
di Guido Salerno Aletta
La Tunisia è rimasto l’ultimo snodo strategico nel Mediterraneo su cui l’Occidente può cercare di mantenere la presa dopo che l’Egitto è entrato a far parte dei BRICS, mentre l’Algeria è sempre più legata alla Cina ed alla Russia e distante dalla Francia, ed in Libia il leader di Tobruk Haftar discute la concessione di una base navale a Mosca.
L’Italia si barcamena: tenta la sortita, ma poi viene messa alle strette.
Non deve essere andata giù a tanti, probabilmente a troppi, non solo alla Francia ed alla Germania ma anche all’establishment bruxellese, l’iniziativa di convocare a Roma una Conferenza internazionale sullo Sviluppo e le Migrazioni, organizzata di comune intento con il Presidente della Tunisia Kaïs Saïed. La sua posizione di assoluta intransigenza, che lo ha portato a rifiutare gli aiuti finanziari per 2 miliardi di dollari proposti dal Fmi, che chiede in cambio la adozione di riforme economiche assai impopolari, deve essere andata di traverso anche a Washington. Fu durissima infatti la posizione che espresse a Roma in ordine alle politiche occidentali di assistenza e di sostegno allo sviluppo: di fronte al rappresentante del Fmi, che partecipava come invitato alla Conferenza, sostenne la necessità di dare vita ad un Nuovo Fondo monetario internazionale, che abbia come capitale l’annullamento dei crediti vantati nei confronti dei Paesi del Sud del Mondo ed il “denaro rubato”.
Mentre lo stallo nei colloqui col Fmi prosegue, l’Arabia Saudita ha concesso intanto a Tunisi aiuti per 500 milioni di dollari, di cui 400 milioni con prestiti a tasso agevolato e 100 milioni come sovvenzioni. Questo è un punto geopolitico che talora sfugge: se il Presidente Saïed ha appena annunciato con grande clamore mediatico di non volere accettare la “carità” offerta dall’Unione europea, poiché il denaro che mette sul piatto non vale la perdita della sovranità da parte della Tunisia, ha probabilmente altri canali aperti.
In sintesi: non solo la posizione attuale della Tunisia è troppo critica verso le Organizzazioni finanziarie occidentali, ma rivendica una completa sovranità che mette in discussione i suoi obblighi verso la comunità internazionale.
La Conferenza di Roma aveva infatti creato un precedente pericoloso, affermando che le politiche di cooperazione devono basarsi, nell’ordine, sul “rispetto della sovranità nazionale, incluso il rispetto della legislazione nazionale; la condivisione delle responsabilità; la solidarietà; la partnership tra eguali; la sicurezza e la dignità dei migranti, ed il pieno rispetto del diritto internazionale, inclusi i diritti umani e la legislazione sui rifugiati”.
Quest’ultimo è un altro punto assai controverso: non solo al Parlamento europeo sono state sollevate critiche sul rispetto dei diritti umani e delle libertà civili e poi ad una delegazione di Eurodeputati che doveva andare in visita per incontrare esponenti della società civile, sindacalisti ed esponenti della opposizione sono stati negati i visti di ingresso, ma lo stesso Mediatore europeo Emily O’Reilly, alla guida dell’apposito organismo di controllo, il 15 settembre scorso ha chiesto alla Commissione chiarimenti sull’accordo Ue-Tunisia firmato a luglio, soprattutto per le possibili violazioni dei diritti umani: vuole che la Commissione europea spieghi quali garanzie siano state introdotte nell’accordo per garantire che le autorità tunisine rispettino i diritti fondamentali nelle loro operazioni di contenimento dei flussi migratori irregolari.
La posizione della Tunisia è stata estremamente chiara al riguardo, come risulta da Memorandum firmato con la Ue a Tunisi, il 16 luglio scorso: non solo si ritiene la prima vittima delle correnti migratorie dirette verso l’Europa, con le bande di trafficanti che hanno assunto il controllo della tratta di uomini e donne provenienti dalla fascia sub-sahariana, ma la sua azione di vigilanza è effettuata a tutela dei propri confini e non di quelli altrui. Per questo motivo, la Tunisia non intende essere un Paese che ospita i migranti svolgendo per conto della Ue i compiti di verifica di coloro che abbiano diritto a ricevere la protezione internazionale ed assumendosi l’onere di rimandare gli altri ai rispettivi Paesi di provenienza.
E qui sta il nodo, che è per l’appunto geopolitico: tutto comincia con la Rivoluzione dei Gelsomini, ed il defenestramento dell’allora Presidente Ben Alì. Il fermento sociale che ne è derivato, rompendo equilibri consolidati, nel 2019 portò alla elezione di Saïed, a larghissima maggioranza di suffragi popolari. Mentre i conflitti interni proseguivano, sempre più aspri, la precedente classe dirigente non si rassegnava a cedere il passo: accusandola di voler ordire un colpo di Stato, nel 2021 Saïed assunse provvedimenti di emergenza facendo arrestare gli oppositori interni, tra cui Rached Ghannouchi, leader del movimento islamico tunisino Ennahdha ed ex presidente del Parlamento di Tunisi. Costui, per protesta, ha appena iniziato uno sciopero della fame ad oltranza.
Il Fmi e l’Unione europea cercano di spingere la Tunisia ad accettare aiuti finanziari e sostegno alle loro condizioni: da una parte, si tratta della adozione di riforme di carattere economico; dall’altra, il pieno rispetto delle libertà civili e politiche sul piano interno e dei diritti umani nei confronti dei migranti.
Nessuno dà mai niente per niente.
La Conferenza organizzata dall’Italia si era conclusa con eccessive speranze, decidendo di dare il via al “Rome Process“: una piattaforma strategica, comprensiva ed inclusiva sul piano pluriennale, di azione collettiva. La creazione di un Fondo ad hoc per lo sviluppo, con i 100 milioni di euro che furono promessi dagli Emirati arabi, non erano che una goccia nel mare: ma sarebbe stato un “mare” che metteva in discussione i ruoli di condizionamento del Fmi e della Ue. Per questo l’iniziativa italiana era stata destabilizzante.
La pressione esercitata dalla Germania e dalla Francia, tra il sostegno fornito alle ONG che fanno soccorso in mare e l’integrazione dei migranti in Italia e la vigilanza rafforzata al valico di Mentone è un segnale più che eloquente.
Aver chiesto il supporto della Unione europea, ha spostato lontano dall’Italia il baricentro dei colloqui e delle decisioni: ha abdicato, praticamente da subito, ad un ruolo che era forse troppo ambizioso.





