
di Vito Sibilio
Parlare oggi di papa Pio XII è obiettivamente difficile. Sembrava, alla fine degli anni Ottanta del XX sec., che la discussione sul suo Pontificato, che poi verte quasi sempre sul suo atteggiamento nei confronti del Nazismo e, allora meno di oggi, su quello verso il Comunismo, si fosse placata, assumendo toni più obiettivi. Ma il crollo del Muro e la crisi delle ideologie hanno acuito, e non attutito, la crisi d’identità dell’Occidente, e il rimorso che la coscienza collettiva prova per gli orrori commessi proprio dalle ideologie ha portato ad accrescere in modo parossistico e nevrotico il rancore verso se stessa, giudicata insufficiente nei suoi valori di riferimento e nella sua funzione di richiamarli all’attenzione dei soggetti agenti. Colpisce che nel cuore dell’Europa civile, nel Paese di Leibniz, dell’Aufklarung, di Kant, di Hegel, ma anche di Einstein, Husserl, Planck, Mann, Brecht, una visione perversa dell’esistenza, basata su un miscuglio di credenze esoteriche, neopagane, anticristiane, irrazionali, abbia potuto traviare l’anima della civiltà e progettare un genocidio, quello ebraico, che era il rinnegamento dei valori stessi su cui l’Occidente aveva edificato se stesso. Cercando un colpevole in vigilando, l’Uomo di oggi crede di averlo individuato nel suo quid spirituale di ieri, il Cristianesimo, in particolare nella sua forma più capillare e organizzata, quella Cattolica, e quindi nel suo capo, il Papa di allora, appunto Eugenio Pacelli, Pio XII. Il vilipendio della sua memoria, la mistificazione dei fatti, il rancore inesauribile, l’ostinazione accusatoria, il pregiudizio negativo non sono solo il frutto della vendetta storiografica dei marxisti – la cui sconfitta storica era stata perseguita tenacemente dal Papa Pacelli – né della propaganda radical-chic – artefice e propugnatrice di una secolarizzazione di massa che passi anche attraverso la demolizione delle figure simbolo della religiosità contemporanea, e i Papi sono tra queste – e nemmeno della strumentalizzazione fattane da certi ambienti ebraici – in cui l’ostilità tradizionale alla Chiesa Cattolica e al Cristianesimo in genere si è sommata alla volontà di esercitare pressioni sul Papato perché riconosca l’annessione di Gerusalemme allo Stato d’Israele e quindi la sua sovranità sui Luoghi Santi del Nuovo Testamento – ma soprattutto la manifestazione di un disagio psicologico collettivo che non riesce ad elaborare il lutto dell’Olocausto, ad accettare di averlo compiuto. Questo approccio ci fa intendere che il rapporto tra Pio XII e l’antisemitismo nazista non sarà chiarito nelle coscienze se non quando esse non avranno chiarito il rapporto col loro passato, il che obiettivamente potrebbe non avvenire mai. Ma i dati oggi disponibili sono tutt’altro che insufficienti per dare un giudizio esauriente, che è poi una vera assoluzione di colpa, dinanzi al tribunale perpetuamente istituito per giudicare il Papa, e che potrebbe chiudere la sua seduta se fosse interessato ai fatti, e non alla loro manipolazione, più o meno consapevole. Una buona mano a questa depurazione della memoria collettiva potrebbe venire dalla beatificazione e canonizzazione di Pacelli, attualmente venerabile per le sue eroiche virtù – il decreto fu di Giovanni Paolo II – se si mettesse da parte la prudenza diplomatica e si agisse in modo risoluto. Pio XII, che distribuiva personalmente aiuti ai poveri anche da Nunzio Apostolico, che pregava, digiunava e vegliava, sottoponendosi a dure penitenze anche durante il conflitto mondiale, che indossava solo abiti rammendati nel suo quotidiano, che accolse nelle mura del Vaticano migliaia di sfollati, perseguitati, ricercati, ebrei e non ebrei, durante l’occupazione nazista di