Non è una sorpresa, al contrario, perché il meno che possiamo aspettarci, visitando una mostra di Anish Kapoor, è di sentirci “risucchiati” nella sua opera. Avvertire la vertigine del mistero, provare giramenti di testa, captare l’instabilità della percezione, l’incapacità di distinguere il confine tra esistente e inesistente. “Cadere” nell’incertezza del suo Vantablack. E puntualmente, questo accade attraversando le sale di Palazzo Strozzi, a Firenze, dove si è da poco aperta l’esposizione “Anish Kapoor. Untrue unreal”, visitabile fino al 4 febbraio 2024. Un percorso straniante, fortemente coinvolgente e dal quale, una volta concluso, si fatica a tornare con i piedi per terra.
Completo il repertorio dei suoi materiali: cera, pigmenti, acciaio inox e, appunto, il Vantablack. Eppure, nonostante la perfezione dei particolari, il rigore degli spazi, l’invenzione delle strutture, Anish Kapoor rimane, sempre e solo, un narratore dell’invisibile. Uno dei pochi, oggi, capace di dare senso al superamento di quella barriera infranta dai maestri del secondo dopoguerra. Una barriera posta tra la dimensione del reale e dell’immaginario che l’artista indiano, nato nel 1954 a Mumbai, ma formatosi a Londra, dove oggi vive, abbatte attraverso materiali e processi innovativi, benché non sempre inediti. Non è infatti una novità lavorare sul concetto del vuoto e nemmeno usare pigmenti o cera, tantomeno l’acciaio inox. Ma si sa: l’artista è colui che riconosce, non colui che scopre. E Kapoor ha saputo riconoscere il confine della percezione, spingendosi verso il suo superamento in un’ottica del tutto contemporanea. Dopo Fontana, Burri, Klein, Rothko, dopo l’Arte povera e il minimalismo, dopo le grandi conquiste della più recente storia dell’arte, ha ritagliato il proprio ruolo nell’avanguardia destabilizzando le nostre sicurezze, aprendo squarci di futuro e mostrandoci tutta l’enigmatica potenza dell’arte.
“Untrue unreal” è una contradditoria dichiarazione di oggettività. “Inverosimile irreale”, ovvero: nient’altro che la verità. Tutto ciò che vediamo in mostra non è reale, pur nella sua concretezza. Non è reale la grande scultura dal titolo “Svayambhu” (2007), monolite in cera che scorrendo su due binari ci accoglie nella prima sala, per poi proseguire in un’altra attraversando una delle porte interne del palazzo. Certo, lo vediamo e volendo possiamo anche toccarlo, ma l’opera risiede in quel moto, pressoché impercettibile, il cui acme arriva nel momento in cui il passaggio tra le sale viene occluso. Perfettamente calibrato, l’enorme blocco diviene coperchio sepolcrale, replicando infinite volte il transito misterioso tra il mondo dei vivi e l’ignoto dell’altrove.
Tutta la mostra gioca proprio sull’ambiguità, quella stessa rivendicata da Kapoor, convinto che, dichiarazione sua: «la grande arte, così come la poesia, debba saper stare nella terra di mezzo, nello spazio del limite. Tra reale e non reale, tra vero e non vero». Principio evidente soprattutto nei lavori realizzati con il Vantablack, materiale composto da nanotubi in carbonio del quale Kapoor detiene i diritti di utilizzo in ambito artistico. Talmente profondo da indurre l’osservatore a dubitare della sua stessa presenza. Ne fece le spese il turista italiano che in Portogallo, nel 2018, cadde letteralmente nell’opera “Discesa al limbo” (un buco nero profondo 2,5 mt.), indotto dalla tentazione di verificare di persona l’esistenza o meno di una superficie.
Il vuoto ci spaventa, è vero, ma al contempo incuriosisce. Anche nella mostra di Firenze possiamo provare tale emozione. Accade nel “Void PavillionVIII”, struttura cubica collocata al centro del cortile rinascimentale, all’interno del quale troviamo tre forme rettangolari nere. Forte la tentazione di “infilare” la mano per verificare il vuoto, ma attenzione, poiché, sebbene il rischio di cadere non si corra, c’è sempre quello di incappare nel rimprovero dell’addetto alla sorveglianza. E comunque, al di là dei possibili richiami, val bene ricordare quella frase di Alberto Savinio secondo cui “chiarire un mistero è indelicato verso il mistero stesso”.
L’opera di Kapoor risiede nello smarrimento della percezione. È così che l’artista può permettersi di guardare al passato traendo un’originalità valida anche nel presente. Questi stessi principi li ritroviamo nella stanza con le tre opere specchianti: “Vertigo”, “Mirror”, “Newborn”. Grandi elementi in acciaio inox, perfettamente lucidati, dove a catturarci non è il vuoto, ma piuttosto il disorientamento prodotto dalle deformanti superfici riflettenti. Una realtà che muta e si deforma, si rovescia, contorce, schiaccia o espande. Siamo noi e lo spazio intorno che cambia continuamente e, alla fine, restiamo ebbri nell’incanto di uno spaesamento dolce e seducente. Eppure, anche in questo caso, le superfici deformanti in acciaio inox non sono una novità. Ricordiamo, ad esempio, quelle di uno scultore italiano, sempre troppo poco citato, come Attilio Pierelli che già nel 1964, studiando le cuspidi della teoria del caos, realizzava opere capaci di deformare lo spazio e l’immagine riflessa in esso.
Concetti in linea con lo Spazialismo di Lucio Fontana, verso cui guardiamo quando si parla di superfici aperte nel vuoto. Come pure le conturbanti “ulcere” materiche di Alberto Burri, spalancate su scenari di nero profondo. E allora torniamo a dire che la grandezza di Kapoor, ribadita nella mostra fiorentina e curata dal Direttore della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, sta tutta in quella capacità di riconoscere l’invisibile, mettendo lo spettatore in condizione di sostare in bilico sul suo confine. Creare vortici emotivi, proprio come la stupefacente “Descension”, presentata nel 2015 alla Galleria Continua di San Gimignano (partner anche della mostra di Palazzo Strozzi). Terrificante Maelstrom il cui fragore persistente alimenta l’ansia di trovarsi sul ciglio di una soglia estrema, oltre la quale non c’è ritorno.
È la manifestazione del brivido, l’invito a restare vigili pur nella perdita delle sicurezze. Come quando utilizza il pigmento, materiale reso celebre da Klein, certo, ma riattualizzato adesso come elemento di perenne incertezza fisica. Ed è così che l’artista restituisce il senso dell’enigma, le molteplici domande sollevate dalle più avanzate ricerche scientifiche sull’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.
L’opera di Kapoor, insomma, ben evidente nella mostra fiorentina, si conferma essere non nell’oggetto, ma in quella domanda che sta altrove e che ci seduce proprio perché non riusciamo a darle risposta.
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