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BANCHIERI E FINANZIERI, TRIBÙ KURGANICA DELLA MENZOGNA ECOLOGICA

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L’idea di toglierci la casa con la scusa che dobbiamo salvare Gaia (la grande menzogna), non è una novità; è la riedizione in chiave moderna della violenza fatta dalle tribù dei transumanti pastori alla civiltà agricola della Dea Madre del Neolitico.

La teoria di Gaia è stata proposta nel 1979 dallo scienziato inglese James Lovelock e Gaia è altra cosa dalla Madre Terra e altro ancora dalla Grande Madre Cosmica.

Nella mitologia greca, Gaia è personificazione della Terra che genera le razze divine. Nasce seconda dopo Chaos e prima di Eros. Senza congiunzione con maschio genera Urano (il cielo) e le montagne, poi Ponto (il mare). Dall’unione con Urano nascono i Titani, poi i Ciclopi e gli Ecatonchiri. Quando il figlio Crono taglia con un falcetto i genitali di Urano, il sangue caduto feconda nuovamente Gaia, da cui nascono ancora le Erinni e i Giganti.

Tutto questo non ha nulla a che fare con Lovelock, il quale ha semplicemente immaginato la Terra, chiamando la sia teoria Gaia, come un insieme di esseri viventi e di esseri non viventi: una sorta di superorganismo in grado di autoregolarsi.

Non è una questione nominale, ma essenziale.

Fingendo di voler salvare il pianeta, banchieri e finanzieri (la cupola che vorrebbe dominare il mondo), vogliono sradicare l’essere umano dalla natura e dalla sua natura, usando la menzogna come strumento per convincere le masse che il loro sradicamento è funzionale a salvare la Terra, essere “vivente” come Gaia, della quale l’essere umano è nemico.

Per Lovelock Gaia non è un essere vivente, ma un organismo autoregolantesi e per la mitologia Gaia è la Terra che genera il tempo e gli dei. Nulla a che fare con il pianeta in chiave ecologica.

L’ecologia della tribù kurgan dei finanzieri e dei banchieri diventa così il mezzo per sottomettere, quando non eliminare, l’essere umano.

La questione è stata ben delineata da un grande intellettuale come Joseph Ratzinger, il quale, già salito al Soglio di Pietro come Benedetto XVI, intervenendo al Bundestag, il 22 settembre 2011, ha detto: “L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”.

L’essere umano non è colui che deve soggiogare la natura, che peraltro sa difendersi da sola da chi la vuol sottomettere, non ne è il custode, perché la natura non ammette custodi, ma può essere collaboratore, in quanto la natura, della quale l’essere umano è parte, è la sua casa (oicos), dal ché l’ecologia è il discorso, il ragionare, intorno alla casa: la casa intesa come natura esterna all’umano e la casa come dimora dello spirito nell’essere umano incarnato.

La casa, intesa anche come la dimora nella quale abitiamo, è pertanto la proiezione della propria dimora, il luogo della propria sicurezza e anche del proprio radicamento alla terra: la affermazione della propria stanzialità. La casa è anche Patria, il luogo dei padri (e delle madri).

Privare l’essere umano della casa significa sradicarlo, nomadizzarlo, renderlo un transeunte, un transumante e un manipolabile dalla tribù kurganica dei banchieri e dei finanzieri.

C’è un’altra casa che si chiama azienda, che in altri termini è economia reale, e c’è una tribù di nomadi che l’economia reale la trattano come una tenda delocalizzabile a piacere, laddove l’erba è disponibile, leggi manodopera a basso costo. Quando le lande dove l’erba è finita, perché, come è accaduto in Cina, la tenda si chiude e diventa una casa, anzi, un fortilizio, allora la soluzione è trasformare il territorio di prossimità in una prateria, escludendo la presenza dell’agricoltura e delle aziende (deindustrializzazione e ripristino della natura).

Va in questa direzione la disposizione centrale della nuova legge che prevede che i vari stati membri dell’Unione Europea mettano in campo, obbligatoriamente, tutte le misure necessarie per ripristinare almeno il 20% di tutte le aree terrestri e marine dell’Unione europea. Un primo passo per riuscire a ripristinarne il 100% entro il 2050.

