L’esasperazione dei trigger warning e del politicamente corretto e la folle censura della cancel culture
Pierluigi Battista, su Il Foglio, ha compilato un catalogo impressionante delle follie prodotte dal woke e dalla cancel culture.
Un articolo lunghissimo, perché lunghissimo è ormai l’elenco delle opere censurate, delle parole proibite, delle persone messe al bando e delle verità biologiche sacrificate sull’altare dell’ideologia.
Non si tratta più di rispetto o di tutela delle minoranze. Quelli sono princìpi sacrosanti.
Qui siamo davanti allo smembramento culturale del cervello di una società in declino, che pretende di correggere il passato, riscrivere l’arte e perfino abolire la realtà per non “turbare” qualcuno.
Shakespeare viene escluso perché nel Tito Andronico ci sarebbero troppi stupri.
Le Baccanti di Euripide vengono accusate di discriminazione di genere.
Le Supplici di Eschilo diventano razziste.
Le Metamorfosi di Ovidio provocherebbero “danni psichici” agli studenti.
Persino Cicerone viene bollato come suprematista bianco: un uomo vissuto duemila anni prima che quelle categorie venissero inventate.
Cristoforo Colombo viene abbattuto perché colonialista.
Ma vengono sfregiate perfino le statue di Lincoln, che combatté la schiavitù, come pure quelle di Churchill, che combatté Hitler.
Non si studia più la storia: la si trascina davanti a un tribunale ideologico costruito con i criteri dell’ultima assemblea universitaria.
Cappuccetto Rosso sarebbe “specista” perché offende i lupi.
Dumbo farebbe body shaming ai bambini con le orecchie a sventola.
La Bella Addormentata normalizzerebbe una molestia perché il principe la bacia senza un consenso preventivo.
Da Roald Dahl vengono cancellate parole come “brutto” e “grasso”.
In Canada migliaia di libri per ragazzi, compresi Asterix e Tintin, sono stati eliminati perché ritenuti offensivi verso le popolazioni indigene.
L’arte non viene più giudicata per la sua grandezza, ma sottoposta a un processo morale retroattivo.
Gauguin, Schiele, Botero, Balthus e Picasso: tutti sotto accusa.
Dante viene pubblicato amputato del canto in cui compare Maometto, perché persino Sommo Poeta dovrebbe adeguarsi alle sensibilità del XXI secolo.
La Carmen viene riscritta perché il finale originale sarebbe un’istigazione al femminicidio.
Beethoven diventa il simbolo della superiorità dell’uomo bianco.
Perfino Mozart e il suo Flauto magico finiscono sul banco degli imputati.
Poi arriva l’assalto al linguaggio e alla realtà biologica: padre e madre sostituiti da Genitore 1 e Genitore 2; la parola “donna” trasformata in “persona con le mestruazioni”; l’asterisco, la schwa, formule sempre più contorte imposte non per includere, ma per sorvegliare il pensiero.
Una femminista lesbica come Kathleen Stock viene costretta a lasciare l’università per avere criticato alcuni dogmi dell’identità di genere.
J. K. Rowling viene sottoposta a un linciaggio mondiale per aver ricordato che il sesso biologico esiste.
Donne vittime di violenza possono trovarsi nei propri rifugi insieme a maschi biologici che si dichiarano donne.
Atleti con cromosomi XY e livelli maschili di testosterone vengono ammessi nelle competizioni femminili, perfino negli sport di contatto.
Chi dissente non viene confutato: viene dichiarato razzista, transfobico, sessista, abilista, colonialista, specista o portatore di qualche “privilegio”.
Per di più, può perdere il lavoro, essere cacciato dall’università, escluso da un evento, massacrato sui social.
Questa non è libertà.
È conformismo punitivo mascherato da progresso.
Il woke promette di rendere tutti uguali, ma confonde deliberatamente l’uguaglianza dei diritti con la cancellazione delle differenze.
Immaginiamo una società gettata dentro un enorme colabrodo ideologico.
Uomini e donne, storia e presente, verità e opinioni, capolavori e mediocrità, identità, culture, corpi e parole: tutto viene premuto, strizzato, schiacciato e maciullato finché non perde forma, consistenza e significato.
Alla fine non rimane una società più giusta.
Rimane una brodaglia uniforme nella quale nessuno deve più distinguersi, nessuna differenza può essere nominata e persino la realtà biologica diventa un’offesa.
Ma l’uguaglianza non consiste nel frantumare ogni identità e ridurre gli esseri umani a una massa indistinta.
Significa riconoscere a persone differenti la stessa dignità e gli stessi diritti.
Il woke, invece, non accetta la differenza: pretende di abolirla. Non include l’individuo per ciò che è, ma lo costringe a entrare in una categoria prestabilita; poi chiude il tappo, aziona la pressa e rende tutto ideologicamente uniforme.
Questa sarebbe la sua meravigliosa “inclusione”: non l’uguaglianza nella diversità, ma la cancellazione della diversità in nome di un’uguaglianza artificiale.
E l’America, che ha spinto questa tragedia grottesca più avanti di chiunque altro, ha infine prodotto anche la reazione politica più violenta.
Dopo anni trascorsi a censurare parole, abbattere statue, riscrivere libri, processare artisti morti e negare persino l’evidenza dei corpi, milioni di americani hanno scelto l’uomo che prometteva di rovesciare il tavolo.
Il woke voleva uniformare l’America. Ha contribuito a riconsegnarla a Donald Trump.





