
di Marco Carnelos
L’illustre studioso statunitense, Walter Russell Mead, ha recentemente lanciato un allarme solenne sulla “disintegrazione” del cosiddetto ordine mondiale basato sulle regole.
Purtroppo, la sua analisi, apparsa sul Wall Street Journal, ha dimostrato scarsa empatia cognitiva e ha messo in evidenza le visioni distopiche che sempre più frequentemente caratterizzano le analisi di molti studiosi di politica estera occidentali.
Mead ha lamentato che “il mondo è meno stabile rispetto al febbraio 2022” mentre, presumibilmente, “i leader occidentali non sembrano ancora cogliere l’immensità del compito che li attende“. Purtroppo, c’è molto di più che i leader occidentali non stanno cogliendo, specialmente all’interno dei loro paesi.
Egli ha curiosamente iniziato il suo j’accuse prendendo di mira le Nazioni Unite affermando che “Doveva essere il gioiello della corona dell’ordine basato sulle regole…ma ultimamente il potere e il prestigio di questo organismo perennemente sotto performante sono sprofondati a dei nuovi minimi”.
Mead avrebbe reso un servizio migliore ai suoi lettori se avesse correttamente spiegato questa scarsa performance. Avrebbe potuto iniziare sottolineando che la debolezza delle Nazioni Unite è dovuta principalmente ai cinque membri permanenti del proprio Consiglio di Sicurezza (CdS) – Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia, noto anche come P5 – che da anni paralizzano l’istituzione a causa dei loro disaccordi.
Il Diritto di Veto
Quasi tutti i Segretari Generali nella storia delle Nazioni Unite sono stati costretti a ricoprire il mero ruolo di notai delle decisioni dei P5. L’unico che ha tentato di gestire davvero l’Organizzazione per conto di tutti i suoi membri, l’egiziano Boutros Boutros-Ghali , nel 1996 fu costretto a subire l’umiliazione di vedere il rinnovo del suo mandato vetato dal CdS (14 a 1).
Provate ad indovinare quale fu l’unico paese che pose il veto? Naturalmente, furono gli Stati Uniti d’America del Presidente Bill Clinton, allora campione del multilateralismo democratico che ancora oggi viene inspiegabilmente rimpianto. In sintesi, prima Mead e i suoi lettori si renderanno conto che l’ONU funziona solo se il P5 lo consente, meglio è.
D’altra parte, Mead ha ragione quando afferma: “C’è stato un tempo in cui l’opinione pubblica si sarebbe preoccupata della posizione dell’ONU sulle crisi internazionali che vanno dalla serie di colpi di stato in tutta l’Africa, al conflitto Azerbaigian-Armenia al presunto coinvolgimento dell’India nell‘assassinio di un oppositore politico in Canada”.
Lasciando da parte quello che le opinioni pubbliche e le Nazioni Unite avrebbero potuto pensare e dire quando Serbia, Iraq e Libia sono stati illegalmente attaccati dagli Stati Uniti e dalla NATO rispettivamente nel 1999, 2003 e 2011, c’è un caso-scuola molto delicato che potrebbe essere messo testato negli esempi citato da Mead.
Se oggi uno Stato membro delle Nazioni Unite dovesse presentare una risoluzione al CdS per condannare la recente aggressione dell’Azerbaigian contro l’Armenia, questa potrebbe incorrere in un veto. Ma questo non verrebbe certamente dalla Russia o dalla Cina. Superfluo aggiungere che se un test simile dovesse essere condotto per quanto riguarda l’occupazione israeliana dei territori palestinesi da quasi 60 anni, incorrerebbe in più di un veto. Ma, ancora una volta, non dalla Russia o dalla Cina.
Se il Canada dovesse essere poi così avventato da presentare una risoluzione al Consiglio di Sicurezza che condanni l’India per il suo presunto coinvolgimento nell’assassinio di un attivista sul proprio territorio, molto probabilmente quattro dei cinque membri permanenti del CdS (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Russia) sarebbero profondamente imbarazzati a causa dei loro interessi nazionali.
La questione se userebbero o meno il loro veto è probabilmente accademica, poiché la risoluzione quasi certamente non giungerebbe al voto.
