
Giorgia Meloni ha scelto la via mediana. Non si toccano le competenze del Quirinale, ma si cambia quella essenziale: la nomina del Presidente del Consiglio.
Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla riforma del premierato, ma senza toccare il ruolo del Presidente della Repubblica? Ni.
“Il testo – ha spiegato il Presidente del Consiglio – è il frutto” del confronto “per andare incontro” a un maggior consenso possibile perché “noi non vogliamo imporre la riforma”.
Poi la precisazione: “Il ruolo del Presidente della Repubblica è di assoluta garanzia e noi abbiamo deciso di non toccarne le competenze, salvo l’incarico al Presidente del Consiglio” che viene eletto.
“C’è stata un’interlocuzione con il Presidente della Repubblica e con gli uffici, come avviene sempre con provvedimenti importanti di questo tipo”, ha detto la Presidente del Consiglio. Il presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini, poi, ha aggiunto Meloni, “dovrà rispettare sempre il programma di governo per il quale è stato eletto”.
Il premier può essere “sostituito solo da un parlamentare: quindi fine dei governi tecnici. Non ci sarà più la possibilità di fare maggioranze arcobaleno”.
E’ una “riforma costituzionale – ha commentato Giorgia Meloni – che introduce l’elezione diretta del Presidente del Consiglio e garantisce due obiettivi che dall’inizio ci siamo impegnati a realizzare: il diritto cittadini a decidere da chi farsi governare, mettendo fine a ribaltoni, giochi di palazzo e governi tecnici” o “passati sulla testa dei cittadini”. L’altro obiettivo è “garantire che governi chi è stato scelto dal popolo” con “stabilità”.
Non si toccano le prerogative e il ruolo del Presidente della Repubblica? Ripeto: ni.
In effetti non si pone mano al Titolo II della Costituzione, ma si muta, sostanzialmente il Titolo III, riguardante il Consiglio dei ministri, nel quale si trovano le seguenti norme costituzionali. All’articolo 92 si legge: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”.
Non sarà più così. Il Presidente della Repubblica non nominerà più il Presidente del Consiglio, il quale sarà eletto direttamente dal popolo.
Non potranno più accadere, ad esempio, fatti come quelli della nomina di ottimati tecnici, come è avvenuto con Giorgio Napolitano (vedi ad esempio Mario Monti) e anche, più recentemente con Sergio Mattarella (vedi ad esempio Mario Draghi), sulla base di ribaltoni parlamentari e di alleanze spurie.
Al governo ritorna la politica e dal Governo escono gli ottimati, i tecnici, i “competenti” e i consulenti.
Non ci saranno più i senatori a vita, fatto salvo per gli ex presidenti della Repubblica e gli attuali senatori a vita. “Dopo il tagli dei parlamentari – ha fatto osservare Giorgia Meloni – l’incidenza dei senatori a vita è molto aumentata”.
Finisce, anche qui, uno dei poteri discrezionali del Presidente della Repubblica.
L’articolo 59 della Costituzione (modificato con la legge costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1) prevede che sia “senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica”.
Questo dettato costituzionale rimane, ma viene cancellato il comma successivo laddove si dice: “Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque”.
Clamoroso fu il caso del senatore Mario Monti, nominato da Giorgio Napolitano il 9 novembre 2011, poco prima di sostituire Silvio Berlusconi, con la costituzione di un governo tecnico, entrato in carica il 16 novembre 2011 e rimasto in carica fino al 28 aprile 2013.
Dei retroscena ne scrisse il 10 febbraio 2014 Alan Friedman sul Financial Times.
http://www.forzaitalia.it/notizie/10398/l-estate-segreta-di-monti-di-alan-friedman
Riferendo di un incontro tra Carlo de Benedetti e Mario Monti a St.Moritz, dove si parlò dell’idea di Napolitano di mettere Monti al posto di Berlusconi, Alan Friedman, ad un certo punto scrive: “Che il Presidente della Repubblica stesse pianificando il rimpiazzo dell’eletto Silvio Berlusconi con il non eletto tecnocrate Mario Monti – mesi prima dell’eventuale passaggio di potere in novembre – rinforza le preoccupazioni riguardo ai ripetuti e forti interventi sulla scena politica di Napolitano. Il suo ruolo smisurato dopo la crisi ha fatto sì che in molti si chiedessero se non avesse esteso i propri poteri costituzionali fino al limite – o addirittura oltre”.
Dell’intervento a gamba tesa di Napolitano negli equilibri della politica italiana ha scritto Renato Brunetta in un libro dal titolo: “Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto” (Edizione Il Giornale).
Nella prefazione, Silvio Berlusconi scrive: “Racconta il ministro del Tesoro di Barack Obama, Timothy Geithner, che nell’autunno del 2011 ricevette un forte invito da alte personalità europee perché convincesse il presidente degli Stati Uniti ad aderire a «un complotto». Lo chiama proprio così, nelle sue memorie uscite nel maggio 2014 e intitolate Stress test. Complotto. A quella proposta scrive di aver risposto: «We can’t have his blood on our hands». Noi non vogliamo sporcarci le mani con il suo sangue. Il sangue è il mio. Obama disse comunque di no, di qualunque cosa si trattasse, come conferma anche un’inchiesta del Financial Times, uscita anch’essa a maggio 2014, che gli fa pronunciare le parole: «I think Silvio is right», penso che Silvio abbia ragione. Grazie. Lo penso ancora. Avevo ed ho ragione. Non è con l’austerità, non è schiacciando il tallone sul collo della gente che si esce dalla crisi. Soprattutto, il bene della democrazia non è negoziabile, a nessun costo”.
