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LA CINA E IL MONDO CONTEMPORANEO

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Elia Valori

di Giancarlo Elia Valori

Lo studio e l’analisi delle relazioni internazionali di altri Paesi e Popoli sono una condizione importante per il progresso della pace e un requisito intrinseco per promuovere la globalizzazione e il rispetto delle diversità. Tutto questo fa parte dei vicendevoli scambi

culturali che includono viaggi e visite di persone, nonché trasmissioni di esperienze, reciproca influenza di usi e costumi, diffusione di idee, politica, letteratura, arte, ecc. Esistono vari canalip er gli scambi, come gli inviati governativi, i cittadini che studiano all’estero, il commercio, gli artigiani, ecc. Anche le guerre e la prigionia hanno fornito canali per gli scambi relativi alle relazioni internazionali.

A questo proposito non dimentichiamo l’episodio di quando il veneziano Marco Polo fu catturato dai genovesi e dettò al pisano Amedeo Rustico, detto Rustichello, il ben noto Milione. Marco Polo – fra le altre cose – portò la prima testimonianza al mondo, fuori dai confini dell’Asia, della vita completa di Buddha, con l’aggiunta della costruzione della statua in suo onore e della notizia delle ottantaquattro incarnazioni zoomorfe divulgate dal padre.

Ma torniamo a noi. Nei tempi moderni, in quest’era di internazionalizzazione economica sempre più profonda e di raggruppamento regionale, il ruolo di soft power della cultura è diventato sempre più importante nella proiezione specialmente della politica estere e delle relazioni internazionali. Pertanto, rafforzare gli scambi culturali tra l’Italia e la Repubblica Popolare della Cina e gli altri Paesi è parte indispensabile del processo di modernizzazione e avanzamento che nel vostro Paese sta compiendo passi da gigante nello sviluppo del Popolo Cinese: e in questa maniera tutti i Paesi in tal modo traggono vantaggio l’uno dall’altro.

La profondità e l’ampiezza degli scambi culturali tra la Repubblica Popolare della Cina e gli altri Paesi variano, e anche il grado di influenza e i risultati prodotti gli uni dagli altri mutano da epoca a epoca. Tuttavia, essi sono una necessità storica e l’antico processo dell’Impero di mezzo di scambi e interazioni ha apportato sempre motivi di coesistenza e pace.

Gli scambi culturali e i viaggi reciproci di grandi personalità politiche e di semplici cittadini come me, favoriscono:

1. la promozione della cultura nel mondo, l’espansione dell’attrattiva e dell’influenza comuni, migliorano la competitività culturale dei Paesi e la forza nazionale complessiva di ogni Stato;

2. la conoscenza e l’assorbimento degli eccezionali risultati culturali dei vari gruppi etnici e le nazionalità che compongono la Repubblica Popolare della Cina;

3. l’apprendimento reciproco tra le varie culture dei nostri due Paesi, attingendo ai punti di forza e di debolezza delle parti, mantenendo la diversità della cultura mondiale e romuovendo la prosperità e lo sviluppo;

4. il rafforzamento dell’amicizia e la comprensione reciproca tra i Paesi e Popoli, favorendo relazioni amichevoli e cooperative con persone di tutti gli Stati del mondo, promuovendo la pace e lo sviluppo cercando di edificare un domani armonioso per tutti. Il significato di tutto questo è affermato principalmente dai due aspetti della politica estere e delle relazioni internazionali. L’evoluzione del significato di entrambe queste caratteristiche implica anche la direzione di sviluppo nel soddisfare i bisogni fondamentali del mondo, e di resistere al duro ambiente naturale, per un miglioramento della qualità della vita ove le persone nascono, crescono e lavorano.

E in base a questi principi fondanti della coesistenza pacifica, desidero illustrare un mio modesto riassunto di quelle che sono state la politica, e la storia recente delle relazioni internazionali della Repubblica Popolare della Cina, così come le ho apprese nel corsod ella mia vita sia da studente, da semplice viaggiatore, e in successive letture, pprofondimenti e grazie all’amicizia con cui sono onorato dalle più alte personalità della Repubblica Popolared ella Cina.

