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LA RIFORMA DI GIORGIA MELONI: RIFORMA O PASTICCIO

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di Gianvito Caldararo
Matteo Renzi, da sempre sostenitore della elezione diretta del “Sindaco d’Italia”, mette in guardia Giorgia Meloni con un chiaro e semplice avvertimento: “Si all’elezione diretta del Capo del Governo e No ai pasticci”. E i pasticci che Renzi individua sull’annunciata riforma costituzionale di Giorgia Meloni sono i seguenti: a) togliere al Capo dello Stato il diritto di nominare in Senato cinque personalità, a vita o per un periodo transitorio; b) una confusa norma “antiribaltone”, cosa ben diversa da quella che costituisce “la fiducia costruttiva” ; c) il futuro del CNEL e del bicameralismo perfetto.
Con l’annunciata elezione diretta del Capo del Governo  è già iniziato il confronto tra la legge di riforma di Renzi, bocciata dal referendum del dicembre 2016, e la proposta della Meloni. Qualcuno, come il il prof. Angelo D’Orsi, storico della filosofia, ha detto che la riforma di Renzi era migliore di quella annunciata dalla Meloni. L’aspetto più rilevante e più aspramente criticato è quello della elezione diretta del Capo del Governo, che non esiste in nessun altro paese dell’Europa.
In effetti, in nessun altro paese europeo il Capo del Governo  è eletto direttamente dal popolo. Non avviene in Francia, dove è il presidente della Repubblica a scegliere il primo ministro, che deve ottenere la fiducia dell’Assemblea nazionale. In Germania è proposto dal presidente della Repubblica ed eletto dal Parlamento (Bundestag). In Spagna è il Re che propone il Presidente del governo e che deve avere la fiducia della Camera bassa, come pure nel Regno Unito, che è designato dal Re o dalla Regina, ma deve ottenere la fiducia nella House of Commons (la Camera dei Comuni).
La Meloni, potrebbe attendersi il voto favorevole del M5S di Conte. Infatti, il leader del M5S è stato l’unico a richiedere nel maggio 2023 un incontro alla Meloni sulla riforma istituzionale. Il M5S è stato sempre favorevole nella cosiddetta “democrazia diretta”, che nel programma elettorale alle politiche del settembre 2022  propone di “intervenire con misure mirate per garantire una effettiva centralità del Parlamento, una maggiore stabilità del Governo e migliori strumenti di partecipazione dei cittadini”.
Era il capogruppo del M5S al Senato, Danilo Toninelli, che in una intervista dell’11 aprile del 2018, sosteneva: “Quanto conta un presidente del Consiglio che non è stato eletto dai cittadini? E mentre la Meloni individua una maggiore stabilità di Governo nella elezione diretta del Capo del Governo, Renzi la individuava “nella fiducia votata dalla sola Camera, che favorendo la formazione di maggioranze politiche omogenee , si favorirebbe quindi la stabilità dei governi”.
Il Partito democratico della Schlein attende di conoscere il testo effettivo della riforma elaborato dalla ministra Casellati, per poi esprimere il proprio definitivo giudizio. Il monito di Renzi , indirizzato alla Meloni è il seguente: “La Meloni, molto in difficoltà sulla economia , può segnare un punto sulle riforme. Porti a casa l’elezione diretta e lasci stare le battaglie ideologiche. Si alle riforme, no ai pasticci”.
Il testo non c’è ancora e queste sono cose che si discutono con carta alla mano o carta canta e non quando manca un testo sul quale confrontarsi. Di riforme costituzionali si parla sin dal 1985, quando il noto costituzionalista liberale  Aldo Bozzi, presiedette la prima Commissione parlamentare incaricata di elaborare un progetto di revisione della seconda parte della Costituzione. Da quella data si contano solo i fallimenti. Ora tutti sono attenti alla iniziativa di Giorgia Meloni.   

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