
Come potranno constatare i nostri lettori, essendo un giornale che ama la libertà di pensiero, ospitiamo, anche in questo numero, pareri diversi sulla vicenda che coinvolge il generale Roberto Vannacci.
Personalmente non amo (e pertanto non lo faccio), entrare nel merito di quanto ha affermato su questa o su quella questione il generale, mentre mi interessa, e spero interessi ai lettori, capire cosa sta accadendo, considerato che l’uscita del libro autoprodotto non è e non sarà una bolla di sapone estiva e che, guarda caso, ha già trovato un editore: “Il Cerchio”, premiata casa editrice, attiva da 45 anni, che ha pubblicato molti libri appartenenti all’area “tradizionalista”.
Tra gli autori de “Il Cerchio” figurano, tra gli altri, i nomi di Francesco Mario Agnoli, Maurizio Blondet, Franco Cardini, Gianfranco De Turris, Julius Evola, Gilberto Oneto, Giuseppe Sermonti, Marcello Veneziani, Vincenzo Di Michele, Giuseppe Cascarino. Una compagnia interessante e di tutto rispetto per il generale scrittore in proprio, il quale, in un’intervista a Libero, al giornalista che gli ha chiesto se cambierebbe qualcosa di quello che ha scritto ha risposto: “Credo di aver sbagliato un po’ di punteggiatura”.
Sarà interessante, con meno spocchia, cercare di capire se anche lo stile risponde ad un disegno, come appare chiaro quando il generale, afferma: “La mia è una scrittura da strada, qualcuno dice da caserma: ma questo va benissimo, perché io ho vissuto la mia vita in una caserma”.
E’ chiaro che il libro, da un lato, si rivolge, come dice lo stesso generale, a quel “bacino di persone che la vedono così” e che è “nato” e, se è nato, qualche sorpresa la riserverà in futuro. Vedremo.
Per ora, a quanto pare, il generale ha dato un “colpo” al “Cerchio”, assicurandosi la continuità con una casa editrice di tutto rispetto, dopo aver venduto una quantità di libri su Amazon e dopo che il suo testo in pdf è girato, e gira, sui social.
Possiamo pensare che il libro sia un manifesto politico? Probabilmente si. E se lo è, va attentamente considerato, apartire dalla “Nota dell’autore”, laddove si leggono due affermazioni che costituiscono la chiave di tutto il resto.
Prima affermazione: “Se ne consiglia la lettura a un pubblico adulto e maturo in grado di comprendere gli argomenti senza denaturarli, interpretandoli parzialmente o faziosamente, compromettendone, così, la corretta espressione e l’originale significato”.
Chiaramente i due aggettivi “adulto” e “maturo” non si riferiscono all’età, ma alla capacità di comprensione di cosa significhi l’esternazione del generale nel “suo originale significato”.
Un adulto maturo che, a suo modo, interpreta i “pensieri americani”, è Edward Luttwak, il quale non ha mancato di dire che il libro “denuncia una cultura che può portare il continente a estinguersi”. Evidente il riferimento alla cultura woke, alla quale il libro del generale si oppone.
La seconda affermazione è la seguente: “L’autore declina ogni responsabilità in merito a eventuali interpretazioni erronee dei contenuti del testo e si dissocia, sin d’ora, da qualsiasi tipo di atti illeciti possano da essa derivare”.
Non è necessario aver fatto l’Accademia o la Scuola di guerra per sapere che, quando avvii un’azione, oltre a aver messo in conto tutti i dettagli, devi prima di tutto prevederne gli effetti.
Ci sono effetti leciti e effetti non leciti, dai quali preventivamente il generale si dissocia, ma gli effetti leciti sono un “colpo alla Ditta” e agli affari che stanno in conto al complesso industrial-militare con il quale la Ditta sembra avere avuto più di un filo diretto.
Per capirlo ci vuole poco. La reazione del ministro Crosetto, arrivata senza alcun indugio sin dalle prime avvisaglie dell’uscita del libro, è quanto meno sorprendente, così come è del tutto sorprendente che il consulente del ministro della Difesa per le relazioni esterne sia il biografo di Luigi Bersani, il politico che ha militato fianco a fianco con D’Alema e Roberto Speranza.
Per una strana coincidenza, proprio in questi giorni escono le confessioni e i documenti del Colombiagate. Forse, farsi qualche domanda su intrecci di potere che vanno avanti da anni e che determinano porte girevoli tra i partiti e le istituzioni, al fine di garantire il business, dovremmo farcela.
Nella questione aperta del generale Vannacci entra l’ex ministro della Difesa del governo Lega-M5S, Elisabetta Trenta, la quale dichiara di aver conosciuto il generale “in occasione della sua denuncia sull’uranio impoverito. Con quell’atto – continua la Trenta – ha dimostrato integrità, indipendenza di pensiero e coraggio nel fare una battaglia difficile, che era anche la mia. Mi auguro che la severità nei suoi confronti non sia stata dettata anche da questo”.
Siamo nel giugno del 2019 quando i ministri della Salute e della Difesa, Giulia Grillo ed Elisabetta Trenta, hanno annunciato, in una nota congiunta, il deposito della prima legge dello Stato a difesa delle vittime dell’uranio impoverito entro la fine dell’estate.
L’argomento non è nuovo in Parlamento. Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta hanno indagato sulla vicenda, l’ultima, presieduta da Gian Piero Scanu del Pd nella scorsa legislatura.
Sono stati effettuati molti bombardamenti con uranio impoverito durante i conflitti avvenuti nei Balcani. Il maggior numero delle zone colpite da questi bombardamenti si trovano in Bosnia Erzegovina, in Kosovo e in Serbia.
Riportiamo qui alcuni degli elementi salienti che riassumono la Guerra del Kosovo. Fu combattuta dal febbraio 1998 al giugno 1999 nel territorio montuoso del Kosovo, nella parte Sud-Occidentale della Penisola Balcanica.
In particolare, l’area posta sotto protezione del contingente italiano fu quella più bombardata e con la maggiore presenza di proiettili ad uranio impoverito. Sono stati 50 i siti, per un totale di 17.237 proiettili contenenti uranio impoverito. Su questa porzione di territorio è presente il 44,64% dei siti e il 56,47% dei proiettili usati nella Guerra del Kosovo.
L’epidemia fra coloro che hanno partecipato alle missioni di peacekeeping nei Balcani ha colpito più di 7.500 militari italiani, con circa 400 deceduti.
Al tempo a governare il Bel Paese c’era il primo governo D’Alema, rimasto in carica dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999. Vicepresidente era Sergio Mattarella, con delega ai servizi segreti.
Il secondo governo D’Alema, rimasto in carica dal 22 dicembre 1999 al 26 aprile 2000, aveva come Sergio Mattarella come ministro della Difesa.
E’ del tutto evidente che un sistema di potere consolidato, basato sulle porte girevoli, ha interessato alcuni gangli fondamentali dello Stato, come il ministero della Salute, dove sembra non essere cambiato nulla dai governi giallo rossi a quello attuale. Ora emerge, con il Colombia gate un intreccio di interessi che coinvolge il sistema industrial-militare e, guarda caso, esce allo scoperto anche, con la Trenta, che ben conosce il deep state industrial-militare, la questione dell’uranio impoverito.
Forse vale la pena di seguire il suggerimento iniziale del generale di affrontare il suo libro da “adulti” e “maturi”, pensando che, avendo frequentato la Scuola di guerra, Vannacci sappia bene come, quando si avvia un’azione si deve, anzitutto, capirne gli effetti.
E gli effetti si cominciano a vedere.