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I punti salienti della storia cinese si possono riassumere nella presa di coscienza del Partito Comunista Cinese di essere uscito finalmente fuori dalle contraddizioni sia strutturali che sovrastrutturali, che hanno accompagnato la sua grandiosa lotta centenaria per il riscatto del Popolo e della Cina intera contro l’imperialismo occidentale, l’ex socialimperialismo sovietico, contro il colonialismo, il neocolonialismo.

La Repubblica Popolare della Cina e il Partito Comunista Cinese stanno dimostrando ai popoli calpestati dalle superpotenze del passato e di oggi, che è possibile affrancarsi dal dominazionismo di terzi attraverso la capacità di contare sulle proprie forze, pur essendo – come la Repubblica Popolare della Cina stessa – Paesi in via di sviluppo ed emergenti. Ossia lottare per il multipolarismo in un mondo che non deve avere colonizzatori e colonizzati.

Grazie alla capacità di riassumere costantemente la storia e mantenere sempre un equilibrio, il PCC ha evitato gli errori degli altri partiti marxisti in altri paesi ed è stato in grado di raggiungere il successo. Gli errori dei partiti comunisti – perlomeno nell’area europea – sono stati quelli di autoimporsi un modello non nazionale, ma che facesse riferimento a Mosca: una forma di servilismo politico e strategico che, invece, la Repubblica Popolare della Cina ha sempre cercato di evitare. Notoriamente i capi di partito, Stato e governo dei Paesi del Patto di Varsavia, non brillavano per originalità propria: le decisioni di Mosca risultavano determinanti e non v’era bisogno di qualche particolare iniziativa; la loro (ad eccezione di Nicolae Ceauşescu, di cui ero amico, rovesciato nel 1989 da un colpo di Stato, preparato dal KGB gorbacioviano, e l’albanese Enver Hoxha, morto nel suo letto nel 1985) era soltanto una funzione coreografico-istituzionale da esaurire in sede ONU oppure nelle parate commemorative.

Ma il discorso va portato anche ai partiti comunisti dei Paesi occidentali, NATO o non-NATO: da meri burattini di Mosca, a madre morta, si sono trasformati come nell’opera del commediografo del concittadino del veneziano Marco Polo, Carlo Goldoni (1707-93): “Arlecchino servitore di due padroni”. Essi hanno cambiato nome e si sono immediatamente posti a servizio degli Stati Uniti d’America. E prima non avevano prodotto nulla di originale, salvo l’“eurocomunismo”, ossia una ricetta che già apriva verso la NATO. Nel XXX anniversario del crollo dell’Unione Sovietica, ricordato nel 2021, le differenti scelte fatte dalla Repubblica Popolare della Cina e dall’Unione Sovietica nella costruzione del socialismo pongono delle domande sui loro diversi destini. Va subito detto che mentre nella Repubblica Popolare della Cina, il Partito Comunista Cinese ha sempre avuto in sé una dialettica, anche dura, fra le linee in esso vigenti, dando modo di esprimere una democrazia partecipativa nell’ambito dello stesso partito, come abbiamo accennato sopra – nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il monolitismo è stato una caratteristica costante nel momento in cui Stalin è stato nominato Segretario Generale del Partito Comunista (bolscevico), il 3 aprile 1922.

Però mentre Stalin ha portato avanti una direzione che rendesse l’URSS una potenza messianica sia economica, che politica e militare, all’avvento di Chruščëv, si è abbandonato il marxismo come centralità di pensiero, optando per la coesistenza pacifica, volendo emulare gli Stati Uniti d’America dal punto di vista di corsa al benessere, e al contempo varando politiche fallimentari sia dal punto di vista degli armamenti, economico che nelle relazioni internazionali, guardando alla Repubblica Popolare della Cina addirittura quale avversario.

Nei primi anni Sessanta si creò una stolida nomenklatura che doveva essere l’opposto della bjurokratja staliniana, ma che in definitiva cavalcò la parabola discendente, di cui Brežnev e i successori furono i becchini di uno Stato che non aveva più nulla da dire in termini di palingenesi ideologica e strutturale.

