
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, qualche tempo fa, ci ha spiegato che è necessario avviarsi verso l’economia circolare, uscendo da quella lineare.
Quello che non ci ha detto è che l’economia circolare è una delle invenzioni che hanno trovato casa a Davos, nel pensatoio del World Economic Forum, dove scrive e progetta il nostro futuro la socialdemocratica danese Ida Auken, quella che ha lanciato lo slogan: “Non possiedi nulla e sarai felice” in un saggio del 2016 per il World Economic Forum.
“Sappiamo tutti – scrive Ida Auken il 21 ottobre 2014 sul sito del WEF – che l’attuale modello economico lineare non è sostenibile. I materiali vengono estratti, trasformati in prodotti e poi gettati in discarica: è un sistema che spreca risorse preziose, provoca danni ambientali e renderà quasi impossibile soddisfare le richieste dei 3 miliardi di nuovi consumatori nei paesi in via di sviluppo, che dovrebbero entrare a far parte del classe media entro il 2030.
Il concetto di economia circolare riguarda la dissociazione della crescita dal consumo di risorse e la massimizzazione degli effetti ambientali, economici e sociali positivi. Si tratta di progettare prodotti in modo che siano più facili da riutilizzare o riciclare, come le scarpe Earthkeeper di Timberland. Si tratta di assicurarsi che ogni ingrediente del prodotto sia biodegradabile o completamente riciclabile, come l’azienda chimica che ha sostituito le materie prime dei combustibili fossili nei loro metodi di produzione. Si tratta di massimizzare la vita utile del prodotto mediante riparazione o rigenerazione, come il programma di ricondizionamento delle parti di Caterpillar”.
Capito il giochino? Pubblicità e ancora pubblicità.
“L’economia circolare – prosegue la socialdemocratica danese – riguarda nuovi modelli di business che sono passati dalla vendita di prodotti alla vendita di servizi, come l’azienda di pneumatici che offre un servizio di leasing di pneumatici per chilometro. Si tratta di eliminare i rifiuti dalla produzione e assicurarsi che qualsiasi rifiuto venga recuperato come risorsa preziosa, che si tratti di calore, liquami, sostanze nutritive, materiale organico, metallo, sale, qualunque cosa. Si tratta di coinvolgere i tuoi clienti per tutto il ciclo di vita del prodotto, invece dei pochi minuti durante i quali effettuano un acquisto; e, in ultima analisi, si tratta di ottenere un vantaggio competitivo”.
Dalla proprietà al leasing è sempre un modo per dire dalla proprietà alla finanza.
Ovviamente il pannicello buonista è tirare in ballo i paesi in via di sviluppo, perché una coperta buonista bisogna sempre averla. Il tutto condito con quella lagna dell’espiazione che contraddistingue l’ideologia woke.
“La portata del vantaggio competitivo – scrive sempre Ida Auken – è sorprendente. In un contesto di prezzi delle risorse che sono più che raddoppiati negli ultimi 10-12 anni, cancellando il calo dei prezzi delle materie prime del 20° secolo , si prevede che il nostro potenziale di risparmio di materiali raggiungerà circa 1 trilione di dollari all’anno entro il 2025. […]. L’opportunità offerta dall’economia circolare in Europa e negli Stati Uniti impallidisce rispetto a ciò che è in gioco nei paesi in via di sviluppo, e solo disaccoppiando la crescita dal consumo di risorse consentirà ai paesi in via di sviluppo di godere degli stessi prodotti, servizi e standard di vita che abbiamo iniziato a dare per scontati nel mondo industrializzato”.
Ovviamente i buono, coloro che salveranno il pianeta e aiuteranno i paesi in via di sviluppo dove stanno? Ovviamente a Davos, pensatoio della finanza internazionale e della produzione delle idee che stanno disastrando l’Occidente.
“C’è chi sta già recuperando questo vantaggio competitivo. Prendiamo, ad esempio, chiunque sia coinvolto nel World Economic Forum e nel primo Circular Economy Awards annuale di Young Global Leader , che riconosce le idee che guidano la trasformazione verso un’economia industriale veramente riparatrice”.
Alla finanza piace il modello cinese. Il comunismo finanziario l’ha adottato e ce lo ha fatto sentire sulla pelle durante la pandemia.
Ed ecco che la socialdemocratica danese ce lo descrive come esempio positivo: “Gli esempi abbondano anche in Cina. La nazione sta guidando il mondo in via di sviluppo nell’attuazione di un modello economico circolare, adottato formalmente nel 2002. È visto come un modo per la Cina di evitare il tipo di danno ambientale che si verifica tipicamente quando le economie si industrializzano. La China Association of Circular Economy afferma che l’economia circolare del paese è cresciuta del 15% all’anno tra il 2006 e il 2010 e prevede che quasi raddoppierà, passando da 1 trilione di yuan (164 miliardi di dollari) nel 2010 a 1,8 trilioni di yuan (295 miliardi di dollari) nel 2015. Ricerca mostra che nel prossimo decennio in Cina verranno creati tra i 6 e i 7 milioni di posti di lavoro. E nel suo discorso durante l’incontro del Forum a Tianjin, il premier cinese Li Kequiang ha affermato: “Abbiamo la determinazione, la volontà e la capacità di perseguire uno sviluppo verde, circolare e a basse emissioni di carbonio”. Non mi sembra un fischio nel vento”.
Che dire? Dalla socialdemocrazia al comunismo finanziario stile cinese il passo è breve.
Nel frattempo rassegniamoci. L’Unione Europea ci sta portando verso la realizzazione dello slogan: “Non possiedi nulla e sarai felice”.





