
di Roberto Tieghi
Esiste l’intelligenza artificiale? E’ intelligente l’intelligenza artificiale?
Attualmente, mentre scriviamo queste righe (V. Piero Vietti, Intelligenza si fa per dire, su Tempi, marzo 2023), ci dicono che i programmi di AI stiano disegnando milioni d’immagini, rispondendo alle mail, preparando dichiarazioni dei redditi e registrando canzoni con la voce di cantanti morti da anni; stanno scrivendo codici, preparando progetti architettonici e fornendo consigli sulla salute (mamma mia!).
Chi lavora al loro sviluppo sostiene che questo sia solo l’inizio: la cd. intelligenza artificiale “generativa” riorienterà il modo in cui lavoriamo, sbloccherà la creatività e le scoperte scientifiche, consentendo all’umanità di raggiungere risultati inimmaginabili. Nel 2020 ci sarebbe stato il salto di qualità fondamentale, grazie alle maggiori scoperte nella progettazione di reti neurali ed alla crescente disponibilità di dati.
Dal 2023 è diventato accessibile ChatGpt (Generative Pre-trained Transformer), programma basato su AI e “machine learning”, specializzato nella conversazione con un utente umano. Ma andiamo con ordine, partendo da un’intervista a Roger Penrose (Nobel per la fisica nel 2020) rilasciata il 6 ottobre 2020. “Dietro l’espressione Intelligenza artificiale ci sono almeno tre parole alle quali dovremo prestare attenzione: la prima è “intelligenza”, la seconda è “comprensione” e la terza è “consapevolezza”…. Si usa l’espressione AI per descrivere dispositivi che vengono ritenuti capaci di riprodurre attività che richiedono intelligenza naturale e che, si crede, finiranno col superare … gli essere umani più capaci.
Se questa forma di imitazione e concorrenza e, infine, di superamento è ciò che la definisce, allora dobbiamo dire che non c’è nulla di nuovo in questa “intelligenza artificiale”. L’espressione seduce perché deriva da una non irragionevole convinzione che il cervello, essendo oggetto fisico, obbedisca alle leggi della fisica, e dunque possa essere simulato computazionalmente. Se si ritiene, in altri termini, che i neuroni si comportino come fili e transistor, sarebbe normale credere che un dispositivo regolato da un computer possa simularne il funzionamento. Ma il pensiero umano va ben al di là di queste cose. Uno dei campi di prova su cui sin dagli anni cinquanta la AI viene testata è quella del gioco degli scacchi, dove vi fu la celebre sconfitta del 1997 di Kasparov contro il programma Deep Blue. In tale gioco vi è una nota posizione di pareggio conosciuta da chiunque domini i rudimenti del gioco degli scacchi. Invece, nell’ambito di quella gara, uno dei principali programmi di AI del gioco, regolato sul livello massimo, fraintende completamente la posizione e, dopo un certo numero di mosse, fa un errore stupido e perde la partita. Perde non perché sia il giocatore peggiore, ma perché non ha alcuna comprensione di ciò che i pezzi possano fare, seguendo inconsapevolmente degli algoritmi.
Il problema è qui: AI contro consapevolezza. In gioco, nell’intelligenza, vi sono tanto la coscienza quanto ciò che la comprensione cosciente dei significati possa fare per noi: l’intelligenza richiede comprensione e la comprensione richiede consapevolezza. Questo ci porta a dire che un dispositivo, per essere definito “intelligente”, debba essere capace di comprensione e di consapevolezza. Taluni apparati possono essere straordinariamente efficaci nel risolvere determinati problemi, ma affinché funzionino, a monte ci deve essere comprensione consapevole; è la comprensione consapevole attraverso cui procedono i loro programmatori, ovvero gli esseri umani che li ideano. Sarà così finché non comprenderemo abbastanza che cosa sia effettivamente la coscienza; solo allora potremmo eventualmente costruire dispositivi davvero “coscienti e consapevoli”, qualunque cosa ciò possa significare…
Non tutte le preoccupazioni su ciò che chiamiamo AI sono peraltro prive di fondamento. Dal lavoro all’uso di sistemi informatici complessi nel campo del controllo il problema è grande. Ma ciò di cui dobbiamo preoccuparci non è se i computer e, quindi, se ciò che chiamiamo IA prenderanno il sopravvento, bensì l’abuso che l’intelligenza naturale degli umani potrà fare di una tecnologia informatica, ovvero d’ una “intelligenza” priva di consapevolezza: quando si parla di intelligenza, non si dovrebbe mai rimuovere l’elemento umano dalla nostra visione; quando si parla di sistemi controllati da algoritmi, sistemi di calcolo molto potenti e veloci, dobbiamo sempre ricordare che non sono dotati di consapevolezza. Se dunque essi prenderanno il sopravvento in molti ambiti della nostra società – lavoro, salute, istruzione – sarà proprio perché abbiamo dato deleghe in bianco su tale consapevolezza”.