Ho conosciuto molti politici di tutto il mondo per tanti anni e ho colto delle differenze tra i funzionari di partito cinesi e i politici occidentali.

I politici cinesi sono persone che provengono da migliaia di anni di storia. Sono gli eredi dell’imperatore Qin Shi Huangdi, se non dell’Imperatore Giallo Xuanyuan Huangdi. Essi sono realistici e guardano al concreto e agli interessi del proprio Paese, in modo che si crei un’armonia fra le genti della terra, e nessuno possa sopravanzare gli altri.

I politici occidentali che si dice siano gli eredi del 1789, di rivoluzionario non hanno alcunché, e di concreto è il loro interesse al benessere di banche, e istituti di credito, anche a detrimento del welfare raggiunto dopo la II Guerra Mondiale. Si illudono di creare un’Europa unita, in cui – faccio un esempio limite – nessun cittadino mai sopporterebbe la soppressione della propria nazionale di calcio a favore di una meltingpottata Europa Football Club.

Ultimamente i politici europei, a traino dei diritti umani di odore statunitense, favoriscono gli interventi militari in Paesi lontani, dove stabilire il dominio del proprio referente senza scrupolo alcuno. Al contrario apprezzo molto di più gli uomini politici statunitensi i quali – pur privi della saggezza e raffinatezza di quelli cinesi – sono persone che fanno gl’interessi del proprio Paese, non guardando in faccia ad alcuno, come ad esempio Henry Kissinger.

E per ciò che concerne le attività interne all’UE, i politici europei in genere sono molto attenti a quelli che una volta si chiamavano i pruriti della borghesia e come è scritto nel Vangelo di Luca: «Come potrai dire al tuo fratello: “Permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nell’occhio tuo c’è la trave?». Per quanto riguarda noi italiani, il panorama è molto triste e di discosta dai grandi uomini politici del passato, quali Fanfani, Moro, Andreotti, Cossiga, Craxi e molti altri dell’opposizione. Un altro aspetto da analizzare sono le grandi banalità e frasi fattevdella società occidentale sul PCC, e le maniere in cui sono state elaborate.

Il più grande luogo comune sul PCC dei politici occidentali è che esso non sia democratico. Ovviamente per dir questo essi partono dal presupposto che la democrazia “vera” sia la propria. Quella che sgancia bombe sui popoli per imporla a ignoranti, arretrati e dittatori che, però, non siano loro amici. Per molto tempo l’immagine del PCC in Occidente è stata demonizzata dai media e dai politici. Dobbiamo considerare le ragioni del perché queste fazioni occidentali formulano continue e sostenute campagne diffamatorie contro il PCC.

A dire il vero le campagne diffamatorie contro la Repubblica Popolare della Cina sono dirette da Washington, e i Paesi della NATO e i loro governi, non possono far altro attraverso mass media, social network, stampa e televisioni che obbedire alla Casa Bianca.

Il parere dei popoli di questi Stati ritengo sia molto differente. A ben vedere all’indomani del crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche – quando la Repubblica Popolare della Cina non ancora era emersa come oggi – Pechino non faceva paura, ma dopo trent’anni le cose sono notevolmente cambiate, e il Nemico Pubblico N. 1 – dopo la parentesi musulmana – torna ad essere un marxista: il Partito Comunista Cinese ed il Paese che lo esprime.

Non dimentichiamo il rapporto privilegiato della Repubblica Popolare della Cina con i Paesi in via di sviluppo, argomento che dà molto fastidio agli Stati Uniti d’America e ai Paesi già colonizzatori del passato.

Nel fornire assistenza a Stati esteri, la Repubblica Popolare della Cina rispetta sempre la sovranità dei Paesi beneficiari, non pone vincoli di sorta e persegue risultati vantaggiosi per tutti.

L’assistenza cinese ha portato benefici reali ai Paesi in via di sviluppo interessati e ha ricevuto il loro plauso e apprezzamento.