Roma, che non lasciò mai la capitale dal 1943 al 1945 , nonostante i bombardamenti, la fame e la minaccia – concretizzatasi in più piani operativi – di deportazione o di omicidio da parte di Hitler , che era capace di inginocchiarsi per chiedere scusa, merita la canonizzazione molto di più di tanti altri Santi già saliti all’onore dell’altare. Le traversie della sua vita e del suo Papato, martirizzati da Mussolini, Hitler, Stalin e Mao, lo rendono degno della qualifica di Confessore, e la vastità della sua dottrina – che attraverso encicliche e discorsi hanno fatto compiere al magistero ecclesiastico un poderoso balzo in avanti, illuminando tematiche nuove su cui mai niente era stato detto in campo morale, attraverso un personale sforzo di acquisizione intellettuale che gli faceva trascorrere ore ad ascoltare i ragguagli sul progresso di tutte le scienze, teologiche, umanistiche e naturali – gli meriterebbero il titolo di Dottore. Ma non sappiamo come si muoverà papa Benedetto XVI, che pur di recente ha espresso il suo auspicio – decriptando: ha dato il suo ordine – perché la causa sia esaminata con la dovuta attenzione – ossia non sia insabbiata per compiacere la Destra ebraica e il composito fronte antipacelliano, dentro e fuori la Chiesa. Un altro elemento decisivo sarebbe, per la rimozione dalla memoria dal tabù del Papa di Hitler – da notare che lo stesso Cornwell, autore del libro che porta questo sensazionale e criminale titolo, ha ammesso di essere giunto a posizioni nuove che non lo rendono più accettabile – sarebbe il conferimento a Pio XII del titolo di Giusto di Israele, riconosciutogli di fatto per tutta la sua vita dai maggiori esponenti dello Stato d’Israele, nonché della cultura e della religione ebraiche mondiali, e poi inspiegabilmente – da un punto di vista razionale – toltogli in un crescendo di accuse, fino alla targa attualmente esposta a Gerusalemme nel Museo dell’Olocausto, che costituisce, obiettivamente, una grave mistificazione, che può essere compresa solo alla luce della disinformazione vigente sul Pontefice e sull’impatto mediatico che essa ha sulle coscienze dei discendenti delle vittime della persecuzione nazista. Ma la nomenklatura universitaria, ebraica o non ebraica, ha, a Gerusalemme come a Roma o New York, a Londra come a Parigi o Berlino o Mosca, i dati per suffragare la rimozione di quella targa e di ciò che essa simboleggia nella coscienza universale. Pacelli è stato, sin da Nunzio in Germania , poi da Cardinale Segretario di Stato di Pio XI , e infine da Papa, l’unico, vero oppositore del Nazismo in Europa e nel Mondo. Lo ha fatto certo con lo stile felpato e adombrato della diplomazia vaticana, ma non per questo in modo meno incisivo. I progetti di Hitler e Goebbels, di distruzione completa della Chiesa Cattolica alla fine della guerra e di impiccagione del Pontefice, documentati negli archivi del Reich, ne sono certo la prova maggiore. In principio, quando bisognava porre le basi della lotta morale e politica al Nazismo, non fu Churchill o De Gaulle – ancora assenti dal proscenio della Storia – né Roosevelt o tantomeno Stalin – alleato di Hitler fino a quando la Germania attaccò l’URSS – non fu nessuno di costoro, ma fu Pacelli. Fu il Nunzio a Berlino l’unico diplomatico a leggersi il Mein Kampf, e a capire che l’antisemitismo hitleriano non era solo un odio razziale, ma una sorta di manicheismo risalito dalle fogne della Storia, che ipostatizzava il Bene nella razza ariana, fautrice della disuguaglianza tra gli uomini, e il Male in quella giudaica, diffonditrice dell’idea fasulla della loro comune discendenza, da progenitori identici, fatti ad immagine di un Dio creatore. Fu l’unico a capire che in quel programma il profeta