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LA MORTE DI GIULIA, IL MALE

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di Giovanni Bernardini

C’è da scommetterci. Sul caso della povera ragazza assassinata dall’ex fidanzato si scateneranno roventi dibattiti, forse polemiche, del tutto fuori luogo queste ultime: nulla è tanto deprimente quanto assistere a liti politiche sul corpo di una povera innocente.
Ma… così stanno le cose, purtroppo.
Ci sarà qualche uomo che dirà di vergognarsi di essere maschio, un po’ come se io dovessi vergognarmi di essere maschio perché anche Hitler lo era.
Altri diranno che i criminali ospitati nelle patrie galere sono in maggioranza maschi, quindi il maschio in quanto tale ha tendenze criminali. Come dire che, visto che fra i premi nobel i maschi sono in maggioranza i maschi sono “naturalmente” più intelligenti…
Poi ci saranno innumerevoli filosofi, pedagoghi, educatori, sociologi che faranno risalire tutto alla cultura, alla educazione. I media, la famiglia, la scuola, la società sono i veri responsabili.
Pochi, credo, si porranno la semplice, elementare domanda: e se tutto questo fosse insufficiente?
Certo, mentalità, educazione contano molto. Spesso dietro orribili delitti ci sono mentalità distorte, modi barbarici di concepire i rapporti fra gli esseri umani, specie fra gli esseri umani di diverso sesso.
Educazione e mentalità però non spiegano tutto. E’ illusorio pensare che convincere qualcuno di quanto sia mostruoso considerarsi “padroni” di altri esseri umani basti ad evitare orribili delitti.
E’ dura da ammettere ma è così: il male esiste ed esiste la tendenza al male, in ognuno di noi. Esiste una zona d’ombra dentro gli esseri umani in quanto tali, quale che sia il loro sesso, e questa può spingere anche persone all’apparenza normalissime a compiere atti mostruosi.
L’amore è un bellissimo sentimento, ma, come tutto ciò che è umano, può degenerare, trasformarsi in gelosia compulsiva, brama di possesso, violenza.
Le passioni, anche le passioni più distruttive, esistono e nessuna educazione può sradicarle dall’animo umano.
L’uomo però è tale perché, senza sradicarle, può tenere a freno le sue passioni, soprattutto quelle più distruttive. Se non lo fa, se cede a quanto di oscuro è in lui, se sceglie di seguire la sua “zona d’ombra” diventa in automatico responsabile dei suoi atti.
La responsabilità è in primo, primissimo luogo personale, individuale, e chi è responsabile va punito. Se si scopre che è tanto debole da non saper controllare le proprie passioni ed istinti violenti va comunque messo permanentemente nella impossibilità di nuocere. Nessuna considerazione sulla scuola, la famiglia, il sistema dei media può sostituire od attenuare questa esigenza assolutamente prioritaria.
Occorre controllare i protagonisti di vicende che possono concludersi tragicamente, prendere sul serio le denunce di donne che hanno avuto a che fare con compagni violenti, applicare con la massima severità le sanzioni e le pene previste, inasprire, se è il caso, sanzioni e pene.
Le chiacchiere degli pseudo filosofi, i rimandi a presunte responsabilità collettive “di genere” servono a poco, meglio, servono a giustificare i criminali e a lasciar indifese le vittime.

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  • Redazione

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