di Massimo Carugno
Appena il 59%. Due punti in meno rispetto alla precedente tornata.
Non una catastrofe come le recenti regionali di Lazio e Lombardia ma quanto basta per marcare una tendenza irreversibile.
Non una catastrofe perché le comunali, si sa, con tutti quei candidati in lizza e con quel gioco di parenti, clienti, amici e amici degli amici, dei parenti e dei clienti, sono le elezioni più partecipate.
Più per costrizione che per devozione, ma non tanto per arrestare il declino, la vertiginosa discesa che scava il baratro tra paese reale e paese legale, tra eletti ed elettori, tra cittadini e politica.
Un baratro che nemmeno i neo-populismi degli ultimi tempi sono riusciti a colmare.
Non sono bastati i video-spot-demagogici della Meloni e di Salvini, ma neanche le favolette di Conte a frenare quella disaffezione dilagante della gente dalla politica. E dire che di cavolate, tra il taglio delle accise e quello del cuneo fiscale i ragazzi, quando giocavano a fare gli oppositori a prescindere, ne hanno dette, per non parlare della abolizione della povertà di pentastellata memoria.
Tutta roba che alla gente sarebbe dovuta piacere. Ma non è bastata.
E se Atene piange Sparta non ride, perché a sinistra, pardon nel PD, (i Dem. hanno di fatto egemonizzato tutto ciò che è a gauche) non è valsa quella ventata di rinnovamento, quella fresca brezza di primavera politica che avrebbe dovuto rappresentare la Schlein fermatasi ai profumi levantini e ai colori mediterranei e perdendosi la politica per strada: il grande bluff.
Tutta roba che non è servita a niente perché gli italiani evidentemente si sono rotti i maroni anche delle storielle facili e digeribili. Perché forse gli abitanti del bel paese sono stufi di guitti e ciarlatani e vorrebbero essere governati da gente che sa quello che si deve andare a fare.
Riprendere in mano una economia, realizzare strutture e infrastrutture, rendere efficienti e funzionali i servizi pubblici della sanità, giustizia, istruzione, università, ripopolare di servizi i territori e le aree interne, dove vivono 50 milioni di italiani totalmente abbandonati e derubati.
Insomma roba da prima repubblica che ahimé non c’è più, sostituita da incapacità, pressapochismo e inettitudine.
Ecco chi è il vincitore: chi è rimasto a casa.
E allora è del tutto indifferente chi vince a Massa, ad Ancona o a Brindisi. Perché tanto chiunque vince è eletto perché la legge vuole che ci sia per forza un sindaco e un consiglio comunale eletto, pure se andiamo a votare io, mammeta e tu, ma non certo perché hanno rappresentato la espressione di una volontà popolare così nutrita da esser degna di essere chiamata “volontà politica”.
E sarà sempre peggio in attesa del momento catartico, del caos che darà origine alle “metamorfosi” di ovidiana memoria, del fondo senza fondo da cui far partire la risalita.
Non saremo noi a governarlo, non lo sarà né la politica né la gente, si governerà da solo e arriverà quando vorrà.
Ma come nel film Armageddon la questione non sarà “se accadrà”, ma solo “quando”.