dell’Anticristo – per usare immagini nietszchiane care a Hitler, ma da lui deformate – preconizzava una lotta reale, concreta, contro tutto ciò che potesse essere, caoticamente, ricondotto alla matrice giudaica: Cristianesimo e Liberalismo, Massoneria e Comunismo, Capitalismo e Psicanalisi, per cui il Nazismo voleva essere una distruzione totale della civiltà così come essa era concepita fino a quel momento. Fu l’unico a sapere che l’NSDAP voleva il Pangermanesimo e la Guerra, la sconfitta della Francia e l’asservimento degli Slavi. Fu l’unico a comprendere che, ben oltre la concezione hegeliana dello Stato come fonte del diritto, e ben oltre l’idea fascista dello Stato come soggetto non vincolato dalle sue stesse leggi, il Nazismo era una dottrina della razza, che teorizzava il trionfo dei Tedeschi su tutti i popoli, ai quali spesso negava persino la qualifica di umani . In una parola il Nunzio Pacelli fu il primo e il solo, tra i politici europei, che compresero fino in fondo il carattere anticristiano, immorale, irrazionale e disumano del Nazismo, e la perversione spirituale dei suoi capi. Non a caso, da Papa, Pio XII fece più volte esorcismi a distanza su Hitler, convinto com’era che il suo insegnamento avesse una valenza esoterica nel senso più esiziale, perché satanista nella sua essenza più intima . La vera tragedia per la Germania e per le strutture del Cattolicesimo tedesco, iperorganizzato nel sociale, nella cultura, nella politica con quel Zentrum Partei, che era il modello per tutti i Partiti cristiano-democratici del mondo e che aveva contribuito non poco alla rinascita della Germania dopo la I Guerra Mondiale, fu proprio che Pacelli lasciasse la Nunziatura a Berlino, per assumere in Vaticano la Segreteria di Stato (1930). Fosse rimasto, avrebbe impedito che il Zentrum venisse irretito nella politica dei Governi di Coalizione che Hindenburg e Hitler, ciascuno per suo calcolo, seguirono subito dopo la vittoria nazista alle elezioni . Forte di quest’esperienza, ossia di un partito totalitario che prima siede come commensale al tavolo del potere, e poi divora gli altri invitati – cosa accaduta anche in Italia con Mussolini – Pio XII si oppose risolutamente alla permanenza del PCI nel Governo italiano, volendo evitare che la neonata democrazia venisse assassinata precocemente, come stava accadendo nell’Est europeo. Digressione a parte, Pacelli da Segretario di Stato fu protagonista della sottoscrizione del Concordato con il Reich, che non volle essere un’apertura di credito al Nazismo, ma un mezzo per tutelare le strutture del Cattolicesimo tedesco dagli arbitri del nuovo regime (1933). Nonostante l’apparenza, che per qualche tempo Hitler sfruttò a fini propagandistici – millantando in privato di aver ingannato il Vaticano – e nonostante che Pio XI avesse deciso il Concordato scavalcando la Conferenza Episcopale Tedesca, che aveva dichiarato incompatibile il battesimo con la tessera dell’NSDAP – cosa anch’essa molto importante, anzi unica nel panorama religioso e politico tedesco – questo accordo servì a mantenere una sia pur gracile indipendenza morale e spirituale della Chiesa Cattolica in Germania dal Governo, in attesa degli eventi. E servì, una volta che gli equivoci si furono chiariti agli occhi del mondo e di quei cattolici tedeschi che avevano creduto di poter convivere e dialogare col Nazismo , a rintuzzare, sulla base del diritto, tutte le violazioni sistematiche dei diritti dei cristiani e della Chiesa stessa . Fu la cosiddetta Guerra delle Note, che ebbe in Pacelli il suo guerriero, redattore di tutte le proteste per i soprusi nazisti, censurati per principio due volte: per le violazioni concordatarie e per la negazione del diritto naturale . (continua)





