
di Antonello Scarlatella e Matteo Notarangelo
Marcello De Filippis ha dato alle stampe il suo nuovo libro “Volevamo, vogliamo e voleremo sempre” (Youcanprint, € 13.50). Il trattato riporta un sottotitolo: “i desideri di ieri, le speranze di oggi, le illusioni di domani”.
Redigere delle considerazioni in merito agli argomenti trattati dell’Autore, getta la luce su quel che accade nell’Italia economica, sociale e politica di oggi. Marcello scrive della decadenza del più bel Paese del mondo, culla della cultura e delle arti, motore trainante del continente europeo e svela il suo pensiero subito. Nella sua prefazione indica la causa. “La mala gestio politica unita alla decadente evoluzione, anzi involuzione culturale, ha dato il via ad una spirale di disfatte che sembrano interminabili non lasciando intravedere il fondo di questo sgretolarsi del nostro essere italiani, del nostro essere culla del bello e dell’innovazione…”. La nuova pubblicazione non ha un risvolto nichilista, anzi. Il Lettore non farà fatica a seguire “il filo di Arianna” della ragionata riflessione e l’uscita salvifica dalla mala gestio. Il libro racconta il nostro tempo economico, finanziario, digitale, politico e non lascia nella solitudine il “cittadino” della società individualizzata. Marcello De Filippis con acutezza coglie le conseguenze del pensiero e dell’azione della finanza mondializzata. Anche se il suo discorrere tocca la vita quotidiana di tantissimi individui, scorge il momento per dire che “ risorgere non è mai tropo tardi, soprattutto per noi, per la nostra storia , per il nostro passato e per quel sopito desiderio di emergere che, anche se non ce ne rendiamo forse conto, è ancora vivo in noi, quasi moribondo, certo, ma ancora vivo!”. Sebbene le conseguenze economiche, sociali e politiche del vivere quotidiano siano riconducibili a fattori strutturali, esse vengono vissute e descritte anche come esperienze e modi di essere di un “nuovo cittadino”, condizionato dall’incertezza, dalle angosce, dalla vulnerabilità, dal sentirsi solo. Emerge dal libro il declino della comunità, defraudata della capacità di costruire legami sociali, solidarietà meccanica, ma anche organica. Nell’accorta scrittura è manifesta l’idea della scomparsa della visione collettiva del vivere e l’emergere di quella privatistica, impregnata di apatia politica e ricerca degli antichi ed eterni valori. L’argomento trattato viene elevato a manifesto del vivere dell’uomo comune di questo tempo storico. E’ questo il contesto nazionale all’interno del quale Marcello torna a parlare degli agiti e del grande esodo di tanti giovani diplomati e laureati del Sud e del Nord in fuga dalla nazione Italia. Sul medesimo argomento non trapela poco di nuovo dalla storiografia economica e politica, anche se la pandemia ha mostrato la debolezza dell’organizzazione del lavoro e della vita del Bel Paese. Marcello De Filippis fa emergere nuovi temi di politica economica e offre un suo contributo storiografico per non perseverare nella realizzazione del progetto di una sola Storia economica e finanziaria contraddistinta da un’unica narrazione. Scrive del sistema pensionistico e dell’ evidente crisi occupazionale imprigionate in un antica struttura di contrattazione dirigistica. A distanza di diversi anni, mostra e descrive il perpetrarsi di mistificazioni solidaristiche, che esalta la distribuzione del reddito di cittadinanza con saggi spacciati per libri di dottrine economiche. E’ vero: in questo tempo politico sono rare le voci che si sono levate per squarciare la cortina di silenzio sulla storia economica d’Italia, piegata troppo spesso all’ideologia del “laurismo”, dello statalismo, di una scadente digitalizzazione e da un’eccessiva burocratizzazione della vita reale ed economica. Marcello in chiusura del suo libro si e ci pone una domanda: “Come abbiamo fatto ad ottenere un declino tanto rapido generato in poche decadi a fronte di un passato tanto glorioso e luminoso durato millenni? La colpa è nostra, popolo di creduloni, schiavo delle più assurde promesse politiche. Meriteremmo di vivere nella giungla!”. In altre parole, buona parte della ricchezza nazionale è stata distrutta da uno scadente ceto politico. “Ciò vale – scrive l’economista Nicola di Bari – anche per il nostro territorio, politici senza alcuna morale e mestiere ed imprenditori della truffa e del prendere impediscono la nascita di istituzioni inclusive e di nuovi protagonisti della cosa pubblica. […] La strada più importante da percorrere è ritrovare il senso di comunità e di fiducia reciproca associandosi per diventare più forti. I media hanno anch’essi un ruolo determinante nel denunciare abusi, malaffare, incompetenza e corruzione…”. Questi sono i pensieri di Marcello che lascia ai Lettori, affinché stimolino+ “ i desideri di ieri, la speranza di oggi, le illusioni di domani”.
Buona lettura.





