Credo si sappia che l’intelligenza artificiale, almeno per ora, non è in grado di elaborare nulla di suo. Dunque non è in grado di elaborare una sua etica, una sua filosofia di vita, più in generale una sua conoscenza, autonoma. L’AI mette insieme miliardi di informazioni e ne trae delle “conseguenze” sulla base di processi matematici che comunque sono configurati da noi. L’ ”algoritmo” ordina alla macchina di preferenziare alcune informazioni (o alcune soluzioni) tra le tante che sarebbero possibili mettendo in relazione i dati nella sua memoria.
Credo si sappia anche che già moltissime applicazioni sono guidate da questa forma di “intelligenza”. Sulla quale, noi che siamo bravissimi ad autoassolverci (perché “la colpa è sua” è il nostra mantra), abbiamo scaricato e stiamo scaricando non solo le nostre conoscenze ma anche le nostre frustrazioni, le nostre insicurezze, i nostri demoni.
I social sono già programmati così. Ho letto: «L’algoritmo delle piattaforme è progettato per essere cinico e tribale. La natura algoritmica dei social è priva della pietas, non eleva la dignità dell’essere umano a valore morale, non si ferma davanti a nulla, al cospetto di una tragedia, di una guerra e della morte. Anzi, il cinismo è volutamente spinto oltre ogni limite, perché riesce ad alimentare la bulimia con la quale l’algoritmo “crea e consuma quei contenuti che aumentano al massimo l’attività online degli utenti”. (Max Fisher). È il cinismo che ci tiene connessi più del dovuto e del necessario, a renderci in parte dipendenti dalle piattaforme e dallo smartphone… »
Non so se questo sia vero. Ma so che questa dinamica è quella utilizzata dagli influencer, “professionisti” che dei (e con i) loro “pareri” fanno mercato. Maestri di cinismo: non sempre ma spesso. Lo fanno per avere successo. E questo è un aspetto, chiarissimo, della violenza e dell’odio che alimenta la nostra società di oggi. Perché cinismo è contiguo all’invidia, all’odio. In ultimo alla violenza.
Sentimenti che talvolta noi esseri umani riusciamo a contenere. Di fronte a qualcosa che scuote la coscienza, si può preferire un rispettoso silenzio. Una macchina non può: è programmata solo per alcune soluzioni. Non ha libero arbitrio.
Non rimane altro che chiedere ai programmatori di inserire, negli algoritmi, anche quello di “fare silenzio”: che può rappresentare la prima norma valoriale dell’algoretica, un esempio virtuoso di come aiutare la macchina a imparare, dall’intelligenza umana, a sperimentare anche il lato sano della fallibilità dell’essere.
Forse potremmo non leggere alcuni post ed alcune esternazioni: che a me fanno vergognare di essere presente sui social.
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