La cosiddetta “trappola del debito” cinese è una narrativa che gli Stati Uniti d’America e alcuni altri Paesi occidentali adottano per diffamare e calunniare la Cina, e interrompere la sua cooperazione con altri Paesi in via di sviluppo. Come sottolinea un articolo del 6 febbraio 2021 sulla rivista di Boston, «The Atlantic»: «There Is No Chinese “Debt Trap”» la narrativa della trappola del debito è solo una bugia inventata da alcuni potenti politici occidentali.

Il capitale occidentale costituisce il maggiore creditore dei Paesi in via di sviluppo. Secondo le statistiche del 2022 della Banca Mondiale sul debito internazionale, il 28,8% del debito estero in essere dell’Africa è dovuto a istituzioni finanziarie multilaterali e il 41,8% a creditori commerciali composti principalmente da istituzioni finanziarie occidentali. Questi due tipi di istituzioni insieme detengono quasi tre quarti del debito, il che li rende i principali creditori del debito africano.

Secondo il direttore della China Africa Research Initiative (CARI) presso la John Hopkins University di Baltimora (Maryland), dopo aver esaminato migliaia di documenti di prestito cinesi, principalmente per progetti in Africa, il CARI non ha trovato alcuna prova che la Repubblica Popolare della Cina spinga deliberatamente i Paesi poveri a indebitarsi in quanto un modo per sequestrare i loro beni o ottenere una maggiore voce in capitolo nei loro affari interni. I dati del CARI mostrano che la Repubblica Popolare della Cina detiene il 17% del debito estero complessivo dell’Africa, molto meno di quello occidentale.

Nessun Paese africano è stato costretto a utilizzare le sue risorse strategiche come porti o miniere come garanzia per finanziare la cooperazione con la Repubblica Popolare della Cina. La Deutsche Welle – emittente pubblica tedesca di radiodiffusione a livello internazionale – sottolinea che l’inadempienza dei Paesi africani non ha fatto sì che la Repubblica Popolare della Cina si prendesse il diritto di utilizzare le relative infrastrutture.

La questione del debito è, in sostanza, una questione di sviluppo. La chiave per risolvere questo problema sta nel garantire che i prestiti offrano vantaggi reali. Prendiamo l’Africa come esempio.

Il finanziamento dei Paesi occidentali per l’Africa è concentrato principalmente nei settori non produttivi e la maggior parte dei prestiti è legata a vincoli politici, come i diritti umani e la riforma giudiziaria. I Paesi occidentali non sono riusciti a promuovere veramente lo sviluppo economico, aumentare le entrate fiscali del governo e migliorare la bilancia dei pagamenti. Piuttosto, sono serviti come strumenti per controllare e causare danni in Africa: vedi l’immigrazione in Europa.

La Repubblica Popolare della Cina rispetta sempre la volontà dei popoli africani e tiene a mente le reali esigenze dei loro Stati. Gli investimenti e i finanziamenti cinesi per l’Africa riguardano principalmente la costruzione di infrastrutture e i settori legati alla produzione. Entrando nel sec. XXI secolo, la Repubblica Popolare della Cina ha lavorato attivamente per sostenere lo sviluppo economico dell’Africa e ha fornito un’alternativa ai tradizionali canali di finanziamento del Club di Parigi – gruppo informale di organizzazioni finanziarie dei ventidue Paesi più ricchi del mondo, che procede ad una cosiddetta rinegoziazione del debito pubblico bilaterale dei Paesi del Sud del mondo; i debitori sono spesso raccomandati dal Fondo Monetario Internazionale dopo il fallimento di altre soluzioni.

Però la Repubblica Popolare della Cina ha aiutato l’Africa a rafforzare la sua capacità di sviluppo autogenerato e autosufficiente e ad inaugurare un’età d’oro di crescita economica ad alta velocità per vent’anni consecutivi.

Un ulteriore studio di RAND Corporation – un think tank statunitense; il nome deriva dalla contrazione di Research and Development – indica che in quella determinata regione della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative, BRI), avere un collegamento ferroviario tra partner commerciali ha migliorato le esportazioni totali del 2,8%.

