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IL PAPA E LA BESTIA – PARTE III

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di Vito Sibilio

IL PAPA E IL DRAGONE

L’altro punto controverso della politica di Pacelli fu, nel II Dopoguerra, il rapporto con il Comunismo. Si è rinfacciato a Pio XII che sia stato più energico con questo regime di quanto non lo sia stato con il Nazismo, e che abbia sanzionato la scomunica, il 1 luglio 1949 e il 28 luglio 1950, ai marxisti . In realtà, Pio XII non agì in modo diverso da come aveva fatto con il Nazismo. Era la situazione ad essersi evoluta in modo differente. Negli anni della Nunziatura a Berlino aveva preso segreti contatti con l’URSS per un concordato con Stalin, che però rifiutò persino di concedere la libertà di insegnamento religioso nelle sacrestie, oltre che l’esercizio fattivo del culto e del governo ecclesiastico, pretendendo concessioni previe di principio . Durante la guerra, Pio XII non condannò nessuna azione russa, né mai deprecò la persecuzione religiosa staliniana. Fu alla fine del conflitto, memore del ruolo passivo svolto dal Papato nella formazione delle dittature nel I Dopoguerra e nell’espansione delle Sinistre in Spagna e Messico, che Pio XII decise di giocare di sorpresa, vietando esplicitamente la militanza marxista per evitare un’ulteriore espansione rossa. Sapendo che la situazione dei cattolici nei Paesi bolscevichi era irrimediabilmente compromessa, essendo terminata la guerra, uscì dal suo riserbo, e – senza ripromulgare nessuna delle condanne anticomuniste dei predecessori – fulminò l’anatema, più che comprensibile data la dottrina e la prassi marxista. Il materialismo dialettico, la lotta di classe, la religione come oppio del popolo, il rifiuto della morale oggettiva, l’ateismo di Stato, il terrore persecutorio erano motivi filosofici e politici sufficienti per la scomunica, sebbene il Papa abbia esplicitamente escluso dall’anatema coloro che aderivano ai PPCC senza cognizione della dottrina del dia.mat. Questa scomunica – va detto oggi che gli ex-comunisti fanno di tutto per nascondere le loro radici, e in Italia addirittura hanno abiurato persino il socialismo riformista, approdando al laburismo anglosassone – salvò la democrazia in molti Paesi occidentali, a cominciare dall’Italia. Il Papa sostenne poi con tutti i mezzi le Chiese di Oltrecortina, dotandole dei mezzi di autogoverno a causa dell’isolamento , ed elevando alla porpora i loro combattivi primati, Wyszynsky in Polonia, Myndszenty in Ungheria, Stepinac in Jugoslavia, Beran in Cecoslovacchia, senza però poterli salvare dalle carceri, e senza poter impedire che le Chiese greche unite a Roma, in Romania, Bulgaria e Ucraina, fossero incorporate ai Patriarcati autocefali ortodossi locali, non senza un compiacimento servile di quelle gerarchie scismatiche. Era iniziata una nuova era dei martiri: cattolici e cristiani polacchi, cechi, slovacchi, tedeschi, magiari, rumeni, croati, sloveni, bosniaci, serbi, albanesi, bulgari, russi, ucraini, lettoni, estoni, lituani, bielorussi, armeni, georgiani, nordvietnamiti, nordcoreani e, dal 1949, anche cinesi, presero la via delle catacombe, se non del martirio, anonimo, crudele, disumano. Distruzione e profanazione di chiese, cappelle, conventi, monasteri, seminari, altari, tombe, reliquie, icone, oggetti sacri, e persino del Sacramento. Uccisioni, torture fisiche e psichiche, deportazioni, detenzioni, lavori forzati, ergastoli per chierici, religiosi, laici. Soppressioni degli Ordini e degli Istituti religiosi, delle Associazioni laicali, degli enti ecclesiastici, degli istituti di studi, delle opere socio-caritative, culturali e religiose e persino delle circoscrizioni amministrative fondamentali come diocesi e parrocchie. Interferenze nelle nomine ecclesiastiche, interdizione