“Quella volta Obama – continua Berlusconi – per due volte disse di no. E il complotto non riuscì. Ma il golpe fu soltanto rimandato. Dovevo essere punito, e con me il popolo italiano che mi aveva scelto. Era successo che in quell’estate-autunno del 2011, mi ero opposto in ogni modo alla politica di austerità che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy volevano imporre all’Italia, al punto di volerla far commissariare dal Fondo monetario internazionale. Non intendevo – anche se lasciato solo dal capo dello Stato – rinunciare alla nostra sovranità, per rispetto alla nostra gente e per ragioni di dignità nazionale. Fui costretto però, pochi giorni dopo il G20 di Cannes, dove ai primi di novembre ero stato sottoposto a pressioni tremende, a dimettermi. Lo feci perché preferii ritirarmi piuttosto che danneggiare irreparabilmente l’Italia, che era tenuta sotto tiro con la pistola dello spread. Un’arma costruita a freddo per consentire a potenze esterne e interne, extra democratiche, di prendere il timone della nave”.
“I primi mesi del 2014 – prosegue Berlusconi – hanno visto la fioritura di una serie di testimonianze convergenti. Sin dal giugno del 2011, quando ancora lo spread era ai minimi, Mario Monti era già stato oggetto di un profetico sondaggio da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, così che si tenesse pronto al gran salto a Palazzo Chigi. Lo ha confessato lo stesso Monti ad Alan Friedman, e lo hanno confermato al medesimo giornalista americano Carlo De Benedetti e Romano Prodi. Addirittura Corrado Passera – si viene a sapere – aveva confezionato un programma economico ad uso di Mario Monti sin da quell’estate. Già nel novembre del 2013, l’ex premier spagnolo Luis Zapatero, nel suo libro Il Dilemma, aveva raccontato che Monti era stato di fatto nominato premier durante il G20 di Cannes da Merkel, Sarkozy, dai burocrati di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale. La stessa cosa venne confermata poi da Lorenzo Bini Smaghi, allora alla Bce, nel suo libro Morire d’austerità”.
“Brunetta – conclude Berlusconi – racconta i fatti del 2011 con dovizia di particolari inediti, ma va oltre. E documenta come il colpo di Stato, non pienamente portato a compimento con Monti, abbia poi trovato il suo coronamento con la mia estromissione dal Senato e con la mia incandidabilità per sei anni. Un’infamia perseguita sulla base di una legge ambigua, applicata retroattivamente a seguito di una condanna infondata e ingiusta (e che sono sicuro sarà capovolta dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo e dalla revisione del processo). Si sta ora discutendo di riforme istituzionali. Direi però che la prima riforma deve essere il ripristino della democrazia. Da quel 2011 in Italia non ci sono più presidenti del Consiglio e governi eletti dai cittadini. La prima riforma dunque deve essere quella di riconoscere la verità, e di rimediare ai torti che l’Italia ha subìto”.
Eccoci al punto. Si sta discutendo di riforme e la prima riforma è il ripristino della democrazia, nel pieno rispetto della Costituzione che all’articolo 1 detta quanto segue: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
La sovranità appartiene al popolo italiano. Non appartiene a Bruxelles, a Sarkozy, finito male nelle cronache giudiziarie francesi e nemmeno alla signora Merkel, la cui politica ha portato all’attuale disastro europeo. Napolitano, allora Presidente della Repubblica, probabilmente il peggiore della storia repubblicana, ha piegato la politica alle logiche di chi voleva asservire l’Italia agli interessi dell’asse franco-tedesco e della finanza, così come era stato per la Grecia, ridotta alla fame.
Con la riforma varata dal Consiglio dei ministri si chiude una fase e si spera che il Parlamento sappia, con saggezza, riportare al centro la politica chiudendo la fase antidemocratica degli ottimati.
Sull’esito dell’iter della riforma il presidente del Consiglio è chiaro: “Confido in un consenso ampio” in Parlamento “altrimenti saranno gli italiani” a decidere, facendo direttamente riferimento alla possibilità che si arrivi a un referendum. “Noi – ha osservato – abbiamo fatto quello che dovevamo fare”.
“Sono molto fiera del lavoro fatto – ha aggiunto Giorgia Meloni -. Mettiamo l’Italia davanti all’occasione storica di una rivoluzione che ci porta nella Terza Repubblica. Ma poi – ha ribadito – deve decidere il popolo se cogliere questa occasione o meno”. “Quando i governi vanno a casa dopo un anno e mezzo – ha sottolineato infine la premier – c’è una debolezza. Io credo che sia una riforma fondamentale. È una priorità e proprio perché siamo stabili e forti abbiamo la responsabilità di cogliere questa occasione e per lasciare a questa nazione qualcosa che possa risolvere i propri problemi strutturali”.