Europa come grande prateria, dotata di fortilizi kurganici abitati solo dai ricchi, con immigrati come servi a basso costo. Eliminazione del ceto medio. Masse degli occidentali ridotte alla condizione di proletari, possibilmente di nullatenenti e possibilmente in estinzione.

Nazismo? Difficile dire di no. Nazismo in versione Mammona. La nuova razza eletta è quella dei ricchi. Gli altri sono solo dei sub umani da trattare come animali.

L’invasione delle orde kurganiche si ripresenta con tutta la sua ferocia, reale, concreta e ideologica.

Vediamo cosa ci dice la storia in proposito.

 

La civiltà del Neolitico, ossia dell’agricoltura, era una civiltà stanziale, profondamente legata alla terra, succeduta a quella paleolitica dei raccoglitori e dei cacciatori, dopo che gli dei, così narrano i miti, avevano insegnato agli umani la domesticazione degli animali e delle piante.

La religione della Dèa è esistita per un tempo immensamente lungo ed ha lasciato un’impronta indelebile nella psiche occidentale.

Risulta “documentato – scrive Marija Gimbutas – che l’era della dominazione religiosa femminile è stata interrotta per circa 25 mila anni. Poiché la maggior parte dell’Europa fu “indoeuropeizzata” nel periodo che va dal 4.500 al 2.500 a.C. , i due sistemi culturali si fusero quasi del tutto e il sistema della vecchia Europa si mantenne come una corrente sotterranea”.[1]

Emerge dalle nebbie della storia una civiltà megalitica vasta, complessa, sulla quale con ondate di migrazioni successive si sono sovrapposte popolazioni provenienti dall’Est.

L’antropologa Marija Gimbutas la chiama la “Vecchia Europa”.

I suoi abitanti, principalmente agricoltori e cacciatori, costruivano case rettangolari a più stanze e formavano centri urbani anche dell’estensione di 200 mila metri quadrati.

In questa “Vecchia Europa” non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli tra i due sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili e su tutto vegliava il mito di una Grande Madre, raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità.

Siamo, dunque, in presenza di una società matriarcale, sulla quale gli indoeuropei, pastori-guerrieri si sovrapposero e al posto della Dea Madre, legata alla terra, alla rigenerazione e alla rinascita, misero divinità maschili: dei della guerra e della forza, impositivi, punitivi.

I Kurgan (VII e VI millennio a. C., provenienti dalla Russia meridionale, Mar Nero) caratterizzati da una concezione patriarcale e praticanti agricoltura su piccola scala, misero fine, secondo Marija Gimbutas, alla cultura dell’Europa Antica tra il 4.300 e il 2.800 a. C. trasformandole da gilanica in androcratica e da matrilineare in patrilineare. L’ipotesi basilare di Marija Gimbutas asserisce che i proto indoeuropei non sarebbero altro che le popolazioni della cultura Kurgan. Le prime migrazioni risalirebbero alla fine del V millennio e al IV millennio a. C. allorché le popolazioni Kurgan irruppero nelle regioni delle attuali Romania e Moldavia, oltrepassando il Danubio e spingendosi più a occidente fino alla piana della Romania.

Sarebbero passati ancora più di due millenni prima che le ondate di espansione originatesi nelle steppe dell’Europa orientale raggiungessero i margini occidentali del continente, la penisola iberica e le isole britanniche.