dell’accoglienza di novizi religiosi e aspiranti al sacerdozio. Confisca dei beni. Censure sull’insegnamento religioso nelle chiese, divieti totali o parziali all’esercizio del culto pubblico e privato, della stampa dei libri sacri, della professione della propria fede. Questo e tanto altro, di vergognoso e meschino, ma anche di foscamente grandioso nella dismisura della crudeltà e dell’odio ideologico, fu il quotidiano per i battezzati cattolici sotto la tirannia comunista, di sicuro sotto Stalin e Mao, e – meno intensamente – sotto i loro successori. E fu il quotidiano anche per gli altri cristiani, per i musulmani, gli ebrei, i buddisti, i confuciani, i taoisti e chiunque non credesse che il mondo fosse fatto solo di materia. O, credendovi, che esso non avesse la struttura che gli avevano attribuito Marx, Engels e Lenin. Per loro, il Papa non tacque. Ma anche questo parlare, come quello della II Guerra Mondiale, fu inutile. Fino a che Stalin fu vivo (1953), nessuno spiraglio si aprì. Ai suoi occhi, il dittatore georgiano era una sorta di Anticristo, in cui si verificava ciò che San Paolo aveva profetizzato nella II Lettera ai Tessalonicesi, in merito al “predestinato alla dannazione”, che, non riconoscendo alcun Dio, avrebbe messo se stesso nel tempio, facendo di sé un dio. Per molti il “grande drago rosso” dell’Apocalisse, che si trascinava un terzo delle stelle del cielo dietro con la coda, era il Bolscevismo, che dominava quasi un terzo dell’umanità. Tra essi di certo c’era Eugenio Pacelli, che lo aveva visto arrivare e “fermarsi sulla riva del mare” biblico, ossia il Mediterraneo, con la nascita dei regimi di Tito e Hoxha in Iugoslavia e Albania. Il Papa, come molti attenti alla lettura apocalittica della storia, potè contare “dieci corna” sulla testa del drago, ossia dieci centri di potere nell’Europa cristiana: Russia, Polonia, Cecoslovacchia, Germania Est, Ungheria, Romania, Bulgaria, Iugoslavia, Albania, più l’Italia, con il suo fortissimo PCI stalinista. Potè meditare sulla portata escatologica del messaggio di Fatima, della cui importanza mariologica egli fu il primo vero estimatore. Pio XII era intimamente persuaso che il Comunismo fosse un flagello di Dio, un fatto metafisico, come lo era stato il Nazismo, un sistema il cui principale artefice era non l’uomo, ma il diavolo in persona. Egli stesso ne aveva sperimentato la violenza, quando, durante i tumulti della Lega di Spartaco nel 1919, i comunisti entrarono a pistole spiegate nella Nunziatura di Monaco, minacciandolo di morte. E in vecchiaia, a chi gli parlava della possibilità che il Comunismo si evolvesse in forma democratica, egli sempre ribadì il suo assoluto scetticismo in merito. Ciò però non impedì al Papa di tenere un contegno di equidistanza persino durante la Guerra di Corea (1950-1952), quando marcò la differenza con Truman, evitando qualsiasi cedimento alla propaganda bellicista, e ricavando in cambio l’ostilità del Presidente USA, il quale, in una famigerata lettera, gli si rivolse apostrofandolo “stimato signor Pacelli”, disconoscendogli il titolo protocollare di Sua Santità, in quanto cristiano metodista, ed evidentemente immemore della proposta fattagli, qualche anno prima, di riconoscerlo quale “massima autorità morale”, in cambio dell’ingresso della Santa Sede nella NATO. Ma Pio XII continuò a seguire la sua linea solitaria di fedeltà al Vangelo, e quando Kruscev sondò il Vaticano per eventuali contatti, il Papa si tenne in uno stretto riserbo, rotto tuttavia per condannare l’invasione dell’Ungheria nel 1956. In quegli anni e subito dopo, si credette che Pio fosse stato l’esponente di una mentalità attardata, incapace di accettare le trasformazioni della storia – si pensi al suo rifiuto di riconoscere i confini tedesco-polacchi sull’Oder-Neisse, o quelli