
di Angelo Giubileo
In questi giorni la guerra è stata generalmente definita una barbarie inimmaginabile. Eppure si tratta di un fenomeno sempre presente nella vita comunitaria degli uomini e quindi in ogni epoca della storia passata, presente e forse futura. Sia da un punto di vista naturale che logico.
E allora, perché in quest’epoca non avrebbe dovuto esserci la guerra? Perché, come detto, si tratterebbe comunque e innanzitutto di una barbarie. E cioè, nell’ambito del progresso civile e sociale dell’umanità, fenomeni come la guerra sarebbero o dovrebbero essere in sé e per sé esclusi. Ma, se viceversa presenti, giudicati quindi una barbarie. Ovvero atti compiuti non da “civili” ma da “barbari”.
E invece: secondo l’origine etimologica greco-latina, il termine “barbaro” indica lo “straniero” e quindi ognuno che non fa parte o è estraneo alla vita comune o allo spazio pubblico di una polis o civitas. Barbaro è cioè colui che non prende parte o è espulso da uno spazio pubblico regolato secondo le leggi e gli usi di una determinata comunità di appartenenza. Così che, ad esempio nell’immaginario, riguardo alla guerra dell’antichità tra Atene e Sparta, per gli spartiati i barbari erano appunto gli ateniesi, e viceversa. Anche se crediamo che gli spartiati fossero un popolo incivile, dedito alla battaglia e, riguardo all’organizzazione della propria comunità di appartenenza, diviso per classi o differenze sociali. Diversamente, si dice comunemente, dal modello della democrazia ateniese. Che però, anche secondo lo schema della logica di Aristotele, non avrebbe forse mai potuto fare a meno della schiavitù!
Nel discorso di Aristotele, da cui prende forma e sviluppo la modernità, il dubbio espresso con forse è unicamente legato a una profezia del futuro: In verità, se ciascuno strumento sapesse, in risposta a un ordine o per una sorta di presentimento, portare a termine l’opera che gli tocca – come, a quanto si dice, facevano le statue di Dedalo e i tripodi di Efesto che, come dice il poeta, da soli entravano nell’assemblea divina -, e se, allo stesso modo, le spole e i plettri tessessero e suonassero da sé, né gli architetti dovrebbero far ricorso ai muratori, né i padroni agli schiavi (Aristot., Pol. I.4, 1253b 33-1254 a1). E pertanto si tratta essenzialmente di una “teoria” o “idea”, diciamo piuttosto noi oggi, basata sull’ipotesi che un’originaria differenza naturale e sociale sia espunta dalla realtà. Così come, sempre in teoria o idealmente, è già stata espulsa prima dall’immaginario. Salvo poi ripresentarsi invece nella realtà di ogni epoca, compresa quindi l’attuale. Così che ciò che sembrerebbe un’anomalia si rivela piuttosto, almeno in qualche modo, una normalità. E quindi soltanto a seconda delle diverse opinioni, gli uni e gli altri credono reciprocamente che se stessi siano i civili e gli altri i barbari.
A questa che sembrerebbe piuttosto una facile lettura degli eventi, passati e presenti, nell’attualità occorre però aggiungere un’altra annotazione. Millenni e millenni di storia, almeno dal Sapiens in poi, hanno dimostrato che la “via” essenziale dell’umanità, per dirla con Martin Heidegger, “ripos(i) nel pensare la verità dell’essere”, così che “il pensiero deve poetare l’enigma dell’essere. Esso porta l’aurora del pensato nella vicinanza di ciò che è da pensarsi”.
In vero, Heidegger afferma questo al termine dei suoi Holzwege o sentieri interrotti dell’umanità. Egli pertanto non usa il congiuntivo – riposi – ma il presente storico riposa. L’uso, che ho fatto, del congiuntivo ipotetico si giustifica nell’ambito del ragionamento che stiamo svolgendo, ma, quanto alle premesse, Heidegger è senz’altro esplicito: “…L’uomo sta per slanciarsi su tutta la terra e nella sua atmosfera, sta per impadronirsi da usurpatore del regno segreto della natura – ridotto a forze – e per sottoporre il corso della storia ai piani e ai progetti di una dominazione planetaria. Quest’uomo in rivolta non è più in grado di dire semplicemente che cosa è (ist), di dire che cos’è che una cosa è”.
E così, codesto uomo non è più in grado di dire semplicemente anche cos’è la guerra. Inoltre, codesto uomo non è più in grado di dire semplicemente finanche che cos’è un uomo. Come per le statue di Dedalo e i tripodi di Efesto del discorso profetico di Aristotele – che apre al discorso di tutta la modernità (e postmodernità) – l’uomo di fede, laica o religiosa che sia, immagina che un giorno egli possa diventare un dio ed entrare stabilmente nell’assemblea o comunità degli dei, la civitas dei.
Infine un’ultima considerazione che riguarda l’attualità. Da circa due millenni e oltre, sentiamo continuamente riecheggiare il grido e il diritto di Israele di vivere in pace nel mondo. Perché questo grido è sempre pressante e tale da sconvolgere le nostre supposte pacifiche esistenze? Non so, ma personalmente credo che Israele rappresenti per l’intera umanità la testimonianza perenne che l’essere della realtà governi e oltrepassi il divenire della profezia.
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