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83 anni dopo l’armistizio dell’Italia

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armistizio dell'Italia 8 settembre 1943

Che significato ha oggi l’8 settembre 1943?

Ieri è stato l’anniversario dell’8 settembre. Quante volte un Paese può firmare l’armistizio con se stesso?

Un vertice che scappa nella notte. Un esercito lasciato senza un ordine. Una radio che annuncia la fine e tace su quello che comincia.

Un popolo intero che scopre, nel giro di un’ora, di dover decidere da solo.

Non è una data. È un carattere nazionale.

Sia chiaro. Uscire da una dittatura che aveva firmato le leggi razziali e trascinato il Paese in guerra era giusto, era doveroso.

Il problema fu il modo: nella notte, senza un ordine, senza una parola a chi restava.

Si può cambiare campo assumendosi le responsabilità. Il re lo fece scappando.

Si dirà che l’Italia seppe reagire.

Seicentomila soldati internati in Germania rifiutarono di servire Salò e restarono nei lager. Verissimo.

Ma lo fecero da soli, senza che nessuno glielo chiedesse, mentre lo Stato che avrebbe dovuto guidarli navigava verso Brindisi. Il coraggio venne dal basso, la fuga dall’alto. E la classe che fuggì non è mai stata sostituita.

Come mai in Italia il potere dichiara l’armistizio a ogni curva? Perché non ha mai dovuto pagarlo.

Lo Stato unitario è nato dall’alto, per annessione e ha chiesto ai sudditi obbedienza senza mai chiedere a se stesso fedeltà.

Il risultato è un Paese dove la lealtà va alle persone, mai alle istituzioni: fedeli al capo finché il capo conviene, poi ciascuno per sé.

Il trasformismo è il modo in cui la classe dirigente italiana attraversa i regimi senza bagnarsi. Liberale con i liberali, fascista con il fascismo, antifascista il giorno dopo.

Flaiano lo aveva capito quando osservò che i fascisti si dividono in fascisti e antifascisti.

La prova sta nei registri. Nel 1931 il regime chiese ai professori universitari di giurargli fedeltà: su 1.200 dissero no in 12.

Gli altri giurarono, insegnarono per il ventennio e nel 1945 erano ancora in cattedra, pronti a formare la classe dirigente della Repubblica.

Con l’amnistia dell’anno dopo tornarono ai loro posti pure prefetti, magistrati e questori.

I nipoti di quei dodici oggi non contano niente. I nipoti degli altri distribuiscono cattedre, direzioni e prefazioni.

L’8 settembre è semplicemente il giorno in cui questo meccanismo si è visto a occhio nudo. Di solito lavora al buio.

Guardiamo a oggi.

Da chi ha governato per decenni quante volte abbiamo sentito che “non c’erano alternative”, che “la situazione era complessa”, che “bisognava salvare la continuità”?

Sono le parole della nave del re, usate allora per giustificare la fuga verso l’unico porto d’Italia dove non c’era nessuno a cui arrendersi, né tedeschi né inglesi. Vengono usate adesso per giustificare ogni cedimento.

L’armistizio italiano ha infatti una regola che nessuno dichiara: ci si arrende ai forti e si fa la guerra ai deboli.

Dicembre 2011. Una riforma delle pensioni scritta in una notte e centinaia di migliaia di lavoratori che avevano già firmato l’uscita dall’azienda si ritrovano senza stipendio e senza pensione.

Li chiamarono esodati, come se fossero partiti da soli. Per rimediare sono servite nove leggi in dieci anni. Con i mercati si era trattato in una notte, con la gente ci sono voluti dieci anni.

La ministra pianse davanti alle telecamere, però non mosse un dito. Oggi la troviamo serena e tranquilla a pontificare nei talk televisivi.

Articolo 18. Nel 2002 la Cgil portò al Circo Massimo tre milioni di persone, secondo lei, per difenderlo da un governo di destra.

Nel 2015 lo cancellò un governo del Pd: uno sciopero generale d’ufficio, poi il silenzio. Il diritto era lo stesso, il nemico no. Con l’avversario si combatte, con l’amico si firma l’armistizio.

Milano, settembre 2025. La Stazione Centrale devastata da un corteo per Gaza, una sessantina di agenti feriti.

Dal vertice della sinistra arriva la condanna di rito e subito la premessa: non si può permettere che qualche centinaio di violenti copra le decine di migliaia di pacifici. Armistizio con la piazza, firmato la sera stessa.

L’ultimo armistizio è di quest’estate.

Il gasolio sopra i due euro, con le merci che marciano su gomma e vanno a diesel, l’autotrasporto che si ferma. Bruxelles concede all’Italia di fare nuovo debito per l’energia, a una condizione: nemmeno un centesimo per abbassare le accise o aiutare chi guida.

Colonnine sì, camionisti no. E Roma? Proroghe di dieci giorni, sempre in attesa della misura strutturale che non arriva. Con chi trasporta il pane d’Italia si tratta a rate; con chi scrive le regole della transizione forse non si tratta abbastanza.

Lo Stato che non trova un ordine da dare al soldato di Cefalonia lo trova sempre per l’esodato, per il commerciante, per il contribuente. Non è impotenza. È scelta. Si comanda dove non c’è rischio.

Così il ciascuno per sé, che nel 1943 fu una tragedia, è diventato un’ideologia. Con un nome nuovo: pragmatismo.

E la gente ci casca, perché il “tutti a casa” è comodo, prima di tutto per chi lo provoca.

Un Paese che una volta ha visto il vertice scappare ha imparato in fretta che restare è da ingenui e l’assenza di chi comanda diventa l’alibi di tutti.

Se loro non hanno risposto di niente, perché dovremmo rispondere noi?

Il “che ci posso fare io” è diventato la frase nazionale così: menefreghismo imparato bene da chi stava in alto.

C’è pure la psicologia di chi chiede.

La classe dirigente che dichiara l’armistizio non chiede perdono: chiede comprensione.

Si presenta come vittima delle circostanze, mai come autrice delle scelte e pretende che la fuga venga letta come prudenza.

Il re che salpa nella notte diventa “il garante della continuità”. Il ministro che cede su tutto diventa “il mediatore”.

È il capolavoro: trasformare la fuga in una virtù istituzionale.

Il costume nazionale fa il resto. Il 25 aprile ha i cortei, il 2 giugno ha la parata, l’8 settembre non ha niente. Una corona a Porta San Paolo, un comunicato e la giornata passa liscia come tutte le altre.

È vergogna e la vergogna in Italia si seppellisce. Ricordare quel giorno vorrebbe dire ammettere che nell’ora decisiva chi comandava non c’era.

Allora la domanda non è come ricordare l’8 settembre. È come smettere di ripeterlo.

Il prossimo armistizio non lo annuncerà la radio alle sette e quarantadue. Sarà una nota d’agenzia, un rinvio, un “prendiamo atto”, un cedimento presentato come saggezza.

Lo riconosceremo dalle parole: stesse parole del 1943, stessa rotta. E stavolta nessuno potrà dire di non aver visto la nave salpare.

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