Home Politica UN NUOVA POLITICA CHE ABBIA CENTRO IL CITTADINO E WELFARE

UN NUOVA POLITICA CHE ABBIA CENTRO IL CITTADINO E WELFARE

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di Antonio Foccillo

Nel momento peggiore di una crisi globale, con guerre, speculazioni, e crisi economica, ancora una volta la politica italiana, compreso il nuovo governo, invece, di pensare a un rafforzamento dei sistemi e delle prestazioni sociali, continua ad accettare l’idea della finanziarizzazione dell’economia, in particolare quella neoliberista dello Stato, inteso quale semplice fattore di spesa improduttiva, dimenticando la sua funzione di equilibratore della coesione sociale. Imponendo tagli costanti e significativi dei servizi pubblici, considerati soltanto sperpero di risorse.

L’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è concentrato, quindi, principalmente sui tagli alla spesa pubblica, senza mai valutare le ricadute sui costi sociali, in particolare sulle nuove esclusioni, emarginazioni e povertà.

Ancora l’austerità, voluta fortemente dall’Europa, ha colpito, infatti, duramente i salariati, i ceti medi e inferiori con la decurtazione degli stipendi, con il calo delle prestazioni sociali e con l’allungamento dei requisiti anagrafici per la pensione, che in concreto ha comportato tra l’altro – senza contare la mancata rivalutazione della stessa – la conseguente diminuzione del suo ammontare. Per completare il tutto, in nome di una presunta ripresa e del libero mercato, si è privatizzato ciò che ancora non era stato possibile privatizzare.

L’attacco principale si è sviluppato contro la Pubblica Amministrazione, riducendone gli investimenti e parallelamente diminuendo il livello del benessere, della civiltà, della solidarietà e delle pari opportunità di tutta la comunità.

Questa linea politica non corrisponde alla storia di un Paese come l’Italia, radicato su una Costituzione che affida allo Stato il compito di garantire e promuovere la coesione sociale, onde consentire la libera partecipazione dei cittadini alla vita della comunità nazionale.

Per queste ragioni, noi ribadiamo che per tutti, a prescindere dal ceto e dal luogo di nascita, debbono continuare ad essere garantiti i servizi pubblici essenziali dalla Pubblica Amministrazione. La P.A. deve restare patrimonio di tutti i cittadini!

La Pubblica Amministrazione non può e non deve essere vista solo come un soggetto che spende, anche perché di quella spesa ne beneficia tutta la collettività. Bisogna porsi, tutto al più, il problema di come rendere i servizi pubblici più produttivi e di come renderli vicini alle esigenze della gente, intervenendo nel funzionamento delle strutture di erogazione delle assistenze, apportandovi criteri come la modernizzazione, la professionalità, la tempestività e la qualità del servizio offerto.

Per la rilevanza sociale dei servizi che offre, sarebbe opportuno investire nella Pubblica Amministrazione piuttosto che svilirla con continui tagli lineari. I governi che si sono succeduti, dopo la “prima repubblica”, hanno dimenticato i principi di politica sociale, incardinati nelle assistenze e nelle tutele offerte al cittadino in stato di bisogno. Valori che, soprattutto in una congiuntura economica sfavorevole come l’odierna, dovrebbero essere, invece, il primo punto politico dell’agenda del Governo.

La spending review, per il tramite della semplificazione e dello snellimento degli apparati amministrativi, non ha  fatto altro, invece, che ostacolare la fruibilità e l’equa diffusione di quei servizi che sono essenziali per la convivenza sociale.

Il nostro Paese – come noto – è riuscito in settant’anni a passare dallo sfascio economico, produttivo, strutturale e sociale del secondo dopo guerra ad un livello, prima della crisi economica, di sviluppo e di benessere diffuso, in maniera certo non del tutto omogenea sul territorio, ma certamente con caratteristiche di qualità superiore a qualsiasi altro momento della sua storia.

Ebbene è innegabile il ruolo di volano e di sostegno concreto che la pubblica amministrazione e l’intervento statale, con tutta la gamma dei suoi sevizi, comprese le industrie pubbliche, hanno avuto in questo processo storico.

Oggi, proprio sull’onda dei dati economici negativi che vanno dalla disoccupazione fino all’aumento della povertà, anche per famiglie fino a poco tempo ancora agiate, andrebbe potenziato il grado di assistenza e di aiuto verso chi ne ha bisogno.

Ciò, tuttavia, non può essere fatto se non si riafferma con forza il significato del pubblico, dell’intervento pubblico e della spesa sociale.

In Italia il passaggio dal vecchio modello di Stato di diritto, che vede affermato il principio dell’eguale soggezione alla legge di tutti i cittadini, al nuovo Stato sociale è segnato nella nostra Costituzione dall’art. 3 che afferma: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitandone, di fatto, libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Ciò significa rispondere alle contingenze dei giorni nostri e riconoscere: il diritto al lavoro, quando ancora esistono larghe sacche di disoccupazione, sempre più ampie per la crisi economica; il diritto fondamentale alla salute, quando l’organizzazione sanitaria del paese, le condizioni ambientali e l’assetto del territorio non sono in grado di assicurarlo pienamente; il diritto allo studio, quando, di fatti, può accadere che le condizioni sociali, economiche e ambientali non consentano ai capaci e ai meritevoli di raggiungere i più alti livelli degli studi, etc.

Del resto, una larga fetta delle nuove povertà e dei nuovi bisogni emergenti nelle società industriali consiste proprio nella perdita di senso esistenziale (mancanza di prospettive di miglioramento), nell’assenza di ruolo sociale attivo (disoccupazione, precariato, povertà), nella solitudine sentimentale e morale degli individui (anziani soli, emarginazione, non autosufficienti), nell’estraneazione dai momenti politico-istituzionali di decisione (crisi degli strumenti e delle sedi di partecipazione), nella nevrosi generata da immaginari e misteriosi pericoli incombenti o da pericoli effettivi ma aleatori e incontrollabili.

Tutti fenomeni questi che colpiscono prevalentemente aree precise e marginalizzate della popolazione ed in particolare giovani e anziani, ma che, ormai, tendono ad estendersi in modo preoccupante alla massa della popolazione.

Pertanto, come nell’ottocento il welfare nasceva dalla solidarietà tra classi, oggi bisogna che ritorni nella sfera d’azione e di controllo dei cittadini. Così, anche oggi le pubbliche amministrazioni sono il cardine di questo complesso sistema ed il loro funzionamento è importante proprio dal punto di vista costituzionale, giacché hanno il compito di assicurare a tutti gli stessi servizi.

La loro funzione neutrale ed efficace garantisce benessere alle persone e la loro imparzialità salvaguardia la democrazia e la solidarietà necessaria in un sistema civile e democratico come quello italiano.

Su queste tematiche si dovrebbe aprire un grande dibattito nel Paese per rilanciare questi valori ed operare per far sì che il welfare abbia nuovo vigore e sia ancora il modello di società del nostro Paese e dell’Europa, cambiando politiche e azioni. Invece, in Europa si continua con politiche ottuse e non certamente costruite da poteri democratici e in Italia bisogna abbandonare per sempre l’idea di autonomia differenziata per ripristinare i compiti dello Stato e della Pubblica Amministrazione quale aiuto di nuovo a tutti i cittadini.  

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  • Redazione

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