polacco-russi, o le annessioni all’URSS dei Paesi Baltici- e di comprendere l’ineluttabilità della marcia dell’umanità verso il Socialismo, se non almeno la sua superiorità scientifica e la sua validità come sistema filosofico-politico, e quella delle sue istanze. Lo si relegò nello scantinato dei reazionari, lui che invece fu sempre un genuino conservatore, e quasi ci si vergognò del fatto che aveva difeso i fedeli perseguitati e lavorato per circoscrivere l’espansione sovietica. Ora che il Comunismo sovietico è caduto, che i suoi popoli l’hanno rinnegato e che il ruolo di un altro Papa, Giovanni Paolo II, è stato esaltato nel far cadere il Muro di Berlino, bisogna onestamente riconoscere che Pio XII vide più lontano di tutti, anche dei suoi successori Roncalli e Montini, capì fino in fondo dove sarebbe andata la storia – con cinquant’anni di anticipo – e cosa si dovesse fare per indirizzarla in tal senso. La sua figura, lungi dall’essere quella di un De Maistre riveduto e corretto, fu quella di un Pontefice che, distanziandosi sia dal collettivismo bolscevico che dal capitalismo liberista, propose quella che Giuseppe Saragat considerò la conciliazione tra Cristianesimo e Socialismo Democratico. E pochi sanno che il suo anticomunismo fu un’alternativa al Comunismo stesso, nel modo in cui seppe elaborare soluzioni etiche per i più svariati problemi di economia politica, giurisprudenza, gestione dello Stato e sociologia che fino a quel momento nessuno aveva mai affrontato. Nazareno Padellaro, uno dei primi biografi di Pio XII, rilevò il fatto che fu uno dei maggiori studiosi di queste problematiche ai suoi tempi, e il primo in moltissimi casi. Giuseppe Siri rilevò che, nei venti volumi di discorsi di Pacelli, tutti i problemi pratici del mondo moderno erano stati affrontati, così che la coscienza cristiana potesse trarne lume in ogni circostanza. In tale ottica rientra anche il rapporto tra Pio XII e la politica italiana. Che egli si sia adoperato sempre per la sconfitta politica del Socialcomunismo, è cosa arcinota. Che sia stato uno degli artefici principali della vittoria della DC alle elezioni del 1948 e della conservazione dell’Italia nel campo occidentale, è un dato acquisito. Perché non gli sia riconosciuto come titolo di merito, non si capisce, se non si considera che la generazione che oggi lo ha riconosciuto, è quella che, almeno a partire dagli Anni Sessanta, lo aveva deprecato. Ossia non ha la struttura psicologica per ammettere con se stessa che il successo del Papa è stato anche il bene di coloro che lo avevano osteggiato, persino da morto. Ma l’apporto della Chiesa alla DC non fu un apporto da Terzo Mondo, e la Chiesa stessa non si appiattì sulle posizioni del Partito . Pacelli non amò mai la DC fino in fondo, e non credette mai veramente nell’Unità Politica dei Cattolici, come invece fece Paolo VI, che credeva potessero convivere in un solo partito gente come Andreotti, Moro e Fanfani. Pio XII credette nel’unità della politica cattolica, sulla scia della Dottrina Sociale. Ebbe fiducia dell’Azione Cattolica e, dopo averla tenuta al caldo durante il Fascismo, scomponendola in associazioni diocesane sotto il controllo dei vescovi, la ricompattò, come l’aveva concepita Pio XI, e la riaffidò al laicato, incaricandola di formare i fedeli all’impegno temporale, e quindi anche politico. Ebbe rispetto della laicità del laicato, quando il laicato seppe essere cattolico, e fu tramite uomini come Luigi Gedda –oggi dimenticati e sviliti – che animò la partecipazione popolare al dibattito politico, oltre i confini della DC, favorendo una vittoria consapevole del fronte centrista, riformista ma non rivoluzionario . Questo avvenne coi Comitati Civici, costituiti indipendenti dall’AC per non violare il Concordato, e che in alcuni momenti Gedda fu tentato di