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In cerca della democrazia reale

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Come non incorrere in violazioni di sovranità

Democrazia vo cercando…
Per cercare di fare qualche passo nella direzione che corrisponda all’enunciazione di una buona volontà e di una volontà buona.

In estrema sintesi, il problema consiste nell’evoluzione visivamente rappresentata dagli ormai dimenticati attentati dell’11 settembre a New York e al Pentagono: quel giorno s’è dovuto prendere atto che uno stato inesistente (l’Afghanistan) era preda di un’organizzazione terroristica (Al-Qaeda) ed era la “base” per operazioni di livello e respiro globale.

Si potrebbero citare numerosi altri esempi di stati inesistenti come l’Afghanistan.

Dunque, prima o poi si dovrà prendere atto che viviamo tempi in cui non è mera fantasia che entità non statali possano disporre – di conseguenza usare – di micidiali armi di distruzione: ordigni nucleari, bombe “sporche” e, perché no, anche letali virus.

Si pone, dunque, un problema nuovo di sicurezza, controllo, repressione e prevenzione, che presuppone interventi che si possono e/o si devono porre in essere.

Ne deriva, quindi, un problema che dovrebbe essere centrale nella strategia politica internazionale: come promuovere, in questi stati inesistenti, istituzioni democratiche solide, in grado di sostenersi e alimentarsi, con l’obiettivo di liberare le popolazioni locali oppresse e impedire che chi ‘governa’ non possa più costituire un pericolo globale.

Promuovere e sostenere le istituzioni democratiche può facilmente trasformarsi in violazioni di sovranità.

Ma è violazione di sovranità quando chi spadroneggia in stati deboli o inesistenti, oltre che opprimere le locali popolazioni, costituisce una minaccia globale?

Quando si varca la soglia della legittima difesa, propria e altrui? Si dovrà cominciare dal porre le basi di un nuovo diritto, di una nuova legittimità del “fare” (o “non fare”).

Questioni su cui ragionava negli anni del suo esilio negli Stati Uniti Giuseppe Antonio Borgese, uno dei tredici professori universitari che non giurarono fedeltà al regime fascista.

Da quelle riflessioni, arricchite da altre di giuristi dell’Università di Chicago e confortate da autorevoli avalli (Thomas Mann, Piero Calamandrei) è poi nata “Una costituzione per il mondo”: obiettivo superare i nazionalismi, prevenire nuove guerre mondiali attraverso il diritto e la legge.

A colpi d’accetta: superare le sovranità nazionali assolute in favore di un ordine democratico mondiale, fondato sulla centralità della persona umana, tutelato da istituzioni.

C’è, poi, se così si può dire, una dimensione europea. Le amarissime ‘lezioni’ della prima e della seconda guerra mondiale: frutto di sfrenate e incontrollate sovranità nazionali.

Proprio per questo si è progressivamente scivolati nell’opposto: l’Unione europea, che conosciamo, si è sviluppata con un serie opprimente di leggi, norme e regolamenti che la auto-giustifica con l’obiettivo di scongiurare il riemergere di queste vocazioni di sovranità nazionale.

Il risultato è che combattendole in questo modo, le si alimenta e favorisce.
Un possibile antidoto era un modello di democrazia simile a quello degli Stati Uniti: la democrazia più longeva e continua.

Anche se, un ulteriore problema è costituito dal fatto che gli stessi statunitensi, che un tempo nutrivano una sorta di venerazione nei confronti delle loro istituzioni, ora sembrano non credervi più o, quantomeno, le ritengono inadeguate, non più rispondenti alle loro nuove domande.

È un processo che è letteralmente esploso con Donald Trump, ma i sintomi di questa crisi già si potevano cogliere dai tempi della presidenza di George W. Bush.

Ne abbiamo di problemi da risolvere.

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