“Una delle tesi più importanti, e più controverse, delle ricerche di Marija Gimbutas – si legge in: introduzione a Genesi delle identità europee. Le radici prime d’Europa – è che fra i due tipi di civiltà (quella kurganica, o pro­toindoeuropea che dir si voglia, e quella dell’Europa neolitica) si desse una forte diversità, se non proprio una contrapposizione di valori, di modi di vita, di strutture sociali. In primo luogo questa diversità avrebbe connotato gli atteggiamenti verso la pace e verso la guerra. Gli inse­diamenti neolitici dell’Europa centro-orientale sono collocati in luoghi facilmente accessibili, sulle rive e nelle valli dei fiumi. In genere, in questi luoghi non emergono né armi né fortificazioni difensive. Nella vita quotidiana, inoltre, le cure maggiori erano dedicate alle tecniche agricole, alla fabbricazione di oggetti di consumo, alla produzione artistica. Gli insediamenti Kurgan, al contrario, contenevano molte armi, ed era­no dominati da fortezze ben difese, edificate su colline scoscese e cir­condate da mura ciclopiche. Altrettanto divergenti appaiono le rispettive strutture sociali, e il ruo­lo degli individui al loro interno. Le società Kurgan erano gerarchizza­te: al loro vertice si trovava una sorta di re o di capo tribale, che veniva addirittura accompagnato nella tomba dai sottoposti, servitori o concu­bine. Esse, inoltre, adottavano una linea di discendenza patriarcale ed erano caratterizzate da una struttura a dominanza maschile. Al contra­rio, le società dell’Europa antica (Marija Gimbutas coniò il termine di «Old Europe» per descrivere l’Europa degli insediamenti neolitici) sa­rebbero state di tipo molto più egualitario, con una consistente classe media dovuta agli sviluppi del commercio. In esse, anche il rapporto fra i sessi sarebbe stato più equilibrato e paritario: le donne potevano svolgere funzioni sociali e professionali importanti, e soprattutto esercitava­no una particolare autorità in ambito religioso”.[2]

Le ricerche archeologiche ci hanno restituito molte testimonianze re­lative alla vita materiale, ai commerci, all’arte, alla spiritualità dell’Europa e dell’Anatolia neolitiche. A esse si aggiungono inoltre quelle che vengono definite “testimonianze noologiche”, relative a una memoria della cultura neolitica che è persistita nell’immaginario, nella spiritualità, nei miti, nel folclore delle ere successive, talvolta fino ai nostri giorni (soprattutto le aree più eccentriche e rurali d’Europa, come i Paesi Baschi, la Scandinavia, il Galles la Lituania, hanno mantenuto fino all’Età moderna usanze e rituali che affonderebbero le loro radici in questo mondo dell’Europa antica).

“Il patrimonio che proviene a noi da tempi così remoti – si legge sempre nell’introduzione al testo: Genesi delle identità europee. Le radici prime d’Europa. – non è però omogeneo: in esso, l’eredità dei nomadi delle steppe (protoindoeuropei, secondo l’ipotesi di Gimbutas) e degli agricoltori neolitici (pre-indoeu­ropei, secondo la stessa ipotesi) si mescolano inestricabilmente, perpe­tuando la memoria di grandi confronti e di grandi scontri che forse furo­no all’origine della nostra storia e delle nostre identità. Una traccia assai ricca e preziosa di questa mescolanza è fornita dalla stessa religione della Grecia classica, cioè di un’area che sarebbe stata raggiunta relativamente tardi dai popoli delle steppe. Dietro all’apparente unità religiosa della Grecia classica, si cela una forte dualità. Alle divinità maschili del cielo (Zeus) e della guerra (Ares), che posseggono precisi paralleli nel mondo indoeuropeo, e alle loro consorti anch’esse ascrivibili al mondo indoeu­ropeo (come Hera, consorte di Zeus), si accompagnano le divinità fem­minili eredi del mondo neolitico, divinità della Terra, della fecondità e dell’invenzione: Gaia, Demetra, Persefone, Atena, Artemide, Ecate. Queste dee della Terra tanto caratteristiche della Grecia classica e preclassica trovano a loro volta parallelismi nella reli­gione dei Latini, dei Germani, degli Slavi, dei Baltici. Su questa base Gimbutas ha cercato di ricostruire il sistema di credenze prevalente nell’Europa antica. Il Pantheon di tale civiltà sarebbe stato organizzato intorno a divinità femminili invece che a divinità maschili, e la varietà delle raffigurazioni locali convergerebbe in un’unità simbolica più profonda. Per questi motivi Marija Gimbutas ha proposto di definire la civiltà dell’Europa neolitica come il mondo della Dea Madre, o della Grande Dea. La Grande Dea non è solo una dea della Terra nutrice, della pienezza e dell’abbondanza (aspetti decisivi, in una società basata sull’agricoltura) ma, soprattutto, esprimerebbe l’ambivalenza di tutto ciò che ha luogo nella natura. La natura può essere fertile, generosa, di­spensatrice di vita, ma anche selvaggia, distruttrice, reggitrice di morte. La Grande Dea indicherebbe in definitiva l’impossibilità, per gli esseri umani, di controllare, di domare, di sottomettere la natura creatrice e distruttrice a un tempo”.[3]