far succedere alla DC, considerata troppo tiepida nella lotta al PCI e nella cristianizzazione della società. A De Gasperi, di cui non si fidò mai completamente – purtroppo, data la levatura del personaggio – Pio XII rimproverava di non aver messo il PCI fuori legge, come in Germania Ovest. Non lo disse mai, ma si capiva . Era certo un progetto difficile da attuare, forse impossibile, ma non sbagliato, nel quadro di una democrazia condivisa, che invece si trovava a dipendere anche da un partito che ne disconosceva i fondamenti. Pacelli credeva che tutte le forze non di sinistra dovessero coalizzarsi contro quelle di matrice opposta. In questo fu innovatore. Ma non capì fino a che punto l’antifascismo avesse realmente segnato la nascita della Repubblica, accorgendosi però, da fine diplomatico, di quanto di insincero ci fosse nella retorica resistenziale, che bollava come antidemocratico ogni apparente residuo del passato, non vedendo quanto di totalitario ci fosse nel presente di Gramsci e Togliatti. In questo contesto intellettuale e politico maturò la sua “Operazione Sturzo”, per il cartello elettorale dalla DC all’MSI in vista della conquista del Campidoglio, in opposizione al trust elettorale di F.N.Nitti, giungente fino al PCI. Le pressioni sul recalcitrante De Gasperi furono molte, certo troppe, ma lo statista ebbe la soddisfazione di vedere che il suo progetto centrista era sufficiente per vincere, e il Papa dovette arrendersi all’evidenza dell’innaturalità del connubio tra DC e Destra postfascista. Del resto, la cosiddetta legge truffa mostra che De Gasperi aveva una chiara consapevolezza della necessità di puntellare la democrazia parlamentare, secondo una prospettiva che Pio XII di certo condivideva. Inoltre sia lo statista trentino che il Papa romano erano convinti dell’importanza dell’Unità europea in chiave anticomunista e per marcare l’autonomia dagli USA, e furono accomunati sia dall’impegno per l’integrazione che dal dolore del fallimento della CED . La bestia nera di Pacelli, che mai trionfò finchè fu vivo, fu sempre la deriva del Cattolicesimo sociale verso il Socialismo. Le fortune del Centrosinistra, e del Compromesso Storico, potevano venire solo alla morte di Pio XII . Con quale vantaggio per l’Italia, giudichi ognuno. Ma si veda bene che quest’esperienza, che per alcuni era l’approdo definitivo della politica cristiana e democratica, è oggi terminata. PIO XII PASTOR ANGELICUS

Messe da parte le accuse classiche a Pio XII, come non mettere in luce le caratteristiche positive del suo Papato? Si può dimenticare per esempio il suo magistero, che fece progredire la dottrina della Chiesa in moltissimi campi? Pio XII è senz’altro un dottore della Chiesa, come ho detto. Le sue encicliche hanno fatto la storia, più di quelle di ogni altro Papa, seconde forse solo a quelle di Leone XIII. Alla Beata Vergine dedicò la Deiparae Virginis, la Ad Coeli Reginam, la Fulgens Corona, in cui espose rispettivamente la genuina dottrina della Chiesa sull’Assunzione, sulla Regalità della Madre di Dio e sul senso dell’Anno Mariano da lui indetto nel 1950, il primo della storia della Chiesa (il secondo fu bandito da Papa Wojtyła nel 1987). Il vertice del suo insegnamento in materia fu la Munificentissimus Deus, la bolla in cui Pio dichiarò, proclamò e definì che l’Assunzione della Vergine è un dogma rivelato da Dio . Questo dogma, definito nel corso dell’Anno Mariano, alla presenza di centinaia di vescovi, nel corso di una solenne cerimonia, col consenso dell’Episcopato mondiale, fu sicuramente l’atto religioso più importante del papato di Pio, e tra i più importanti del secolo XX, accanto alla convocazione del Concilio Vaticano II fatto da Giovanni XXIII. Il dogma – il secondo definito da un Papa da solo, dopo quello dell’Immacolata Concezione di Pio IX- segnò