Home Cultura IL LINGUAGGIO DEI MITI E I RIFLESSI SUI NOSTRI STATI COSCIENZIALI

IL LINGUAGGIO DEI MITI E I RIFLESSI SUI NOSTRI STATI COSCIENZIALI

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di Sergio Restelli

Gli dèi, che hanno più immaginazione di noi, ci propongono questo linguaggio: non c’è un solo popolo al mondo che non lo possegga nel segreto delle sue leggende, dei suoi miti, dei suoi riti e dei suoi simboli. Jung gridava: «L’occidente ha perduto i suoi miti!». I miti ci sono, il nostro patrimonio sacro è immenso, ma non sappiamo decifrarlo, non abbiamo mai veramente vissuto il suo linguaggio o, più precisamente, abbiamo ridotto il suo linguaggio al livello del nostro vissuto banale invece di lasciarci trasportare da esso a nuovi piani di coscienza verso i quali ci invita. Così facendo, sentendolo infantile, l’abbiamo eliminato dai nostri materiali scientifici, e oggi siamo al punto in cui, essendosi la scienza imposta come l’unico quadro di riferimento giusto e rassicurante, abbiamo eliminato il linguaggio del mito dal cuore stesso della nostra vita.

Che cosa c’è di più vicino a noi e di più enigmatico al mondo, nell’“in basso”, del corpo dell’uomo? Cosa di più concreto e di più misterioso allo stesso tempo? Di più complesso e di più legato in una fondamentale unità? Da un millennio, il mondo occidentale è schiavo, lo voglia o no, della forma del pensiero scolastico. Ne ha ereditato una forma di pensiero dualistica dell’universo. Da Agostino d’Ippona (IV secolo) – che ha profondamente segnato il pensiero occidentale con la sua impronta manichea – si sono a poco a poco eretti il bene e il male in assoluti. In questa prospettiva, l’occidentale, ancorato all’idea che «l’uomo è un animale ragionevole composto di un’anima e di un corpo», fa presto a identificare il male con il corpo e il bene con l’anima.

Non abbiamo forse imparato, di generazione in generazione, a disprezzare il corpo o addirittura a maltrattarlo? La nostra spiritualità non è stata nutrita fin dall’infanzia da un dolorismo quasi insuperabile? Non ci hanno presentato ciò che apparteneva alla carne – come parola che esprime l’unione dei corpi – come il peccato dei peccati, fino a fare dell’“azione carnale” il “peccato originale”? Si noti che quest’ultima espressione venne fuori per la prima volta dalla penna dello stesso Agostino d’Ippona.

Tra il corpo e l’anima – con tutta la confusione che genera quest’ultimo concetto – il pensiero occidentale innalzava, fino agli anni più recenti, un muro di separazione incrollabile: da un lato il vicolo fangoso del corpo peccatore, dall’altro il giardino dell’anima. Denunciando questo tabù, la psicologia, ancor giovane scienza, ha combattuto l’errore, ma non ha tuttavia introdotto la verità. Anch’essa rimane prigioniera delle sue contraddizioni.

Ora, così come nell’Assoluto – simboleggiato dal Nome divino yod-he-waw-he, i due he possono trovare il giusto significato solo nella loro partecipazione allo yod che li unisce; così anche a livello dell’uomo, riflesso dell’Assoluto, il sôma (corpo) e la psychê (anima) sono soltanto in virtù del loro grado di partecipazione ad una terza dimensione dell’essere. Se non avviene questo, corpo e psiche non sono, ma esistono; il corpo in particolare esiste allora solo in vista del miglior funzionamento, per un rendimento migliore dell’individuo nel quadro della sopravvivenza.

Nel primo caso, il corpo è elemento di una trilogia (spirito-anima-corpo) chiamata a trovare l’armonia che permetta di trasmettere e di manifestare il mondo dell’alto, la pura verità. Nel secondo caso è solo schiavo dell’esistenza e in definitiva schiacciato da questa. Nel primo caso, l’uomo pratica l’arte dello yoga per coltivare la sintesi armoniosa della trilogia e il legame (come indica la parola yoga) di questa trilogia con il mondo dell’alto. Nel secondo caso, fa della ginnastica per lubrificare gli ingranaggi di una macchina – il suo corpo – che deve trasportarlo più efficacemente e più economicamente possibile, un linguaggio caricaturale per esprimere con vigore le opzioni fondamentalmente opposte che l’uomo può scegliere.

