
Quasi a far da eco all’ormai arcinoto libro del Generale Roberto Vannacci, ecco che scopriamo in altri ambiti antropologico e teologico la presenza di un saggio in giro da qualche mese dal titolo suggestivo “Complice il serpente”.
Così come “Il mondo al contrario” seduce immettendo a chiare lettere luce e contenuti nell’ambito del politicamente scorretto, altrettanto compie l’opera il saggio di Edoardo Pozio impegnandosi a dimostrare quanto una ben diversa interpretazione della cacciata della coppia primigenia dall’Eden abbia segnato in modo estremamente positivo e prorompente il percorso dell’umanità proprio a partire da quel momento. Senza, naturalmente, avere più addosso la plumbea cappa del “peccato originale” sul quale si è costruito l’handicap ancestrale che ha gravato sulla testa dell’uomo.
Tutto nasce dall’incontro dell’autore con due eventi che lo hanno costretto alle riflessioni contenute nel saggio.
Il primo, riguarda la scoperta nella grotta di Santa Maria di Agnano, in Puglia, agro di Ostuni, di una sepoltura segnatamente cultuale di una giovanissima donna con il feto in grembo.
Il secondo, è riferibile all’appuntamento con gli affreschi giotteschi della Chiesa di S. Caterina d’Alessandria in Galatina. Qui l’atteggiamento colloquiale di Eva con il famigerato serpente presunto tentatore suggerisce una ben diversa consapevolezza di quest’ultima nel senso e nell’epilogo del summit.
Le due inconsuete dimensioni folgorano l’autore consentendone l’ascolto di quanto aveva da dirgli il suo Hermes.
Il libro, del quale si riporta di seguito uno stralcio, dopo le doverose premesse che raccontano i pensieri e le riflessioni di partenza, avvia il percorso con una cronaca di vita quotidiana e non della comunità di Cro-Magnon che con le difficoltà loro proprie si avventurano oltre la mera sopravvivenza verso l’insorgere del metafisico tentando di assegnargli forme e volontà. Episodi svoltisi fra i 25.000 ed i 28.000 anni addietro.
Un pensiero anche al coraggio dell’editore Futura Libri di Perugia ed la sapiente introduzione di Augusto Vasselli che hanno osato avventurarsi in una “selva oscura” riuscendone ad intravedere epiloghi luminosi e comunque forieri di speranza.“
IL VOLTO DELLA DEA
Di rado il vento freddo toglieva la vita su quella terra compresa fra la sabbia del mare e le prime appendici delle colline: molte, lunghe notti erano trascorse in quel luogo dove il tepore contribuiva alla vita quasi fino a quando la luce del giorno si riduceva nel mondo del buio, quasi sino al terrore che il sole smettesse di sorgere.
Ma la lunga notte non vinceva mai del tutto: la luce invece tornava a vincere ancora e con essa prima si riaffacciava la speranza e poi la pienezza di vita.
Era fatta di cose essenziali l’esistenza di quegli uomini e di quelle donne.
……… Ancora una volta Hannòr scagliò a vuoto la sua lancia lunga e sottile; nell’acqua della palude anche ogni piccola vibrazione era avvertita. Il fondo viscido e melmoso rendeva impossibile muoversi senza il minimo rumore: quella maledetta kratek [1]era stata inseguita sin dai primi caldi e sempre senza successo. Anche se grassa e pesante aveva una forza straordinaria nelle cosce e nelle ali, cosa che le consentiva di alzarsi dall’acqua della palude con un balzo rapido e sicuro: un attimo ed era oltre le canne alte sempre mosse dal vento del mare, fuori dalla portata della lancia del cacciatore.
Fra tanti rumori, la testa verde brillante si alzava vigile e sentiva il segno del cacciatore umiliato dal tornare troppo leggero alle bocche avide, ai volti aridi e resi cattivi dalla fame.
Hannòr pensava di essere preso in giro da quella kratek, lo conosceva troppo bene, tanto da muoversi sempre un attimo prima del colpo mortale; giorni e giorni di quella lotta avevano tolto forza e velocità alle sue braccia ed alle sue gambe. La kratek rappresentava ormai il segno della natura che volgeva le spalle al cacciatore, che indicava sempre maggiore distanza tra l’uomo ed i suoi bisogni ed il Tutto che li avvolgeva con disappunto.
……….. Ma quell’anno, dall’avvio dei primi venti freddi, era diventata rara anche l’uccisione delle kratek. Ogni sera Hannòr capiva che tornare troppo leggero rompeva la fiducia che quelle bocche avevano conservato durante l’intero giorno, fatto di quella luce sempre più fredda ed avara.
Nella capanna di pietre e terra, ricoperta di fitti rami e canne, Hannòr intuiva che quella fame disperata ed impotente non era soltanto dovuta alla rapidità delle kratek o alla sua incapacità come cacciatore.
Non era mai successo: Hannòr aveva ancora, pur con un corpo agile e minuto, un braccio fermo e forte per lanciare la sua arma mortale. No, non dipendeva da lui o dai suoi fratelli e nemmeno dalle kratek.
Il pensiero che teneva insieme il mare, la sabbia, il vento, gli alberi, gli uomini nelle loro capanne, le grotte dove i pensieri diventavano più densi, si stava rendendo più debole ed evanescente.
Tutto questo era intorno ad Hannòr, alle sue donne, ai suoi figli e pretendeva che lui ed i suoi fratelli restituissero quello che avevano ricevuto dall’insediamento di Tarrhén il guerriero.
Tutti avevano preso ed in quel luogo erano stati al sicuro: alla fine del periodo caldo gli uomini riposavano all’ombra, resi pigri dal cibo abbondante, le donne avevano al seno gli ultimi partoriti, sicure che quei bambini avrebbero provveduto ad assicurare la vita e la forza negli anni della debolezza, nel tempo in cui Hannòr ed i suoi fratelli non l’avrebbero più cercata.
Il pensiero dell’acqua dolce, della pioggia, dell’odore della terra e dei cespugli, chiedeva alla gente di Tarrhén un baratto per conservare il patto di accoglienza; quell’equilibrio, quell’armonia che doveva permanere fra quanto veniva preso e quanto doveva essere restituito.
Il pensiero di Tutto quello che era natura e luce, divenne forte e aveva corpo e volto di donna gravida, il seno pieno e turgido, capelli lunghi e folti: a volte era madre, altre sorella o figlia; era altera e serena nell’attesa, rimproverava aspra e delusa dall’inettitudine dei suoi uomini incapaci di uccidere, di spargere il loro seme a vantaggio del tempo.
L’uomo, inutile alla sua stessa gente, rendeva cupa la Dea.
E questo contrasto prendeva forma nella mente di Hannòr: una forma prima nebbiosa che aveva bisogno di rassomigliare sempre di più al volto di una donna dalle forme piene e rassicuranti, giovane ma austera, quasi distaccata.