l’apogeo del movimento mariano moderno, e rappresenta una tipica manifestazione della concezione contemporanea del ruolo del magistero straordinario ecclesiastico. Mentre per secoli esso si era pronunziato – di solito attraverso i Concili Ecumenici – per risolvere delle controversie, con un modus operandi ricalcato anche dal magistero supremo ordinario – generalmente dei Romani Pontefici – con Pio IX e Pio XII esso suggella in modo autorevole il risultato ormai certo di una riflessione teologica consolidata. Il Papa preannunziò la definibilità del dogma sin dalla sua enciclica programmatica, la Summi Pontificatus, in cui, conformemente al suo spirito pragmatico, Pio indicò tre punti su cui avrebbe incentrato il suo governo, ossia, oltre a questo, la ripresa dello scavo sulla tomba di San Pietro e la riforma di alcuni aspetti della liturgia. A molti contemporanei l’eccezionalità dell’evento della definizione dogmatica fece considerare il Papa come una personalità marmorea, proiettata già nei cieli, la cui forza erano le sentenze inappellabili di verità e condanna emesse dalla sua bocca. Il profilo assiro di Pacelli, il suo volto da uccello da preda, la sua figura snella e ieratica, dritta come la lama di una spada, la sua voce impostata e stentorea, la sua gestualità enfatica e solenne, la sua mentalità da antico romano confluirono nel creare il mito dell’uomo ponte, tra cielo e terra. E quest’uomo fissò spesso il suo sguardo nelle profondità del mistero avvolto negli spazi del cosmo. Un lume potente accese nelle rade dell’ecclesiologia, con la lettera enciclica Mystici Corporis. Pubblicata nel 1943, a dispetto dell’infuriare della guerra, essa conteneva la più avanzata dottrina sulla Chiesa, che poi fu determinante per la stesura della Lumen Gentium nel Concilio Vaticano II. Per Pio la Chiesa è, genuinamente e biblicamente, una misteriosa unità organica. Per la prima volta dopo secoli, la definizione della comunità cristiana coincide con quella del Mistico Corpo di Cristo. Era un definitivo superamento dell’ecclesiologia controriformista, che con San Roberto Bellarmino aveva definito la Chiesa come “la comunità dei fedeli in Cristo che obbediscono ai legittimi pastori stabiliti da lui”, paragonandone la concretezza a quella del Regno di Francia o della Repubblica di Venezia. Ma la Mystici Corporis è anche un superamento dell’ecclesiologia di Leone XIII e delle sue fonti medievali, espressa nella Satis Cognitum e nella Divinum Illud: in esse la Chiesa era ancora e solo ceto dei fedeli e vera società, una sorta di Civitas Dei visibile, una Respublica Fidelium, quae est Ecclesia Dei di agostiniana memoria. L’ecclesiologia del Vaticano II, che fa della Chiesa una realtà teandrica, è in germe e non solo in germe presente nell’enciclica di Pacelli . Un’altra pietra miliare del magistero papale del XX sec. fu la Divino Afflante Spiritu (1943), che raccolse le istanze più immediate del movimento biblico internazionale, rinnovando il contatto della Chiesa con la Sacra Scrittura, legittimando alcune esigenze fondamentali della moderna esegesi storico-critica, integrando gli insegnamenti di Leone XIII, superando le asprezze antimoderniste di Pio X, preparando la Dei Verbum e innescando quel processo di riavvicinamento del popolo di Dio alla Bibbia, che è ancora in corso. Nel 1945 Pio XII pubblicò il motu proprio In cotidianis precibus, che prescrisse la nuova traduzione dei Salmi, applicando uno dei punti programmatici della Summi Pontificatus. Momento migliore della fine della guerra per un rinnovamento della preghiera il Papa non poteva scegliere. Questo ritorno alle fonti del Salterio aprì le porte al rinnovamento liturgico, su cui egli stesso tornò nel 1947, con la fondamentale Mediator Dei. Già nella Mystici Corporis Pacelli aveva preso posizione a favore