Ciò a cui stiamo assistendo, pertanto, non è la scarsa incisività delle Nazioni Unite, come afferma Mead, ma un chiaro esempio di come, purtroppo, l’Organizzazione (mal) funziona; ovvero le viene impedito di agire nella salvaguardia dei suoi valori fondativi da parte dei suoi principali stakeholders.
Doppio Standard
Mead, probabilmente, ha inavvertitamente fatto luce sulla vera ragione per cui l’ordine mondiale basato sulle regole si sta disintegrando, e può essere riassunto in due parole: due pesi e due misure, ovvero doppio standard.
Il caso dell’attivista indiano Hardeep Singh Nijjar assassinato in Canada, presumibilmente su ordine del governo indiano, ne è un chiaro esempio.
L’uccisione ha causato imbarazzo perché l’amministrazione Biden e i principali alleati stanno cercando di arruolare l’India nella loro campagna per contenere la Cina. In altre parole, l’India è troppo importante per essere criticata in questa fase, e, quindi, i valori ampiamente rivendicati dall’ordine basato sulle regole in questo caso non si applicano.
Per la più grande democrazia del mondo, si applica una sorta di regola “Mohammed bin Salman” o se preferite “Israele”. Ovvero, “Per i miei amici, tutto; per gli altri la legge”.
Non stupisce, quindi, che sulla questione indiana, Mead e molti altri opinion-makers occidentali non abbiano minimamente visto l’enorme “’elefante nella stanza”; ovvero che il problema non è se l’India abbia condotto o meno un’uccisione extragiudiziale sul suolo canadese, ma che l’Occidente – prevalentemente gli Stati Uniti – negli ultimi due decenni abbia effettuato impunemente migliaia di uccisioni extragiudiziali in ogni angolo del pianeta in nome della lotta al terrorismo in un assoluto silenzio. Un silenzio che continua.
La reazione dell’Occidente alla querelle indo-canadese ha magistralmente e acrobaticamente omesso qualunque riferimento alle proprie uccisioni extra-giudiziali come copiosamente illustrato dall’Editorial Board del Financial Times. Il capo della sezione esteri dello stesso quotidiano, Gideon Rachman, ha addirittura sostenuto che tali uccisioni sono legittime purché vengano condotte al di fuori del territorio nazionale delle democrazie alleate degli USA.
Qualcuno potrebbe sostenere che coloro uccisi dagli occidentali erano “terroristi” e che la lista degli obiettivi è stata predisposta attraverso un procedimento giuridico ispirato alla rule of law.
Tralasciando per un momento il fatto che tali uccisioni siano state effettuate al di fuori della giurisdizione dei paesi occidentali e che non è stata richiesta alcuna autorizzazione ai paesi in cui hanno avuto luogo, c’è un’ulteriore questione che si profila: se l’India ha effettivamente eseguito l’omicidio, lo ha fatto seguendo le sue leggi nazionali, che identificavano l’obiettivo come terrorista. Qualcuno sta forse insinuando che le leggi antiterrorismo dell’India, la più grande democrazia del mondo, non sono valide o meno rilevanti?
Licenza di Uccidere
L’aspetto più deprimente di questa vicenda, è che si è ormai affermata una consuetudine, l’Occidente, nel concepire la propria peculiare visione delle regole dell’ordine mondiale, vi include anche la concessione agli Stati Uniti, e a un numero selezionato di loro alleati, della licenza di uccidere i propri cittadini e quelli di altri paesi al di fuori delle proprie giurisdizioni nazionali.
Se quelli uccisi fossero solo i terroristi, potrebbe almeno essere a malapena tollerabile. Ma ci sono stati e continuano ad esserci migliaia di innocenti uccisi, le cui famiglie non ricevono alcun risarcimento. In sostanza, per ogni terrorista ucciso ne vengono generati almeno altri dieci. L’ipocrisia occidentale (politica e dei media) li definisce “danni collaterali”, il termine vittime innocenti non riescono né a pronunciarlo né a scriverlo.
Se le regole dell’ordine mondiale sono valide per tutti tranne che per un numero selezionato di paesi, nessuno dovrebbe sorprendersi – tantomeno Walter Russell Mead – se quello stesso ordine si stia disintegrando.