Nel frattempo va segnalato che, con un’ intervista al New York Times, Geoffrey Hinton, conosciuto come il “nonno” dell’IA, si è dimesso da Google perché ci sarebbero “problemi spaventosi” nella sua tecnologia, che promette di polverizzare l’umana creatività. “Ma l’IA non sarà mai come l’uomo perché non avrà mai la coscienza”, dice Federico Faggin, il fisico vicentino che ha conquistato la Silicon Valley. Tuttavia, “ se noi daremo (all’IA) il potere di decidere, essa potrà combinare tanti guai, compreso quello di ritorcersi anche contro quelli che le hanno dato questa facoltà”. “Attenzione, non è la macchina ad avere l’intenzione di nuocere: la macchina non ha intenzionalità, fa ciò che ha imparato dall’uomo: abbiamo creato una struttura che assorbe la parte trasferibile della nostra conoscenza, è un meccanismo che farà quello che vuole l’uomo… La vera intelligenza è e sarà sempre umana” (da Panorama, luglio 2023).
In un articolo di Francesco Specchia (apparso su Libero del 3 maggio 2023) si scrive che il discrimine tra l’IA utile e quella pericolosa sta nella subordinazione: nel controllo che su di essa sa ancora esercitare l’essere umano. Sul New York Times dell’8 marzo scorso, Noam Chomsky riportava un suo serrato dialogo filosofico con l’IA ChatGPT, alla quale il linguista domandava: “E’ morale per un essere umano chiedere assistenza ad un’IA amorale per prendere decisioni morali?” EChatGPT rispondeva che la decisione ultima spetta all’uomo ed alle sue capacità di sapere discernere le potenziali conseguenze del suo utilizzo. In una prospettiva più generale, dunque, il problema che si pone è quello del cd. “transumanesimo”, sul quale mi pare rilevante ciò che dice padre Tiziano Tosolini (intervista alla Verità del 30 gennaio 2023).
“Il transumanesimo sarebbe un’ideologia filosofica e scientifica che propone il passaggio dell’umanità ad una condizione di vita superiore, affrancata cioè dai vincoli posti dalle condizioni biologiche…”. Considerati gli aspetti negativi della condizione umana (invecchiamento, malattia, morte etc.), i transumanisti tentano di creare un uomo nuovo, mediante una fiducia illimitata nella ricerca scientifica, cioè nell’utilizzo di determinate scienze (genetica, robotica, informazione, nanotecnologia), idonee a formare un nuovo evoluzionismo che dall’”homo sapiens” ci conduca all’”homo technologicus”. Secondo Martin Heidegger, la tecnologia è diventata la nostra nuova antologia, nel senso che il modo in cui noi vediamo ed interpretiamo il mondo è ormai filtrato dalla tecnologia, che è ormai parte di noi.
Ma perché dovremmo temere il progresso tecnologico? A parte che dovremmo sempre diffidare delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria, è vero che non vi sono soltanto aspetti negativi, ma la domanda è: tutto ciò che possiamo fare, dobbiamo anche farlo? Il problema del transumanesimo è che esso cancella qualunque limite etico, e ciò è molto preoccupante, se pensiamo alle oscure prospettive della IA. “Ma c’è anche un problema spirituale”, aggiunge padre Tosolini. “C’è una spiritualità all’interno dell’uomo che ai transumanisti non interessa assolutamente. La nuova evoluzione guidata dall’uomo dovrebbe condurci ad uno stato che i transumanisti considerano di “semidivinità”, esaltando essi la razionalità umana al punto da farla diventare l’unica misura di tutte le cose.
Di fatto, essi propongono di creare un uomo nuovo a nostra immagine, prevedendo dunque di fare a meno di Dio, di cui non avremmo più bisogno, perché potremmo costruirci da soli come vogliamo. Ma se l’uomo non è più ad immagine di Dio, sarebbe immagine di che cosa?” A ben vedere, se l’uomo si stacca da Dio perde anche se stesso, diventando preda dell’antico serpente tentatore, che lo illude di poter essere come Dio, come del resto sta accadendo. “Etsi Deus non daretur” è un’espressione latina coniata dal filosofo olandese Ugo Grozio nel diciassettesimo secolo, ripresa poi da Dietrich Bonhoeffer durante la sua prigionia in Germania, negli anni quaranta, che vale ad affermare che il diritto naturale è addirittura valido di per sé, anche se Dio non esistesse. Concetto che, purtroppo, i transumanisti e gli estimatori della libera AI non conoscono.