del movimento liturgico, affermando che la comprensione della liturgia era un modo fondamentale per comprendere le ricchezze della Chiesa. La Mediator Dei aveva una parte che condannava gli abusi liturgici, come l’estetismo, l’archeologismo, le forme nuove e arbitrarie del culto, l’esclusione delle preghiere extraliturgiche e della pietà popolare, la reticenza verso il culto della Vergine e dei Santi, oltre che verso la devozione personale – tutte precisazioni di alto valore profetico, destinate a mostrare la loro opportunità nei decenni successivi e fino ad oggi. Una seconda parte esortava tuttavia ad un sano rinnovamento liturgico, che liberasse il culto da ogni aspetto puramente cerimoniale e che evidenziasse il ruolo partecipato di tutta la Chiesa al suo celebrarsi. In tal modo, il nocciolo duro delle rivendicazioni del movimento liturgico era riassorbito dal magistero papale. Nella terza parte dell’enciclica, il grande Papa rivendicava alla Santa Sede la direzione del processo di rinnovamento. E alle parole seguirono i fatti: accanto al Centro di Pastorale Liturgica di Parigi nacque il Centro di Azione Liturgica (1947), all’ombra della Curia Romana; furono promossi i congressi liturgici di studio di Francoforte nel 1950, di Monaco nel 1955, di Assisi nel 1956; fu fondata la Commissione per la Riforma dei Testi liturgici. In questo clima fiorirono gli studi di Gardini, Casel, Jungmann, Lercaro. E fu proprio lo Jungmann a riconoscere i passi giganteschi compiuti da Pacelli per il rinnovamento e il rinvigorimento della liturgia. Le riforme concrete, come il ripristino del Triduo Pasquale o della Santa Messa vespertina o l’attenuazione del digiuno eucaristico, non rendono bene, nonostante la loro importanza, la valenza creativa della riforma pacelliana. Essa preluse alla Sacrosanctum Concilium. Ancor più in dettaglio, la costituzione apostolica Sacramentum Ordinis (1947) puntualizzò materia e forma degli Ordini Sacri, aprendo la porta alle puntualizzazioni del Concilio sulla sacramentalità dell’Episcopato nella Christus Dominus. Una costituzione apostolica omonima del decreto conciliare, datata 1953, sviluppando le iniziative di Pio X per favorire la comunione eucaristica frequente, mitigò il digiuno eucaristico, a cui abbiamo accennato. Una menzione particolare merita la Humani Generis, del 1950. Enciclica dimenticata e fraintesa anche da grandi storici e teologi, da alcuni incauti considerata la parte iniziale del momento declinante del papato pacelliano, da altri ancora, in malafede, tacciata di stalinismo ecclesiastico, giudicata come un documento di bandiera della teologia romana in contrapposizione a quella centroeuropea, se non addirittura una reazione di delusione all’impatto, considerato non soddisfacente, del magistero ecclesiologico, biblico e liturgico del Papa, la Humani Generis, a dispetto dei limiti che pure aveva – e che hanno tutte le encicliche, che di per sé non sono atti infallibili – metteva in guardia dalle devianze di una parte del pensiero contemporaneo, e col senno di poi non si può considerarla estemporanea. Troppo spesso la si è unilateralmente ricondotta alla sfiducia e al sospetto rivolti ai grandi teologi De Lubac, Daniélou, Chénu, Congar, per farne una sorta di manifesto della reazione teologica. In verità, Pio XII, con la Humani Generis, dalla quale non scaturì alcuna sanzione canonica, vide con chiarezza ciò che in filigrana gli altri neppure riuscivano a scorgere, ossia l’istanza neomodernista che sottendeva buona parte della teologia contemporanea. Il che non significa rigettarla, ma ammettere onestamente che in parte ha fatto flop. Un flop inevitabile, la cui alternativa era la fissità archeologica su formule ormai sclerotiche, ma non per questo meno pericoloso.

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