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ITALIA-GERMANIA, VERSO IL DECOUPLING

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di Guido Salerno Aletta

Troppi elementi di disturbo, negli scorsi anni, hanno fatto perdere la traccia profonda dei processi di crescita economica all’interno di un quadro sostenibile dei conti pubblici e dell’equilibrio dei saldi con l’estero.

Partiamo da questi ultimi, condizionati come sono sia dalla adesione all’euro, che non consente svalutazioni competitive all’interno della Eurozona, che dalle relazioni industriali e commerciali dell’Italia che sono strutturalmente deficitarie nei confronti della Germania.

Dal punto di vista dell’export siamo subfornitori delle industrie tedesche, essendo pienamente integrati nella loro catena del valore al pari di tutti i Paesi dell’Est, contribuendo così a tenere bassi i loro costi di produzione ed alti i loro profitti, mentre dal punto di vista dell’import paghiamo le merci tedesche a prezzo pieno. Nel 2020, a fronte di un saldo complessivamente passivo dell’Italia nei confronti della Eurozona pari ad appena 169 milioni di euro, quello nei confronti della Germania era stato di 5 miliardi e 221 milioni di euro. Nel 2021, il saldo infra Eurozona dell’Italia era passivo per 5 miliardi e 230 milioni, mentre quello con la Germania era stato passivo per 9 miliardi e 540 milioni di euro. Nel 2022, il saldo infra Eurozona era stato passivo per 13 miliardi e 930 milioni di euro, mentre quello con la Germania era stato passivo per 13 miliardi e 458 milioni di euro.

In pratica, ci troviamo di fronte ad una relazione tra industria italiana ed industria tedesca che è stata strutturalmente squilibrata a nostro detrimento, visto che le industrie del Nord dell’Italia lavorano a rimorchio delle commesse tedesche, dando occupazione e prosperando dal punto di vista degli utili, ma ad un prezzo che poi viene pagato dall’intera collettività nazionale che importa le merci dalla Germania ad un prezzo che incorpora il valore aggiunto prodotto dalle industrie italiane cui viene aggiunto un consistente margine di profitto.

Questa solida integrazione produttiva realizzata tra il Nord industriale dell’Italia con la Germania, e soprattutto con l’area renana e bavarese, è derivata soprattutto dalla dismissione da parte dell’Italia dei grandi insediamenti produttivi, dal settore metallurgico e quello automobilistico, fino alla chimica. Ma ora questa sinergia è messa in discussione dalla transizione energetica, con l’abbandono forzato delle automobili con motori a combustione interna e dalla rinuncia al gas russo a costi convenienti anche da parte della Germania.

Occorre dunque guardare con particolare attenzione i dati destagionalizzati relativi alla produzione industriale italiana, senza fermarsi a quelli che riguardano i beni di consumo, durevoli e non durevoli, che pure segnano un andamento al ribasso: a marzo scorso, l’indice destagionalizzato e corretto per gli effetti del calendario relativo a questa categoria di beni (2015=100) è stato pari a 111,1 con una variazione negativa di -4,7 punti rispetto al marzo 2022.

Lo stesso è accaduto con i prodotti intermedi, con l’indice destagionalizzato che a marzo scorso ha toccato appena quota 98,4. Non solo questo valore è più basso di quello di ben otto anni fa, il 2015=100, ma è più basso di tutti quelli rilevati nel biennio 2021-2022, visto che il livello più alto era stato raggiunto nel luglio 2021 con 106,9. Anche i corretti con gli effetti del calendario mostrano un andamento analogo: a marzo scorso l’indice è stato pari a 110,4 mentre era stato di 117,4 a marzo 2022.

Bisogna guardare all’economia reale, alla produzione industriale, visto che poi tutto si riflette a livello macroeconomico sulla crescita del PIL: sulla base del DEF 2023, quest’anno il PIL reale dovrebbe crescere solo dell’1%, mentre quello nominale del 5,8% visto che il deflatore del PIL (l’indicatore che misura l’inflazione complessiva, non solo quella dei prezzi al consumo) è previsto in crescita del 4,8%.

La crescita reale dell’1% nel 2023 verrebbe conseguita a fronte di un indebitamento netto del bilancio delle PA pari al 4,5% del PIL: ma, in pratica, la gran parte del deficit serve a pagare gli interessi passivi sul debito pubblico, con una spesa che è pari al 3,7% del PIL. All’economia reale andrà dunque solo un deficit netto pari allo 0,8% del PIL: una inezia, che infatti determinerebbe una crescita reale dell’1%.

Occorre una riflessione sulle strategie di sviluppo economico sul piano internazionale che l’Italia deve intraprendere nei prossimi anni, visto che sembra essersi esaurito il paradigma che nello scorso ventennio ha visto l’industria tedesca in grado di trainare l’intera economia europea, assorbendo buona parte della produzione industriale del Nord dell’Italia, rimasta in posizione gregaria come subfornitrice e con un saldo commerciale alla fine strutturalmente negativo.

C’è un intero mondo che cresce, e che ha bisogno di un sostegno allo sviluppo proprio nei settori tradizionali in cui l’industria italiana può integrarsi e farsi trainante.

E’ pericoloso affidarsi alla speranza che la crescita economica sarà trainata dalla transizione energetica e dalla decarbonizzazione della produzione che aumenterà solo i costi per le imprese e per i cittadini.

Ed è un errore pensare che il deficit pubblico sarà il driver: non solo oggi, ma ancor più nel futuro, l’aumento dei tassi di interesse lo assorbirà sempre di più. Il DEF prevede che già nel 2024 l’indebitamento netto (il deficit) sarà pari al 3,7% del PIL, mentre l’onere per gli interessi sul debito sarà pari al 4,1% del PIL: in pratica, tutto il deficit non basterà neppure a pagare l’intera spesa per gli interessi. Ci sarà dunque un impatto deflattivo sulla economia reale, a cui si aggiungerà quello già indotto dalle politiche monetarie restrittive.

 

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  • Redazione

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