Opzioni secondo cui o il corpo è vissuto – allora è “immagine del corpo divino” tendente ad identificarsi con lui – o è mantenuto, subendo l’identificazione con la banalizzazione esteriore. Gli uni «sono il loro corpo», gli altri «hanno un corpo», per riprendere la luminosa espressione di cui si serve il prof. K. G. Dürckheim nell’analisi approfondita che dedica a questo tema.

Mi sembra importante insistere qui sul fenomeno di identificazione,semplice proiezione della legge ontologica di immagine e di somiglianza. Nel mito biblico, l’uomo «creato ad immagine di Dio» vive nell’intimità divina ed è chiamato a raggiungerne la somiglianza. Separato da Dio, l’uomo vive nell’intimità del mondo sensibile di cui fa esperienza, e questo gli è ormai naturale.

L’intimità del mondo interiore a se stesso, o mondo spirituale, gli è naturale solo con l’accesso al piano essenziale del suo essere, nel procedere verso quella “conoscenza” sopra definita L’identificazione dell’essere umano (corpo, anima, spirito), che avvenga a livello del mondo esteriore o di quello interiore, è una realtà che non ha più bisogno di essere dimostrata, ma che voglio richiamare. . il mondo interno e il mondo esterno all’uomo.

Intendiamoci bene su questi concetti: “mondo interiore” e “mondo esteriore” distinti tra loro e non separati. Sono poste precedentemente due proposizioni alla sua base l’una, l’uomo nel cosmo; l’altra, il cosmo nell’uomo. L’uomo nel cosmo implica immediatamente la vita relazionale: sensazione che l’uomo prova nel suo corpo e nella sua psiche, di se stesso e degli altri, degli avvenimenti e delle cose, e quindi comunicazione con se stesso e con gli altri.

Da questa relazione discende la vita del pensiero che si manifesta per via emozionale o intellettuale. Non si chiama qui mondo interiore questo mondo del pensiero, per quanto segreto possa essere. Il pensiero è ancora condizionato dall’esterno delle cose. Al limite, queste “cose” si propongono in tutte le loro dimensioni, fino a quella che raggiunge il cuore stesso, il nocciolo, lo spirito. Esse allora non entrano più in relazione ma in comunicazione, in comunione con il “nocciolo” dell’essere che si è reso capace di viverle: ciò costituisce il mondo interiore dell’uomo.

Il cuore del cosmo, nell’uomo, trova la sua immagine, la sua risonanza. La vita del pensiero animata da questa ricezione interna fa parte del mondo interiore. Vediamo come il pensiero appartenga ai due piani, esteriore o interiore, dell’uomo a seconda che si nutra di mondi psicofisici immediati o del mondo spirituale mediato. Nel primo caso, il mondo spirituale non affiora alla coscienza, l’essere spirituale dorme, ed il fenomeno d’identificazione muove dal corpo e dalla psiche verso il mondo esteriore che li nutre. Ognuno sa quanto, sul piano fisico puro, ci sia identificazione tra l’uomo e il luogo che abita.

Un europeo che, per esempio, si trasferisca in Cina, acquisirà un po’ alla volta una morfologia cinese. Si notano sorprendenti acquisizioni di rassomiglianza tra due esseri che vivono insieme, o anche tra un uomo e un animale domestico. Turbato, disorientato rispetto a questa fondante vocazione, il corpo soffre; parla a livello dell’organo significante l’origine del turbamento, e che lo manifesta. Parla, vive questo corpo; trasmette l’esigenza di crescita del nucleo dell’essere, di cui ogni cellula è portatrice e fatta per sprigionarne l’energia. La sua finalità è il “corpo divino”, il suo modello, che Mosè ha visto e di cui ce ne ha trasmesso memoria con il disegno dell’albero delle sefirot.

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  • Redazione

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