, al ricorso alla mobilitazione sociale che esso implica. Anche qui sfide all’O.K. Corral servirebbero solo a fare un po’ di populismo. Non mi sentirei di oppormi a questa ipotesi. Ma il fatto è che progetti non ne vedo. Senza di essi c’è solo un gioco che non mi appartiene: quello di vestire con i nobili panni di lotta politica alcune risse da taverna di infimo livello. C’è a chi piace: a me no.

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