La Repubblica Popolare della Cina attribuisce grande importanza alla sostenibilità del debito dei progetti. Nel 2017 ha firmato i Principi guida sul finanziamento dello sviluppo con 26 Paesi che partecipano alla Via della Seta. Nel 2019, la RP della Cina ha rilasciato il quadro di sostenibilità del debito per i Paesicpartecipanti alla Via della Seta. Sulla base della situazione debitoria e della capacità di rimborso dei Paesi debitori, e seguendo i principi di consultazione paritaria, rispetto di leggi e regolamenti, apertura e trasparenza, il quadro mira a rafforzare il monitoraggio e la valutazione dei benefici economici, sociali e di sussistenza dei progetti, e canalizza prestiti sovrani in aree ad alto rendimento, nell’ottica di garantire i rendimenti a lungo termine dei progetti. La RP della Cina ha anche compiuto sforzi proattivi per ridurre l’onere dei Paesi debitori.

Secondo la Banca mondiale, tra il 2008 e il 2021, la Repubblica Popolare della Cina ha fornito 71 ristrutturazioni del debito per i Paesi a basso reddito. Nel 2020, la Repubblica Popolare della Cina ha risposto attivamente alla Debt Service Suspension Initiative (DSSI) del Gruppo G20 – forum dei leader, dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali, creato nel 1999 – sospendendo il pagamento di oltre 1,3 miliardi di dollari di debito solo quell’anno, ovvero quasi il 30% del totale del G20, diventando così il maggior contributore tra i membri del G20 medesimo.

La RP della Cina ha firmato accordi di sospensione del debito o raggiunto un’intesa reciproca sulla sospensione del debito con 19 Paesi africani e ha partecipato attivamente alla isoluzione del debito basata su casi per Ciad ed Etiopia nell’ambito del Quadro comune del G20.

Gli Stati Uniti d’America e alcuni altri Paesi occidentali, anziché intraprendere azioni proprie, invece puntano il dito contro la Repubblica Popolare della Cina per aver fornito assistenza. Ciò ha causato molto dispiacere tra i vari Paesi in via di sviluppo.

Oggi, lo ripetiamo, la differenza più significativa è tra la prospettiva internazionale cinese e quella liberale occidentale. Il socialismo in sé ha contenuti ideologici, storici, e tradizionali di integrazione ed è dedicato alla ricerca della cooperazione e della liberazione di tutti i popoli secondo i cinque principi della Conferenza di Bandung (18-24 aprile 1955), sui quali la Repubblica Popolare della Cina ha sempre basato la sua politica estera con coerenza:

i) rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale;

ii) non-aggressione reciproca;

iii) non interferenza reciproca negli affari interni di ciascuno;

iv) uguaglianza e reciproco beneficio;

v) coesistenza pacifica.

La prospettiva liberale, invece, persegue la globalizzazione in superficie, ma in realtà essa è guidata dai Paesi liberal-capitalisti occidentali al servizio dei loro interessi e delle proprie multinazionali. Al momento, i Paesi occidentali sviluppati a coda degli Stati Uniti d’America stanno apparendo come una forza antiglobalizzazione, il motivo è che scoprono che la globalizzazione si discosta sempre più dai desideri di colui che li domina.

La stessa storia è della Dottrina Monroe – che nel 2023 compie il suo Duecentesimo Anniversario. Nel sec. XIX, l’establishment statunitense sottolineò che la Dottrina Monroe era parte del diritto internazionale, ma una volta che gli Stati Uniti d’America consolidarono la loro egemonia nelle Americhe, chiarirono che la Dottrina Monroe non era un principio legale, valeva a dire, che se non era soddisfatto un determinato requisito, il governo degli Stati

Uniti d’America avrebbe dovuto dare una risposta ad un intervento illegale oltre il diritto internazionale: e ciò sarebbe stato imbarazzante.

In conclusione i Paesi del mondo devono prima risolvere i problemi di sviluppo, povertà e ridurre gli episodi di frizione. Le questioni di sicurezza globale non tradizionali come la sicurezza alimentare, la carenza di risorse, le esplosioni demografiche, l’inquinamento ambientale, la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, le pandemie e i crimini transnazionali, si raggiungono solo con l’accordo di tutti.

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