Se il governo indiano fosse veramente il mandante ed esecutore dell’omicidio sul suolo canadese, si tratterebbe di un atto spregevole e da condannare senza riserve. Ma se alcuni paesi si arrogano, ignorando il diritto internazionale, il diritto di decidere chi sia presente nelle loro liste terroristiche debba essere assassinato e il dove e il come, è possibile restare scioccati e sconvolti se potenze emergenti, come l’India o l’Arabia Saudita, invocano diritti simili rivendicando la propria sicurezza?
Chi ha il diritto di decidere quale invocazione di sicurezza sia valida e quale non lo sia? Idealmente, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se il suo processo decisionale non fosse così paralizzato.
Mead arriva ad incolpare anche l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), per la disintegrazione dell’ordine mondiale basato sulle regole, e la definisce “l’ombra di sé stessa”; Sicuramente, il mancato raggiungimento di un’intesa globale sui termini del commercio mondiale è un fallimento collettivo non imputabile a qualche attore specifico. Mead avrebbe tuttavia fatto meglio ad astenersi dall’affermare che “un’agenda di libero scambio … era un elemento integrante dell’ordine basato sulle regole dei negoziati di Bretton Woods”. Gli addetti ai lavori sanno benissimo che una delle prime violazioni fondamentali di tale ordine si è verificata il 15 agosto 1971, quando gli Stati Uniti sostanzialmente inflissero un colpo mortale agli Accordi Bretton Woods ponendo unilateralmente fine a uno dei pilastri principali di quell’intesa: la convertibilità del dollaro USA in oro. Una tesi, questa, certificata addirittura dal Fondo Monetario Internazionale
Decadenza politica.
Mead non manca di porre, correttamente, attenzione ad un pilastro dell’ordine mondiale il controllo degli armamenti e i negoziati sul disarmo.
Prevedibilmente, Mead menziona il massiccio riarmo della Cina, la minaccia della Russia di usare armi nucleari in Ucraina e l’Iran che si avvicina alla soglia nucleare. Ancora una volta, per la cronaca, appare necessario mettere le cose in chiaro:
- il bilancio militare degli Stati Uniti è ancora più grande di quelli di tutte le altre grandi potenze mondiali messe insieme alleati e nemici come Russia e Cina inclusi);
- Il Trattato di non proliferazione del 1968 impegnò tutti i suoi firmatari a non sviluppare programmi nucleari militari a condizione che le principali potenze nucleari, all’epoca gli Stati Uniti e l’URSS, riducessero drasticamente i loro arsenali nucleari. Gli Stati Uniti e la Russia possiedono ancora migliaia di testate nucleari.
- L’unica nazione nella storia ad usare la bomba atomica, con due ordigni sganciati su due città giapponesi, sono stati gli Stati Uniti;
- Infine, per quanto riguarda l’Iran, Mead avrebbe fatto bene a ricordare che, su questo tema, gli Stati Uniti possono solo incolpare sé stessi. In primo luogo, per essersi ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) nel 2018, e, in secondo luogo, per aver inutilmente e maldestramente complicato i negoziati per rientrarvi a partire dal 2021.
Mead sembra anche – incredibilmente! – preoccupato per quello che definisce “il crollo ignominioso del potere francese in tutta l’Africa”. Varrebbe la pena chiedergli perché nel 2023, a più di settant’anni dalla decolonizzazione, dovrebbe esserci ancora un “potere francese” in Africa?
Solo nella chiusura del suo articolo Mead riconosce che l’ordine mondiale basato sulle regole è anche “minato dalla decadenza politica ed istituzionale interna [delle democrazie occidentali N.d.R.]“. Come di consueto, troppo poco e troppo tardi.
Se Walter Russell Mead avesse dedicato più attenzione a questo aspetto e ai tanti “elefanti nella stanza” ingigantiti da un ricorso patologico al doppio standard in politica internazionale, avrebbe forse servito meglio i suoi lettori e, soprattutto, il dibattito generale su questo cruciale argomento.
Questo è un adattamento di un articolo pubblicato sulla testata britannica Middle East Eye (www.middleeasteye.net) il 3 ottobre 2023.