Le radici profonde della civiltà eu­ropea, secondo le teorie della Gimbutas, sono segnate da una forte polarità originaria, su piano noologico (dei valori, dei simboli, delle spiritualità) e su quello delle forme di vita: le dee della Terra opposte agli dei del cielo; gli agricoltori sedentari in opposizione agli allevatori nomadi; il nero umido del suolo fertile in opposizione al bianco splendente degli astri. Le civiltà degli allevatori nomadi delle steppe avrebbe­ro parlato lingue indoeuropee o protoindoeuropee, mentre le civiltà de­gli agricoltori dell’Europa antica avrebbero parlato lingue non indoeu­ropee (che in alcuni casi si possono qualificare come pre-indoeuropee). Alcune lingue oggi parlate da un numero relativamente piccolo di abi­tanti potrebbero essere le ultime discendenti di quelle parlate da gruppi una volta fiorenti, diffusi per regioni molto più vaste. Tra queste il basco, l’iberico e il tartessico.

Nel terzo millennio a.C. si assiste al progressivo passaggio dai culti stellari ai culti solari. Cambia l’orientamento dei complessi megalitici e la loro forma, che con l’avvento dei culti solari assume l’andamento circolare tipico di Stone Henge.

Hadingham [4] cita la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva nel 2000 a.C. un “Culto di Maggio”, legato al primo maggio, quindi ad Aldebaran (costellazione del Toro), sopresso intorno al 1600 a.C. da adoratori del solstizio, quindi del Sole.

Il “Culto di Maggio”dava origine ad un calendario con l’anno diviso in otto parti, venerava il sorbo e il pruno, mentre gli adoratori del sole veneravano il vischio.

Torniamo all’attualità.

 

Che differenza esiste tra gli insediamenti Kurgan, che contenevano molte armi ed era­no dominati da fortezze ben difese, edificate su colline scoscese e cir­condate da mura ciclopiche, con i moderni fortilizi della tribù kurganica dei banchieri e dei finanziari e dei loro vassalli?

La differenza è solo tecnologica. Centri cittadini inaccessibili ai più, salvo che non siano residenti in case sempre più costose, blindati da muraglie tecnologiche e tutto attorno un mondo di masse amorfe (o amorfizzate) al quale si dice che essere nullatenenti è essere felici.

In questo mondo esterno, dopo aver sperimentato tecniche varie di controllo sociale, nuova versione dello sheriffo di Nottingham, braccio esecutivo dell’usurpatore Giovanni senza terra, un popolo di senza casa è una massa sradicata di mendicanti, i quali, se vogliono una dimora, al massimo la possono avere in affitto dal nuovo signore del castello.

Se guardiamo a quanto sta accadendo, i maggiori fondi di investimento e i miliardari sedicenti filantropi stanno accaparrando terreni e case, controllano la sanità e presto passeranno alle risorse alimentari (vedi la carne artificiale e il latte artificiale) e all’acqua.

Tutto questo avviene in un Occidente dove l’idea di fondo è farne una grande zona per ricchi che possono governare e sfruttare il mondo al quale hanno messo il nome di Gaia per mascherare le loro reali intenzioni.

Tuttavia la vera Gaia, quella che diede origine ai titani e ai ciclopi, nata seconda dopo chaos e prima di eros, non si fa dominare e con lei non si fanno ormai dominare le popolazioni di tre quarti del pianeta, le quali delle follie della tribù kurganica dei banchieri e dei finanzieri se ne infischia e li manda a quel paese, inducendo isterie di fine dell’impero che ricadono solo su noi occidentali.

Forse è ora di aprire gli occhi e fare come i tre quarti del mondo: mandare lor signori a quel paese, ribellarsi a una dittatura guerrafondaia e oppressiva e smascherare chi, dicendo di voler salvare il pianeta, vuole il suicidio dell’umanità.

 

[1] Marija Gimbutas, in I nomi della Dèa, Ubaldini

[2] AA.VV, Genesi delle identità europee. Le radici prime d’Europa, Bruno Mondadori editore

[3] AA.VV, Genesi delle identità europee. Le radici prime d’Europa, Bruno Mondadori editore

[4] Hadingham, I misteri dell’antica Britannia, Newton, a pagina 98

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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